Il conflitto Cina-Usa si sposta sulla “Linea dei 9 trattini”

Lo scontro delle due superpotenze nei mari asiatici. Il bullismo del Dragone e le contromosse americane. Una partita aperta

Efficaci quando si è trattato di combattere guerre commerciali, appariscenti sul piano propagandistico quando sono state rilanciate le accuse sull’origine del virus Covid-19 in un laboratorio di Wuhan, le politiche dell’amministrazione Trump mirate al contenimento della Cina sembrano un po’ più sgangherate quando si tratta di frenare le ambizioni strategiche del gigante dell’Asia. Solo dal marzo scorso Washington ha cominciato a bloccare l’irresistibile ascesa della Cina negli organismi delle Nazioni Unite, riuscendo a far bocciare dagli altri paesi i candidati cinesi alla direzione  dell’Organizzazione mondiale per la proprietà intellettuale, dopo che nel giro di sei anni Pechino aveva piazzato cinque suoi uomini a capo di altrettanti enti, ultimo in ordine cronologico la Fao.

Gli errori di Trump

Solo dall’inizio di quest’anno Trump ha capito che deve smetterla di snobbare l’Asean, l’Associazione delle nazioni del Sud-Est asiatico, e gli annuali Summit dell’Asia orientale, che non frequenta più dal 2017: la Cina sta per ottenere la creazione del Partenariato economico regionale globale (conosciuto come Rcep) fra 16 paesi dell’Asia e dell’Oceania che diventerebbe il più grande accordo di libero scambio del mondo, riunendo il 30 per cento del Pil mondiale e metà della popolazione del pianeta. Dopo aver toppato i summit dell’Asean e dell’Asia orientale nel novembre scorso a Bangkok, dove ha inviato suoi rappresentanti, Trump ha cercato di fare ammenda invitando i capi di governo dei 10 paesi dell’Asean per un vertice negli Usa da tenere a Las Vegas nel marzo di quest’anno, ma poi l’ha dovuto annullare a causa dell’epidemia di coronavirus.

La linea dei nove trattini

Ora però gli eventi riaprono una finestra per azioni più efficaci da parte dell’amministrazione americana. Si dà il caso che Pechino abbia approfittato dello sconquasso causato nei paesi vicini dal Covid-19 per conquistare posizioni nel Mar cinese meridionale, occupando isole e avviando attività economiche in aree appartenenti alle acque territoriali o alle Zone di interesse economico esclusivo di altri paesi della regione. La Cina sin dal 1947 rivendica “la linea dei nove trattini”, una vastissima area del Mar cinese meridionale (3 milioni e mezzo di kmq) che si sovrappone a zone rivendicate dagli altri stati rivieraschi: Vietnam, Malaysia, Indonesia, Brunei, Filippine. Nel 2016 un tribunale arbitrale costituito sulla base della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare ha sentenziato che le pretese della Cina non hanno fondamento legale e ha dato ragione alle Filippine che avevano fatto ricorso. Sia la Repubblica Popolare che Taiwan (che non si sono presentate al processo) hanno respinto la sentenza; Pechino è impegnata in una politica di occupazione delle isole Spratly e Paracelso, principali arcipelaghi della regione, di creazione di isole artificiali illegali impiantate su gruppi di scogli, di sfruttamento ittico e di installazione di piattaforme petrolifere in acque di altri paesi che ha conosciuto una forte accelerazione a partire dal 2012. 

