Il Sessantotto e qualche spunto delnociano per un “Risorgimento cattolico”

La contestazione in Italia e il dissenso nei paesi dell’Est. Cronaca di un convegno milanese con gli interventi di Giancarlo Rovati, Paolo Pagani, Luca Del Pozzo, Sante Maletta

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Ci sono a Milano tre centri culturali che non hanno nessuna paura di proporre al pubblico di dedicare un sabato intero, mattina e pomeriggio, a percorsi filosofici. Sono il Centro francescano culturale artistico Rosetum, il Centro internazionale Giovanni Paolo II per la dottrina sociale della Chiesa e l’Associazione culturale Esserci. All’appuntamento di qualche mese fa (“I volti del moderno – Infinità, Libertà, Universalità”, tenutosi il 12 maggio scorso) è seguito il 19 gennaio scorso “Ripensare il Sessantotto”. Scopo del ciclo (che in primavera conoscerà il terzo e ultimo appuntamento, dedicato all’importanza della figura di Giovanni Paolo II per la promozione di una razionalità integrale) è di favorire una migliore comprensione della realtà sociale e culturale nella quale viviamo.

Il tema del Sessantotto è stato trattato mettendo a confronto quello che ha significato in Occidente con quello che è stato nell’Est europeo. A quella che in Italia è stata chiamata la “contestazione” è infatti corrisposto nei paesi del socialismo reale il “dissenso”. A trattare la tematica sono stati chiamati Giancarlo Rovati, docente di Sociologia generale all’Università Cattolica di Milano; Paolo Pagani, docente di Filosofia morale all’Università Ca’ Foscari di Venezia; Luca Del Pozzo, giornalista e saggista; Sante Maletta, professore di Filosofia politica all’Università degli studi di Bergamo.

Rovati: la generazione del Sessantotto

Giancarlo Rovati ha presentato e commentato grafici statistici relativi alle propensioni sociali, politiche, religiose e di costume dei sessantottini, dei pre-sessantottini, dei loro genitori e dei post-sessantottini. Come è intuibile, sessantottini e post-sessantottini mostrano un maggiore permissivismo per tutto quanto riguarda il costume, la famiglia, il sesso, il matrimonio, ecc. Rovati ha concluso che «i sessantottini hanno mantenuto nel corso degli anni i loro tratti identitari differenziandosi in modo evidente rispetto alla generazione dei loro padri e madri e influenzando in modo sensibile le generazioni successive fungendo da “generazione apripista”. I sessantottini sono stati una “generazione spartiacque” tra la cultura strumentale-materialistica e la cultura espressiva – post-materialistica, la cultura fondata sull’etica del lavoro e la cultura fondata sulla qualità della vita, la cultura moderna e la cultura post-moderna».

Pagani: le filosofie del Sessantotto

Molto articolato l’intervento di Paolo Pagani, avente per titolo “Le filosofie del Sessantotto”. La prima parte dell’intervento è consistita in una ricostruzione cronologica degli avvenimenti del Sessantotto, preparato dalle proteste degli studenti americani di Berkeley nel 1964, e nell’individuazione dei suoi punti di riferimento filosofici: Wilhelm Reich e la sua “rivoluzione sessuale”, David Cooper e la sua “morte della famiglia” e il neo-freudismo di Herbert Marcuse, soprattutto i suoi libri L’uomo a una dimensione e Saggio sulla liberazione. Venendo all’Italia, Pagani descrive il contesto in cui il movimento di protesta esplose e la cronologia dei principali sviluppi. Le novità italiane alla vigilia del Sessantotto sono il primo governo di centro-sinistra, la parziale liberalizzazione delle iscrizioni all’università, la crisi di rappresentanza dei partiti, il fermento nel mondo cattolico all’indomani del Concilio Vaticano II. Pagani ricorda che molti esponenti di punta del Sessantotto italiano verranno dalla Giac, dalla Fuci e da Gs. E che le tappe principali sono le vicende della Facoltà di Sociologia a Trento, l’occupazione della Sapienza a Pisa, la crisi dell’Università Cattolica a Milano, la battaglia di Valle Giulia a Roma e la reazione di Pier Paolo Pasolini.

Quando passa al Sessantotto per antonomasia, quello del maggio francese, Pagani evidenzia le differenti anime filosofiche che lo hanno percorso: il situazionismo di Guy Debord (il lato creativo ed edonistico del Sessantotto) e il marxismo eterodosso di Louis Althusser, a cui si rifanno tutti i movimenti della sinistra extraparlamentare alla ricerca dell’”analisi corretta delle contraddizioni del capitalismo”.

