Inchiesta sulle coop rosse. Tocca difendere Massimo D’Alema, o quasi

Ancora una volta il nome di un non indagato finisce agli atti e quindi sui giornali. L’ex presidente del Consiglio si difende, ma ci tiene a non essere paragonato a Lupi

Pd: D'Alema, partito personalista e carico di arroganzaOggi i quotidiani danno notizia di una nuova inchiesta su presunte tangenti a proposito di appalti che riguardano la metanizzazione di alcuni comuni di Ischia. Secondo i pm, il sindaco Giuseppe Ferrandino avrebbe intascato una tangente dalla cooperativa rossa Cpl Concordia. Il primo cittadino, con altre nove persone, è stato arrestato. Fin qui, le ipotesi della procura, e vedremo come andrà a finire. Ma ciò che non torna, e non ci stancheremo mai di ripeterlo, è la modalità con cui viene resa nota l’indagine che, ancora una volta, usa dei giornali e delle intercettazioni per mettere nel ventilatore la famosa materia.

L’UOMO DI RENZI. D’Alema, dicevamo. L’ex presidente del Consiglio non è indagato. Eppure il suo nome è «citato» nelle intercettazioni. E tanto basta perché finisca nei titoli dei giornali. Ricorda qualcosa? È il solito metodo di buttare là un nome noto per capire “il contesto” e “il clima”. A far riflettere – in primis Matteo Renzi – dovrebbe essere un particolare: tra i nomi che vengono pubblicati, maliziosamente “en passant”, c’è anche quello di Luca Lotti, sottosegretario alla Presidenza del consiglio e suo uomo di fiducia. Un messaggio in tempi in cui si parla di leggi sulle intercettazioni?

WOODCOCK FLOP. C’è un altro aspetto che non può non essere preso in considerazione. Il pm che ha condotto le indagini è John Henry Woodcock, «il persecutore di vip che fa solo flop», come dice oggi sul Giornale Stefano Zurlo. Il nome di Woodcock è legato a inchieste monstre con grande appeal per i media, ma che – stringi stringi – hanno portato a ben poco. “Vipgate” nel 2003: 78 indagati con ipotesi di reato che andavano dall’associazione a delinquere all’estorsione alla corruzione. Risultato? Archiviazione. Nel 2004, ricorda oggi Il Foglio, «con l’inchiesta “Iena 2”, fece arrestare la bellezza di cinquantuno persone, tutti pezzi grossi del Consiglio regionale della Basilicata, tutti poi scarcerati dal Tribunale del Riesame». Inchiesta sul gioco d’azzardo nel 2006 in cui fu coinvolto anche il principe Vittorio Emanuele di Savoia. Risultato? Archiviazione senza sentenza. Intanto però, com’è nello schema Woodcock, tutte le intercettazioni erano finite nero su bianco sui giornali. E di “Vallettopoli” e dell’inchiesta sulle fregate lanciamissili che coinvolgevano Claudio Scajola qualcuno ricorda qualcosa? Per forza che se ne è persa memoria, sono finite quasi nel nulla. Per rendere l’idea, occorre anche ricordare che Woodcock è quello che nel 2010 iscrisse nel registro degli indagati il direttore del Giornale Alessandro Sallusti e il suo vicedirettore Nicola Porro. Insomma, avere dubbi in merito a questa sua ennesima inchiesta, visti i precedenti, è perlomeno lecito.

LA DOPPIA MORALE DI D’ALEMA. Il problema è ancora una volta che, di fronte a questo “sistema” che utilizza le intercettazioni e i media per sollevare polveroni, il Pd si mostra debole e indeciso. D’Alema, ad esempio, giustamente protesta per la «diffusione di notizie e intercettazioni che non hanno alcuna attinenza con le vicende di cui si occupa la procura di Napoli». Giustamente si proclama «indignato» e «offeso». Poi, però, come al solito, finge di non capire e recita la parte dell’anima bella quando dichiara: «Non c’entra niente la mia vicenda con quella dell’allora ministro Maurizio Lupi… io non sono ministro, non do gli appalti». Ci risiamo, è la solita “doppia morale” degli ex comunisti. Quando tocca a loro, si tratta di un errore giudiziario. Quando riguarda gli altri, è uno scandalo.
Se ne trova conferma anche nelle parole di Gennaro Migliore, parlamentare Pd, oggi intervistato dal Corriere. Se si tratta di D’Alema allora proclama di «essere contrario alla pubblicazione di intercettazioni su persone non coinvolte nell’inchiesta». Poi, però, a proposito di Lupi, si dice d’accordo perché lui era ministro. Capito? Non ne usciremo mai.

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