Navi da guerra

Nelle settimane successive allo scoppio della pandemia la Cina ha incrementato le sue attività nelle regioni contese. Il 17 febbraio una nave da guerra cinese ha minacciato coi suoi radar di puntamento una nave militare filippine al largo delle isole Spratly; il 20 marzo ha messo in funzione due stazioni di ricerca sulle isole artificiali di Fiery Cross e di Subi trasformate in basi militari, nella stessa zona; il 2 aprile una nave della guardia costiera cinese ha speronato e affondato un peschereccio vietnamita nei pressi delle isole Paracelso; fra il 12 e il 22 aprile una flotta cinese guidata da una portaerei ha compiuto esercitazioni militari nel canale di Bashi, conteso fra le Filippine e Taiwan; il 16 aprile i cinesi hanno inviato la nave per prospezioni Haiyang Dizhi 8 nelle acque della Malaysia, dove è tuttora in zona e dove ha disturbato le attività di una nave da prospezione malese. Il 20 aprile il Consiglio di Stato cinese, massimo organo amministrativo, ha approvato la creazione di due nuovi distretti municipali, dipendenti dal governo locale di Sanya, una cittadina dell’isola di Hainan: il distretto di Nansha, con sede nell’isola artificiale di Fiery Cross nell’arcipelago delle Spratly, e il distretto di Xisha nell’isola di Woody, a guardia delle isole Paracelso. Ottanta isolotti disabitati sono stati ribattezzati con nomi cinesi. Il paese che maggiormente ha protestato per questa violazione della legalità internazionale è stato il Vietnam, che rivendica la sovranità su queste isole.  

Il bullismo della Cina

Michael Pompeo ha colto la palla al balzo per unirsi al coro di quanti biasimano l’espansionismo cinese nelle acque asiatiche, e per prefigurare una coalizione dei volonterosi anti-cinese che vada al di là delle consuete condanne verbali che vanno avanti dai tempi di Hillary Clinton segretario di Stato. Dal 20 aprile tre navi da guerra americane, poi raggiunte da una fregata australiana, hanno preso a pattugliare il Mar cinese meridionale con chiari intenti dissuasivi. «Attraverso la nostra presenza operativa nel Mar cinese meridionale lavoriamo coi nostri alleati per promuovere la libertà di navigazione e i princìpi internazionali che sostengono la sicurezza e la prosperità», ha dichiarato il portavoce del comando navale americano indo-pacifico. Il 22 aprile nel corso di una conferenza stampa al Dipartimento di Stato Pompeo ha affermato: «Avete visto che il Partito comunista cinese sta esercitando pressioni militari su Taiwan e coercizione sui suoi vicini nel Mar cinese meridionale, arrivando al punto di affondare un peschereccio vietnamita. Gli Stati Uniti si oppongono al bullismo della Cina; speriamo che anche altre nazioni chiederanno loro conto di quello che stanno facendo. Stasera ci collegheremo in teleconferenza con tutti i paesi membri dell’Asean per un incontro presieduto da me e dal presidente di turno laotiano».

Il ruolo dell’India

Pur irritati e frustrati per il comportamento della Cina, i paesi dell’Asean esitano ad affondare i colpi di una polemica anti-cinese per evidenti ragioni economiche e di vicinato, come dimostra l’avanzamento dei negoziati per l’area di libero scambio Rcep. La Malaysia addirittura non menziona la Cina nelle sue note di protesta relative alle navi cinesi che compiono prospezioni petrolifere nelle sue acque. Nelle Filippine Rodrigo Duterte, salito alla presidenza nel 2016, ha intensificato i rapporti con la Cina e allentato quelli con gli Stati Uniti. Mentre cercano di recuperare il prestigio perduto nei rapporti con l’Asean, gli Stati Uniti sanno bene che una politica anti-cinese in Asia deve appoggiarsi necessariamente sull’India, che è il paese che ha finora impedito l’approvazione del Rcep. Già nel febbraio scorso Trump aveva evocato una rivitalizzazione del Quad, l’Iniziativa quadrilaterale per la sicurezza che riunisce India, Giappone, Australia e Stati Uniti e che ha tenuto cinque incontri al vertice fra il 2017 e il 2019. Il 20 marzo i paesi del Quad hanno organizzato una teleconferenza con altri tre paesi (Corea del Sud, Vietnam e Nuova Zelanda) per decidere una strategia comune nella lotta al Covid-19 e alle sue conseguenze sul sistema economico. La stampa indiana ha prontamente ribattezzato la riunione “Quad-Plus”, alludendo a una nuova alleanza strategica in gestazione.