Nella seconda parte della sua relazione Pagani formula i suoi giudizi: il Sessantotto nasce da un impeto spontaneo al bene che si è corrotto per mancanza di fondamenti adeguati.

«Dal punto di vista sociale, il Sessantotto è un fenomeno vitalistico, innescato da vari fattori: il contrasto tra le condizioni e le opportunità offerte dal benessere e le condizioni istituzionali e tradizionali che le mortificano. Ad esempio, l’università di massa sembra aprire a molti delle opportunità prima sconosciute, che però improvvisamente si rivelano velleitarie. Le nuove opportunità, che favoriscono dal punto di vista delle possibilità materiali e sociali una maggiore indipendenza della donna dalla famiglia e un esercizio della sessualità slegato dalla gravidanza e dal matrimonio, risultano contrastate dal perdurare del costume tradizionale. Il sacrificio sembra (nell’immaginario mediatico) non essere più necessario per l’appagamento; eppure permangono i doveri sociali, i vincoli familiari e di ceto».

Nella visione dei contestatori

«c’è qualcosa che impedisce l’attuarsi di una palingenesi salvifica che sembra a portata di mano: questo katékon va individuato ed eliminato. Quando il moto vitalistico viene interpretato teoricamente, allora è incanalato in una lettura fondamentalmente “strutturalista” della realtà, secondo la quale si tratta di demistificare o decostruire o genealogizzare la realtà, per evidenziare un autómaton occulto che la governa. Il sistema sociale complessivo viene letto, sia pure in vario modo, come una sovrastruttura di quell’autómaton, rispetto alla quale anche l’immaginazione non ha effettivi margini di scarto».

Dal punto di vista filosofico, il Sessantotto rappresenta la fusione di Marx, Nietzsche e Freud.

«C’è una cosa in sé (l’autómaton, appunto) che ci governa e di cui il “sistema” è epifenomeno cristallizzato. Dobbiamo riprendere contatto con la fonte originaria, rompendo la cristallizzazione. Si tratta di recuperare una immaginazione fontale (quell’immaginazione che va portata “al potere”), contro l’immaginazione alienata dalla cristallizzazione del “sistema”. Secondo questa mentalità, tutto ciò che ci appare originario, va genealogicamente ricondotto alla “cosa in sé” (“struttura” è il termine marxiano che la indica). La decostruzione è la versione derridiana della genealogia. Niente è originario. La famiglia, addirittura la differenza sessuale, la stessa forma della logicità; tutto ha una genesi storica, come illustra Michel Foucault».

«Ora, è ovvio che ha senso decostruire solo se lo si fa in riferimento ad alcunché di non decostruibile, altrimenti l’operazione stessa del decostruire risulta delegittimata. Il problema è discutere del criterio di decostruzione: cioè del principio (quale sia quello vero, cioè quello implicito in ogni altro). Ma la dialektiké dei princìpi – cioè la metafisica – è proprio ciò che le filosofie in questione programmaticamente tendono a non mettere a tema, rinunciando così a pensare sul serio. Marxianamente, finché la riemersione dalla condizione alienata non è avvenuta, non c’è libertà: la liberazione precede la libertà. Ma allora da dove viene la libera iniziativa che può portare alla liberazione? È evidente il circolo vizioso, e quindi l’autocontraddizione, in cui una simile posizione incorre. La dislocazione della responsabilità individuale è uno dei tratti più appariscenti del sessantottismo (“è colpa della società”; “se non ci sono le condizioni sociali, allora è inutile impegnarsi individualmente”)».

Pagani prosegue nella sua critica impietosa degli esiti del Sessantotto:

«La iper-integrazione nel sistema che ha segnato la biografia di molti ex-sessantottini si rivela, infine, coerente – piuttosto che incoerente – con le premesse strutturaliste delle teorie cui essi si erano affidati per interpretare la realtà. Paradossalmente l’attuarsi del “dominio reale del capitale” – espressione usata da Marx nel I Libro del Capitale – ha avuto in molti protagonisti del ’68 dei complici e degli artefici, a ben vedere, tutt’altro che incoerenti. La stessa partita sull’immaginazione è stata giocata male, partendo da un equivoco gnosticheggiante; cioè sottintendendo il prevalere dei diritti della immaginazione su quelli della razionalità. Eloquente in proposito lo slogan: “siate realisti, chiedete l’impossibile”. Si tratta di una immaginazione (gnosticamente) emancipata dal principio di non contraddizione; a tal punto da diventare evasione dalla realtà: evasione che porta all’uso di Lsd, hashish, o anche alla ricerca dell’esotico fine a se stesso (molte improvvisate, e spesso provvisorie, conversioni alle religioni orientali)».

