«I nuovi martiri hanno cambiato il volto del cristianesimo in Nigeria»

Di Leone Grotti
07 Settembre 2026
Intervista a Matthew Hassan Kukah, vescovo di Sokoto: «Gli scontri tra cristiani e musulmani in Nigeria sono fomentati da potenze straniere. L'Europa ha dimenticato di chi è figlia»
La chiesa di St. Francis di Owo, in Nigeria, dopo l’attacco terroristico della domenica di Pentecoste nel 2022 (foto Ansa)
La chiesa di St. Francis di Owo, in Nigeria, dopo l’attacco terroristico della domenica di Pentecoste nel 2022 (foto Ansa)

Matthew Hassan Kukah è uno dei vescovi più autorevoli di uno dei paesi dove la crescita della Chiesa cattolica è costante: la Nigeria. Con i suoi oltre 35 milioni di cattolici (e più di 100 milioni di cristiani) e un tasso di partecipazione alla messa che supera il 94 per cento (secondo le statistiche, il più alto al mondo), la Nigeria sta diventando una roccaforte in continua espansione del cattolicesimo globale.

Il paese dell’Africa occidentale non è importante solo per ragioni numeriche: l’esplosione della fede si accompagna infatti a una persecuzione senza precedenti. Secondo l’ultimo rapporto di Open Doors, sono nigeriani il 71 per cento dei cristiani uccisi per la loro fede nel mondo.

L’epicentro dell’epidemia di massacri e rapimenti in Nigeria si trova proprio in quella Middle Belt da cui Kukah proviene, essendo nato ad Anchuna, nello stato di Kaduna. Dal 2011 il vescovo, che è anche membro da sei anni del Dicastero vaticano per la promozione dello sviluppo umano integrale, è titolare della diocesi di Sokoto, nel nord del paese, dove vige la sharia e «i cristiani sono invisibili».

Dai padiglioni del Meeting di Rimini, monsignor Kukah parla a Tempi della crisi di violenza in Nigeria e delle sofferenze dei cristiani, spesso acuite dalla complicità dell’Occidente.

Il vescovo di Sokoto, nel nord della Nigeria, Matthew Hassan Kukah al Meeting di Rimini
Il vescovo di Sokoto, nel nord della Nigeria, Matthew Hassan Kukah al Meeting di Rimini (foto Tempi)

Monsignor Kukah, negli ultimi 25 anni le violenze ai danni dei cristiani, soprattutto nel nord della Nigeria, sono aumentate a dismisura. Nello stesso periodo anche il numero di fedeli è aumentato. Esiste un legame tra i due fatti?
In Nigeria siamo profondamente convinti che la salvezza sia radicata nella croce di Cristo. E le tante testimonianze eccezionali di fede di questi anni hanno fortificato, rinnovato e cambiato completamente il volto del cristianesimo in Nigeria.

Può farci qualche esempio?
Michael Nnadi, di cui forse avrete sentito parlare, era un mio seminarista. Aveva appena 18 anni nel 2020 quando è stato rapito e ucciso dai terroristi. E come uno degli assassini ha detto, lo hanno ucciso solo perché lui aveva avuto il coraggio di guardarli in faccia e di spingerli a pentirsi, implorandoli di dare la vita a Cristo. Loro, musulmani, si sono infuriati e lo hanno ammazzato.

La storia di Michael ha fatto il giro del mondo.
Ma ce ne sono tante altre, meno conosciute. Nella stessa settimana in cui Michael è stato ucciso, una donna, una delle nostre parrocchiane, è stata sequestrata insieme ad alcuni dei suoi fratelli e due sue figlie. Suo marito ha negoziato la loro liberazione, ha pagato molto denaro ma i banditi hanno trattenuto sua moglie. Quando anche lei doveva essere liberata, i banditi le hanno detto: «Non ti lasceremo andare fino a quando non dormirai insieme al nostro capo». Lei rispose: «Non avrete il mio onore. Se vuole, può dormire con il mio cadavere ma non con me». Allora le hanno sparato. Queste storie di fede e di resilienza sono continua fonte di ispirazione per tutti noi.

Anche l’Europa dovrebbe imparare da questi testimoni?
Non so se l’Europa abbia più voglia di imparare qualcosa, sembra il popolo d’Israele del Deuteronomio al quale Mosè dice: «Non dimenticare il Signore, tuo Dio, che ti ha fatto uscire dalla terra d’Egitto, dalla condizione servile». Io penso che l’Europa si sia dimenticata di chi è figlia e sulle spalle di chi ha costruito tutto ciò che ha. L’Europa è stata disonesta.

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Perché?
Ha raggiunto un tale livello di benessere da illudersi di non avere più bisogno di Dio. Gli europei si sono costruiti degli idoli – i soldi, il potere – e ora vanno più allo stadio che in chiesa. Ma il benessere dà un falso senso di soddisfazione, la gente percepisce che la vita è vuota ed è per questo che vediamo così tanti suicidi in Occidente. Noi in Africa abbiamo tanti problemi, ma è importante che capiamo quanto è pericoloso voltare le spalle a Cristo e non ripetere gli stessi vostri sbagli.

