Il caso tragico di un gay suicida utilizzato per «includere l’omofobia tra i reati di opinione»

Escono sui giornali le telefonate alla Gay Help Line di Simone, il 21enne omosessuale che si è tolto la vita a Roma. E subito i promotori della legge Scalfarotto le impugnano come arma impropria

Il Corriere della Sera riporta oggi alcuni brani delle telefonate alla Gay Help Line da parte di Simone, il 21enne gay che si è tolto la vita nella notte tra il 26 e il 27 ottobre gettandosi dall’undicesimo piano di un palazzo a Roma. Si tratta di documenti «acquisiti dalla Procura capitolina che indaga, al momento contro ignoti, con l’ipotesi di istigazione al suicidio», specifica l’autore dell’articolo Fulvio Fiano.

«Ciao… mi chiamo Simone… e ho 21 anni… volevo dirti… i ragazzi che si sono… suicidati… perché dicevano che erano gay… io capisco come si sentivano… il loro stato d’animo… alle volte viene anche a me la voglia di farlo…».

«Volevo qualcuno con cui parlare».

«Sono uno studente di scienze infermieristiche… faccio il tirocinante… quando passo nei corridoi sento le voci alle mie spalle… si chiedono se sono “frocio”… gay… i colleghi… li vedo che mi indicano… fanno battutine».

«Sono stufo di prese in giro e vessazioni… va avanti così da quando andavo alle medie… e poi le superiori… l’università… ora al lavoro».

«A scuola mi prendevano in giro… mi trattavano male… erano più aggressivi… adesso mi sento gli occhi addosso… avverto la discriminazione dei colleghi».

Gli estratti di queste telefonate, che in totale sarebbero una decina secondo il Corriere della Sera, alcune delle quali effettuate in forma anonima, sono – scrive il quotidiano milanese – «una sintesi fatta dagli operatori» di Gay Help Line, un «contact center antiomofobia e antitransfobia per persone gay, lesbiche e trans gestito dal Comune di Roma con la Regione Lazio e la Provincia di Roma e il cui personale è composto da volontari delle associazioni omosessuali».

A segnalare la delicatezza della vicenda contribuisce sicuramente il fatto che Simone nelle sue chiamate «non fa nomi né descrive episodi», così come non aveva lasciato riferimenti precisi nella lettera ritrovata all’interno del suo borsello, dove aveva scritto: «L’Italia è un Paese libero ma ci sono gli omofobi. Chi ha questi atteggiamenti deve fare i conti con la propria coscienza». Sono tutte documentazioni di un disagio evidente all’interno del quale occorrerebbe scavare con discrezione, apertura mentale e ragionevolezza. Gli stessi magistrati ad oggi hanno più domande che risposte. Eppure, purtroppo, invece di tentare di capire Simone, i promotori dei “diritti gay” hanno preso da subito a sventolarlo come una bandiera nella campagna per l’approvazione della legge sull’omofobia.

Addirittura Fabrizio Marrazzo, fondatore del Gay Center, ne approfitta per scoprire le carte e dichiarare finalmente il reale intento di questa gigantesca operazione ideologica: «Serve prevenzione, includendo l’omofobia tra i reati di opinione. Non so come finirà l’inchiesta, ma quella di Simone potrebbe essere uno dei troppi casi in cui tante voci diventano una sola. Tutti colpevoli, nessun colpevole. E serve sensibilizzazione. Ancora oggi incontriamo grandi difficoltà per andare a parlare nelle scuole».