Certamente il Sessantotto ha iniziato a tradurre in pratica la liberalizzazione sessuale – auspicata da molti suoi “profeti” – che vede ad essa connesso l’esplicitarsi del potere di iniziativa femminile in campo sessuale.

«Ora, la desublimazione che ne è conseguita ha esercitato un potere paradossalmente repressivo: “fare l’amore” vorrà dire non “fare la guerra”, ma – se è per quello – nemmeno la “rivoluzione”. Una desublimazione radicale indubbiamente disattiva la propensione alla critica e all’impegno sociale. Questo era un rischio già per altro indicato dalla stessa Scuola di Francoforte, prima che da Pasolini, che ne parlava sotto la cifra (già marcusiana) della “tolleranza repressiva”. Più al fondo, l’identificazione del desiderio col semplice bisogno libidico è un elemento equivoco, che molte delle teorie sopra richiamate non avvertivano. Al contrario, Jacques Lacan avverte che il desiderio non gioca il gioco della libido sessuale; ne è anzi “giocato”. Esso non ha di per sé accesso alla parola, e non sarà la liberalizzazione dei costumi o la promiscuità sessuale a dargliela. Il desiderio è desiderio dell’Altro – che non è ultimamente il partner sessuale».

Infine,

«la giusta e fisiologica contestazione del tradizionalismo, e il giusto vaglio critico della tradizione, si trasformano nella pretesa abolizione della tradizione. Identica e indebita assimilazione viene fatta tra autoritarismo e autorità. Insieme al giusto superamento di barriere ingiustificate e di formalismi anacronistici, si è prodotta la pretesa di una democratizzazione universale delle relazioni umane. Il fatto è che la democratizzazione universale delle relazioni umane è radicalmente ingiusta, in quanto omologa i rapporti nel segno della reciprocità simmetrica. Invece, la reciprocità prevede la simmetricità, solo se il rapporto è tra pari: e questo non può darsi tra genitore e figlio, tra docente e discente, tra medico e paziente. Qui – in ambito educativo, formativo, ma anche terapeutico – ha ragione di esserci un rapporto fondato sulla alleanza, non sul contratto».

Del Pozzo: Augusto Del Noce e il Sessantotto

Luca Del Pozzo ha relazionato sulla lettura critica del Sessantotto che fa Augusto Del Noce. Sono due, in particolare, gli scritti più significativi in cui il filosofo torinese condusse un’analisi approfondita del Sessantotto, nel duplice aspetto della contestazione studentesca e della critica della società opulenta, da un lato, e della rivoluzione sessuale, dall’altro. Il primo è Appunti per una filosofia dei giovani, pubblicato proprio nel 1968, poi confluito nel volume L’epoca della secolarizzazione del 1970; il secondo, L’erotismo alla conquista della società, del 1970.

Secondo Del Noce

«non si trattava né di essere giovanilisti o di giustificare la contestazione in modo indiscriminato, né tuttavia di arroccarsi su una condanna tout court. Che cosa i giovani contestavano? Per Del Noce la risposta era presto detta: la società opulenta, o tecnocratica o del benessere, ossia quella società che poneva il benessere come fine e non come mezzo. Oggetto della contestazione era in altri termini la società occidentale sorta nel secondo dopoguerra come alternativa al duplice rischio del comunismo e del risveglio religioso. Tre sono gli aspetti che caratterizzano la società opulenta: irreligione come secolarizzazione o desacralizzazione, libertinismo di massa e relativismo integrale. In opposizione alla tesi secondo cui la secolarizzazione come perdita del sacro era la conseguenza dell’avanzata del progresso tecnologico, Del Noce considerava l’irreligione come la causa e non l’effetto della mentalità pantecnicista. Contestazione che aveva un aspetto positivo perché esprimeva la protesta, la ribellione della natura umana ad un processo insieme di “dissacrazione e disumanizzazione” che stava accadendo».

«Allo stesso tempo tuttavia, l’ottimismo iniziale nei confronti della rivolta studentesca aveva lasciato presto il posto al pessimismo di fronte alla deriva estremistica della contestazione. L’estremismo della contestazione non aveva fatto altro che radicalizzare i mali della società assumendo acriticamente gli stessi princìpi ideali che erano alla base del processo da cui era scaturito quel sistema che si voleva contestare. A partire dal rifiuto di ogni trascendenza religiosa e dall’enfasi data alla scienza».

