Il martirio di Jimmy Lai, «condannato a morte a Hong Kong»
«Se questa sentenza verrà implementata, mio padre morirà come un martire dietro le sbarre». Così Claire, una dei figli di Jimmy Lai, ha commentato la durissima sentenza inflitta ieri mattina al padre dall’Alta Corte di Hong Kong. Vent’anni di carcere per violazione della legge sulla sicurezza nazionale per un uomo di 78 anni, per di più innocente, che ha già passato in una cella in isolamento 1.868 giorni in virtù di quattro condanne in altrettanti ridicoli processi farsa, equivale a una condanna a morte.
L’unica “colpa” di Jimmy Lai
Jimmy Lai ha una sola colpa: essersi battuto per la piena democrazia a Hong Kong, quella democrazia che il regime comunista di Pechino promise ufficialmente alla regione amministrative speciale nel 2014 con una decisione del Comitato permanente del Congresso nazionale del popolo e che poi si rimangiò clamorosamente con l’imposizione della legge sulla sicurezza nazionale nel 2020 dopo le proteste oceaniche del 2019.
Jimmy Lai non è mai stato «colluso con forze straniere», come recita il verdetto dei giudici scelti ad hoc per distruggerlo, e le uniche “prove” contro di lui sono state estorte a un testimone con la tortura. Il miliardario e magnate dell’editoria ha semplicemente deciso di non piegarsi e di denunciare chiaramente e a voce alta i crimini del regime.
Lo ha fatto per la prima volta, in un modo che non gli è mai stato perdonato, nel luglio 1994, quando scrisse un editoriale contro Li Peng, detto il “macellaio di Pechino” per il ruolo che ebbe nel massacro di Piazza Tiananmen. Mentre però tutti i responsabili di quella strage vengono innalzati dal governo cinese come eroi della patria, Jimmy Lai riceve 20 anni di carcere.
Sono tutti avvertiti a Hong Kong
Una condanna così severa, così ingiustificata, così disumana non serve solo a colpire Jimmy Lai. È un avvertimento per tutti coloro che intendono ancora battersi per la democrazia a Hong Kong. Non a caso il capo della polizia per la sicurezza nazionale, Steve Li, ha incredibilmente dichiarato dopo la sentenza che «le autorità stanno ancora investigando su alcune questioni».
Una velata minaccia che conferma che lo Stato di diritto a Hong Kong è ormai una triste parodia e che il regime può tenere chiunque in carcere fintanto che ne ha voglia.

«Perché dovrei scappare?»
Il governo comunista si illude di avere vinto, ma non bisogna dimenticare che Jimmy Lai non è stato “preso”, ha consapevolmente scelto di salire sul patibolo. Il miliardario, dopo l’approvazione della legge sulla sicurezza nazionale, poteva infatti scappare come molti altri e godersi i suoi miliardi in una delle sue tante ville a Londra, a Taipei o negli Stati Uniti.
Invece è rimasto a Hong Kong per testimoniare gratitudine e speranza con la sua stessa vita alla città che gli ha dato tutto, fin da quando, a 12 anni, è fuggito dalla Cina verso l’isola per fare fortuna.
In un’intervista rilasciata a Tempi poche settimane prima del suo arresto nel 2020, giustificava così la sua scelta di rimanere:
«Faccio parte del movimento pandemocratico fin dai suoi albori, o almeno a partire dal 1989. Oggi ho 72 anni e non vedo che senso possa avere per me scappare. Hong Kong è la mia casa, mi ha dato tutto ciò che ho: perché dovrei andarmene da casa mia? (…) Non voglio che i miei figli pensino che sono uno stronzo! Io ho fatto fortuna a Hong Kong, ma chi sono io per sacrificare i miei concittadini solo per racimolare un po’ di soldi in più?».
«Oggi Hong Kong, domani il mondo»
La condanna di Jimmy Lai non è semplicemente un’ignominia locale, la sua portata infatti è internazionale. «Oggi Hong Kong, domani il mondo. Il metodo che la Cina ha utilizzato con Lai, lo esporterà dappertutto. Per questo bisogna mantenere alta l’attenzione su quello che accade sull’isola», dichiara a Tempi Mark Sabah, direttore per il Regno Unito e l’Unione Europea della fondazione Comitato per la libertà a Hong Kong.
«Questa condanna dimostra quanto Pechino abbia paura della libertà di stampa», continua. «Tra i circa 2.000 prigionieri politici di Hong Kong, nessuno ha ricevuto una condanna così pesante. E non dimentichiamo che per un uomo di 78 anni, vent’anni di carcere equivalgono a una condanna a morte».

Più di un eroe
Ma il desiderio di vendetta nei confronti di Jimmy Lai potrebbe ritorcersi contro il regime comunista: «Una sentenza così pesante trasforma Jimmy Lai in un eroe, di più, un martire e galvanizzerà gli attivisti di tutto il mondo». È dunque ancora più importante che «attivisti e media continuino a parlare di questo caso», mentre i governi prendano le misure necessarie per far capire alla Cina che Jimmy Lai va liberato, continua Sabah:
«Devono innanzitutto segnalare i rischi di viaggiare a Hong Kong, come in Cina e questo danneggerà la reputazione globale di Hong Kong come centro finanziario e legale globale. Poi devono stilare un piano nel caso i propri cittadini vengano presi ostaggi dal regime. Infine, devono cancellare ogni accordo di estradizione con la Cina e assicurarsi che il caso di Jimmy Lai venga citato in ogni incontro pubblico e privato con i funzionari e gli imprenditori cinesi».
La fede tiene in piedi Jimmy Lai
Nel mezzo di una persecuzione ingiustificata, Jimmy Lai è sostenuto da una grande fede. Già a Tempi diceva che «Dio ha un piano per tutti noi e quando metti il tuo destino nelle mani di Dio ti senti così leggero, con meno pressione addosso. Dio mi ha dato tanto e io provo un’enorme gratitudine».
Come ricordato a Tempi dal figlio Sebastien, «è la fede in Dio che lo tiene in piedi e come tanti altri grandi personaggi cattolici, queste sofferenze non fanno che renderlo più forte perché lui sa che la causa è buona e giusta e che, alla fine, si verrà giudicati da Dio».
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