Da dove nasce la crisi nigeriana e perché il paese più forte dell’Africa non riesce a contenere l’epidemia di violenza?
Le cause sono tante e tutte intrecciate. Parlare solo di un problema religioso tra cristiani e musulmani è sbagliato. Non che questo non ci sia: è sempre esistito e forse sempre esisterà. Ma ci sono interessi più grandi dietro a questa ondata di violenza. Tante persone sequestrate, portate nella foresta e poi liberate hanno parlato di grandi casse di armi che arrivano via elicottero a questi gruppi. Ci sono tante domande senza risposta. Noi ci chiediamo sempre: chi arma queste bande, questi terroristi? E soprattutto perché?

Siete riusciti a darvi una risposta?
Ci sono potenze straniere che cercano di mettere le mani sul nostro paese. Un tempo l’Europa voleva l’Africa per gli schiavi, poi per il petrolio e ora per i cosiddetti minerali critici. Per noi non sono critici, ma per l’Occidente sì. Nella Middle Belt della Nigeria, nelle aree dove sono maggiori gli scontri e dove intere comunità vengono sfollate, ci sono ingenti giacimenti. E tutti vogliono approfittarsene.

Protesta in Nigeria in seguito all'ennesimo attacco contro i cristiani
Protesta in Nigeria in seguito all’ennesimo attacco contro i cristiani (foto Ansa)

Chi?
Per primi sono arrivati i cinesi, ora americani ed europei vogliono far loro concorrenza. E la Nigeria è diventata un campo di battaglia. Qualcuno pensa che i cinesi siano meglio degli americani, io penso che i padroni siano tutti uguali e che l’Africa debba essere lasciata in pace.

Crede che tutte le inefficienze dello Stato nigeriano possano essere imputabili all’Occidente?
Sicuramente no, ma molte tensioni e problemi derivano dal fatto che la presenza dei musulmani in politica e nell’esercito è sproporzionata. E questo ha radici storiche, perché i colonizzatori britannici sfruttarono il Califfato presente nel nord della Nigeria per governare indirettamente e concentrarono lì il potere. Parte dell’inefficienza della nostra democrazia deriva da questo errore storico.

Lei vive a Sokoto, capitale dell’omonimo stato nigeriano, uno dei dodici dove vige la sharia. È difficile per un cristiano?
Certamente. Sappiamo che l’islam crede nella teocrazia, non nella democrazia, e in questi stati i governanti si comportano come se noi cristiani non esistessimo. Non ci è permesso ad esempio di costruire scuole o chiese. Sono tanti anni che cerco di costruire una chiesa e ogni volta l’amministrazione se ne esce con un problema diverso.

Il vescovo nigeriano di Sokoto durante una conferenza al Meeting di Rimini
Il vescovo nigeriano di Sokoto durante una conferenza al Meeting di Rimini (foto Meeting)

Perché i cristiani vengono ostacolati?
I musulmani temono che possiamo crescere di numero. Il 40 o 50 per cento delle risorse federali va ai singoli stati e i fondi dovrebbero essere per tutta la popolazione. Ma nel nord il denaro viene speso solo per i musulmani. Ci sono aree interamente cristiane nella Nigeria settentrionale dove non esistono strutture, né la corrente elettrica o l’acqua. Nessuno si occupa di quella gente.

Il governo federale non controlla?
Non ha la capacità di controllare come vengono utilizzate le risorse. I cristiani purtroppo sono discriminati nel nord, anche sul lavoro: chi viene assunto difficilmente può fare carriera. Eppure non ci scoraggiamo: a Sokoto abbiamo scuole, una struttura ospedaliera frequentata anche da musulmani, un centro con 250 computer per avvicinare i giovani. Con poche risorse riusciamo a fare tanto.

Sokoto è finita sotto i riflettori mondiali quattro anni fa, quando una giovane universitaria, Deborah Samuel, fu linciata e bruciata per false accuse di blasfemia. Nessuno è stato condannato per quel brutale assassinio. Come mai?
Quando fu uccisa, il governatore di Sokoto istituì una commissione d’inchiesta per indagare sul caso. Poi quando scoppiarono movimenti di protesta popolare, nei quali fu quasi distrutta la mia cattedrale, il governatore si tirò indietro.

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Perché?
Perché aveva paura per il proprio futuro politico. Quello che io continuo a dire da decenni è che gli estremisti ci saranno sempre e sottolineo che sei mesi dopo l’uccisione di Deborah, anche un musulmano è stato ucciso per lo stesso motivo, ma nessuno ha ripreso la notizia. Ciò che conta è che lo Stato nigeriano difenda i diritti umani dei cittadini, a prescindere dalla loro religione, perché se i crimini non vengono sanzionati si genera un pericoloso clima di impunità. È su questo che bisogna lavorare.

La Chiesa che cosa sta facendo da questo punto di vista?
La mia organizzazione, il Kukah Centre, si sta battendo non solo per insegnare i diritti umani nelle scuole, ma anche per difendere i cittadini in casi specifici. Deve essere ribadito nella pratica il diritto di cambiare religione, chi brucia le chiese deve essere condannato, non può tornare subito a piede libero.

Non fanno bene i cristiani a protestare contro il governo?
Noi africani ci vantiamo di essere resilienti e questo è un pregio. Ma dobbiamo imparare a pretendere di più dalle istituzioni. Un certo livello di qualità della vita non è negoziabile. Però voglio dire anche un’altra cosa.

Prego.
Lamentarsi e protestare va bene, poi però bisogna andare nei tribunali e fare causa. Il movimento per i diritti civili negli Stati Uniti deve essere il nostro modello. Noi cristiani dobbiamo smetterla di essere timidi.

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