«Del Noce vedeva insomma una analogia tra la contestazione studentesca e il fascismo delle origini, nel suo iniziale momento negativistico e anarchico; tuttavia, vi era anche una profonda differenza, il fatto cioè che mentre il fascismo originario era connotato dall’idea di nazione, la contestazione all’opposto in quanto fortemente critica verso la tradizione era caratterizzata dalla volontà per un “qualcosa di indeterminato e molto vicino al nulla”».

In L’erotismo alla conquista della società Del Noce cerca di approfondire l’aspetto forse di più immediata percezione del Sessantotto, ossia il ’68 come rivoluzione sessuale, e il suo legame con il surrealismo. Il Sessantotto, facendo proprie le teorie di Wilhelm Reich, proclamò la separazione della sessualità dalla procreazione come via alla felicità umana.

«In Europa l’esplosione della sessualità ebbe una causa ideale, da rinvenire nell’incontro tra le tesi del Reich e il surrealismo, entrambi poggianti sull’unione di marxismo e freudismo e sull’idea che una rivoluzione veramente totale doveva partire dai costumi. Non si trattava insomma di portare il lassismo all’eccesso, si trattava piuttosto di negare l’idea stessa di tradizione tanto religiosa quanto metafisica. Il termine stesso di “rivoluzione” era più che pertinente: perché esso diceva di una nuova storia, di un nuovo principio, di una nuova creazione: quindi critica radicale della tradizione».

Nell’ultima parte del suo intervento Del Pozzo ha indicato le conseguenze del Sessantotto e il compito dei cattolici oggi secondo la proposta delnociana, che sarebbe quella di una “metafisica civile”. Anzitutto vanno respinte le soluzioni del tradizionalismo, della Chiesa delle catacombe, della “scelta religiosa” e del progressismo o neo-modernismo cattolico. Tutte queste posizioni non colgono a sufficienza il fatto che

«il marxismo e con esso il Sessantotto e la società opulenta, si configurano come un progressivo e pervicace processo di emancipazione da Dio fino al suo rifiuto totale. Pur essendo stato il marxismo sconfitto a livello politico è esattamente quella visione marxista dell’uomo che oggi regna incontrastata».

Occorre una restaurazione dei valori tradizionali, ma

«la riaffermazione dei valori tradizionali non significava affatto restaurazione di un ordine temporale cristiano sul modello delle società del passato; lungi dall’essere nostalgico della vecchia alleanza tra Trono e Altare, Del Noce mirava piuttosto, come accennato, ad un Risorgimento cattolico, ossia al recupero del cattolicesimo dentro e non contro la modernità».

Secondo il filosofo torinese il pluralismo culturale e il relativismo etico, derivanti dall’abbandono della metafisica, sono entrambi fattori che possono trasformare la democrazia in tirannide.

«Il filosofo cattolico ebbe chiaro fin dall’inizio, come dato certo e indiscutibile, l’essenziale storicità della Rivelazione cristiana: il cristianesimo è un evento storico, non un’ideologia o un sistema di pensiero, né tanto meno un affare di coscienza. Ed è proprio nella riduzione del fatto religioso al foro interno che egli vide il segno del cedimento di tanta parte della cultura cattolica a quell’idea di modernità che storicamente ha prevalso. Con la duplice conseguenza della protestantizzazione di fatto del cattolicesimo, da un lato, e della ricerca di chiavi interpretative della storia contemporanea altre rispetto a quella cattolica. Ma se all’opposto si tiene ben presente la storicità del cristianesimo, ne consegue che questo non può non avere anche una traduzione politica, nel senso cioè di farsi “polis”, mondo, storia. In questo senso la proposta di Del Noce è una “metafisica civile”: cioè una filosofia cristiana che implica e richiede un nesso indissolubile tra pensiero ed esperienza, interiorità ed esteriorità, onde una “propria e personale” riaffermazione del pensiero tradizionale in grado di tradursi, per sua natura, in una “polis” realmente degna dell’uomo».

Maletta: Carta ’77, il Sessantotto alternativo dell’Est

L’ultimo intervento della giornata, quello di Sante Maletta, si è occupato dei riflessi del Sessantotto nell’Est europeo, concentrando l’attenzione sulle figure di Vaclav Havel e del suo maestro di pensiero Jan Patocka, il filosofo deceduto nel ’77 a seguito di un lungo interrogatorio della polizia segreta. Con Charta 77, il movimento dei dissidenti cecoslovacchi, ci troviamo di fronte a un nuovo modello di comportamento:

«Non abbandonarsi alle prolisse e globali polemiche ideologiche con il centro, alle quali sono sacrificate molte cose concrete, ma combattere appunto “solo” per quelle cose concrete, però combattere per esse fino in fondo, e senza tentennamenti. Non accettare i temporeggiamenti del palazzo, ma giocare a carte scoperte».

