Contro l’intellettuale che vuole «trasformare l’Utopia in realtà»

Di Carlo Marsonet
06 Giugno 2026
Il libro di Thomas Molnar sull'evoluzione della figura dello studioso, trasformatosi in qualcosa d'altro dopo il Rinascimento e la Rivoluzione francese
Foto di K. Mitch Hodge su Unsplash

Una volta un importante studioso di matrice liberale rispose al mio definirlo un intellettuale vero: «Non mi chiamare così; la parola “intellettuale” mi fa venire l’urticaria perché mi torna subito in mente Goebbels». Il che significa, dunque, che l’intellettuale fa propaganda e indottrinamento. Serve, cioè, il e al potere, e non la ricerca della verità e del sapere spassionato.

Per una riflessione di lungo periodo sul tema Il declino dell’intellettuale, di Thomas Molnar (1921-2010), può essere una lettura assai interessante. Da poco pubblicato per Iduna, il testo traccia una panoramica della radicale evoluzione dalla figura dello studioso a quella, appunto, dell’intellettuale, la quale origina dal periodo rinascimentale, prima, e da quello illuministico e della Rivoluzione francese poi.

Vanno tenuti presenti due elementi. In primo luogo, Molnar era uno studioso ungherese di matrice conservatrice legato al mondo americano (dove si addottorò nel 1952), in particolare a Russell Kirk; in secondo luogo, il lavoro è stato scritto all’inizio degli anni Sessanta, poco prima perciò del periodo della contestazione.

I doni del passato per il presente

Pensatore ostile al totalitarismo di qualsiasi estrazione esso sia, Molnar è convinto che il cambiamento drastico della figura dello studioso, da cercatore del vero a funzionario (e ideologo) del sistema, abbia distrutto il mondo della conoscenza. D’altronde, in un volume tradotto qualche anno fa da Oaks, con prefazione di Russell Kirk, Il futuro della scuola (titolo originale: The Future of Education), Molnar sostiene che la scuola è diventata il luogo che, anziché coltivare e promuovere l’eccellenza, incentiva la mediocrità e il conformismo. E questo avviene anche attraverso il fare strame dell’eredità del passato.

Scrive lo studioso ungherese: «La stessa essenza della civiltà è l’uso dei doni del passato per l’arricchimento della vita presente». Sennonché, proprio con una visione distinta rispetto alla filosofia illuministica, dedita cioè al progresso e al mutamento in quanto tale e come fine in sé, lo studioso per esempio dell’età medievale non era considerabile come parte di una classe. Quando si afferma l’intellettuale, come “professionista” del pensiero, la conoscenza assume una forma alquanto diversa: in sintesi, l’intellettuale cerca di dare forma alla realtà affinché essa si conformi al proprio pensiero. Più ancora, scrive Molnar, l’intellettuale anela alla «trasformazione dell’Utopia in realtà», con tutte le conseguenze del caso. Tipico, in tal senso, è il caso di quello che viene chiamato “intellettuale progressista”.

Un peccato d’orgoglio

Egli ha in odio il passato in quanto caratterizzato da pregiudizi nei confronti di ciò che l’uomo può fare e di ciò che la tradizione può fornire al presente. Si badi però la differenza. Nel primo caso, il pregiudizio è positivo, affermando cioè la capacità dell’uomo di manipolare e stravolgere la realtà semplicemente attraverso la propria volontà: se non siamo nell’ambito di quel che Friedrich von Hayek chiamava “presunzione fatale”, poco ci manca. Nel secondo caso, invece, il pregiudizio è totalmente negativo: il passato è visto come età nemica della Dea Ragione e pertanto come gabbia costrittiva.

Il tratto curioso su cui Molnar insiste – e che peraltro possiamo intravedere anche nei ragionamenti di un pensatore diverso ma non a lui antitetico come Christopher Lasch – è che questo ottimismo, tipicamente illuministico, accomuna la maggior parte delle ideologie otto e novecentesche, di sinistra e di destra. L’ultima di queste, che ha evidenti origini nel pensiero di Saint-Simon, cioè quella tecnocratica, è per Molnar l’ultimo tentativo per distruggere la conoscenza. La conoscenza diventa così ideologia, la libera ricerca della verità diventa il tentativo cosciente di plasmare ingegneristicamente il presente e il futuro. Alla base del pensiero degli intellettuali risiede così un vizio profondo, secondo Molnar: «Il suo è un peccato d’orgoglio, un peccato che esige una dose enorme di stupidità».

“Il declino dell’intellettuale” di Thomas Molnar, Iduna, 400 pp, 24 euro

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