È ciò che avviene con l’impegno per i diritti civili che caratterizza il dissenso ceco a partire dalla firma dei trattati di Helsinki da parte della Cecoslovacchia comunista. Impegno libero dall’esito, come spiega Havel in una lettera al leader riformista ceco Dubcek:

«Un’azione puramente morale, che non ha speranza di avere un effetto politico immediato e visibile, può col tempo essere lentamente apprezzata in modo indirettamente politico».

Havel mutua da Patocka la critica alla “banalizzazione” della legge, sulla quale la coscienza non ha alcun potere e che diventa semplice tecnica dello Stato. Il ‘68 ha rappresentato, tanto in Occidente quanto nei paesi dell’Europa centro-orientale, il momento in cui il rifiuto della banalizzazione è emerso a livello di coscienza sociale soprattutto attraverso l’istanza di legittimazione rivolta alle istituzioni; ma solo nei paesi centro-orientali tale coscienza è riuscita a trovare delle forme di presenza e di azione persistenti ed efficaci. Si tratta di un’esperienza anche emozionale, dove stupore e angoscia si richiamano a vicenda.

Secondo il Patočka dei Saggi eretici tale esperienza – da cui nascono insieme filosofia e politica, interrogazione sul senso e competizione intorno a esso – «è inseparabile dall’esposizione personale, dal rischio assunto in prima persona, in ultima istanza dal sacrificio supremo, quello della propria vita».

Da cui la polemica di Havel con i pacifisti occidentali:

«Lo slogan “Meglio rossi che morti!” (…) mi terrorizza come espressione di rinuncia da parte degli Occidentali a ogni rivendicazione per una vita carica di significato e della loro accettazione del potere impersonale in quanto tale. Perché quello che davvero dice lo slogan è che non esiste niente per cui valga la pena dare la vita».

Se non c’è nulla per cui valga la pena morire non c’è nulla per cui valga veramente pena vivere: il senso si manifesta solo a chi per trovarlo è disposto a mettere in discussione tutto.

«Assolutizzando la dimensione politica, il ‘68 occidentale ricade nella logica della banalizzazione, relegando di nuovo la coscienza morale nell’ambito degli epifenomeni sovrastrutturali».

La valenza politica di quello che Husserl avrebbe chiamato “ il mondo della vita” si esprime attraverso il samizdat, la letteratura clandestina:

«È il samizdat che costituisce l’ossatura della polis parallela teorizzata da Václav Benda: non si tratta di un progetto politico alternativo al sistema, bensì di una pratica esistenziale di tipo essenzialmente culturale la quale mantiene viva la possibilità di ascoltare quella voce della coscienza, proveniente allo stesso tempo dall’intimo e dall’alto, che permette al soggetto di costituirsi in maniera autentica».

La conclusione di Maletta è che Carta ’77, versione cecoslovacca del Sessantotto, dovrebbe diventare il modello di un impegno pubblico nell’Occidente liberale scivolato nella banalizzazione:

«Dopo il 1989 e ancor più dopo l’11 settembre 2001 la banalizzazione come processo di spersonalizzazione è avanzata in maniera massiccia. Le parole d’ordine della correttezza politica ‒ che oramai sono diventate normali e quasi normative anche all’interno delle chiese cristiane ‒ vanno nella direzione del confinamento di ogni tipo di fede e di posizione morale nell’ambito del privato, del meramente soggettivo. In Occidente l’imperante liberalismo continua a guardare alla coscienza morale come a qualcosa da tener fuori dalla sfera pubblica in quanto fonte potenziale di guerra civile. La neutralizzazione etica dei conflitti viene considerata un presupposto imprescindibile per ogni loro considerazione razionale. In realtà si tratta di una falsa neutralizzazione perché si pone al servizio degli imperativi sistemici del mercato che veicolano modelli di vita funzionali alla propria espansione. Tant’è vero che l’unico tipo di legittimazione di ogni forma di autorità politica sta nella sua capacità di garantire le istanze eudemonistiche (tendenzialmente illimitate) dei cittadini consumatori trasformate in diritti soggettivi in linea di principio illimitati; si tratta di una nuova forma di utopia, quella dei diritti insaziabili. Di fronte a tale utopismo ideologico e deresponsabilizzante ‒ erede di un ‘68 incapace di mantenere aperta l’originale interrogazione sul senso e sulla legittimità delle istituzioni tradizionali a motivo della sua sottovalutazione della dimensione soggettiva (la coscienza morale) a favore di quella oggettiva (le strutture economiche e politiche) ‒ si apre l’orizzonte di una nuova stagione di dissenso».

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