«Guarda, ora aiuterò la mamma a morire». L’eutanasia arruola i bambini

Dalla British Columbia un prontuario per coinvolgere nel suicidio assistito di mamma e papà anche i figli di 4 anni. Il marketing senza scrupoli dei persuasori di morte

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Come normalizzare il suicidio assistito se non trascinando un bambino al capezzale della sua mamma, costringerlo ad assistere all’iniezione letale e spiegarci che tutto questo è per il bene del bambino stesso?

La facoltà di medicina dell’Università della British Columbia, provincia canadese che insieme a Ontario e Quebec vanta il tasso più alto di decessi da morte assistita (la stessa provincia, per capirci, che ha appena deciso di ritirare i fondi a un hospice convenzionato che fornisce cure palliative perché si è rifiutato di uccidere con l’eutanasia i suoi pazienti), pubblica un intervento melenso della dottoressa Susan Woolhouse. L’esperta di cure palliative e somministrazione di Maid (Medical Assistance in Dying) ha «avuto il privilegio di essere coinvolta in circa 70 decessi assistiti» e auspica che i bambini vengano arruolati nella battaglia per l’eutanasia.

VEDER MORIRE UN GENITORE È «TERAPEUTICO»

Dimenticate le cronache dai suicidi assistiti degli over 70, le immagini, i video e i servizi dedicati a centinaia a coloro che in punto di morte amano circondarsi di figli e nipoti ormai adulti, con i quali condividere l’ultimo brindisi e l’amministrazione del diritto a farla finita insieme a loro: un giorno la dottoressa si trovò alle prese con il caso di un quarantenne che aveva figli piccoli e fu allora che «l’istinto mi disse che coinvolgerli nella procedura Maid della persona amata sarebbe stata probabilmente una delle esperienze più importanti e terapeutiche per un bambino. Le mie esperienze passate nei reparti di cure palliative mi avevano rassicurato sul fatto che i bambini avrebbero tratto beneficio dalla testimonianza della morte di una persona cara. Perché con il suicidio assistito avrebbe dovuto essere diverso?».

INTEGRARE I BAMBINI NELLA PROCEDURA MAID

Per la dottoressa non c’è alcuna differenza tra veder morire o vedere uccidere un proprio caro, tanto più che «man mano che i canadesi acquisteranno consapevolezza di poter usufruire del Maid, le richieste aumenteranno anche tra i giovani, coinvolgendo di conseguenza un numero sempre maggiore di bambini». Prenderne atto è importante quanto usare le parole giuste, se le persone infatti «normalizzano il Maid», fornendo ai piccoli «informazioni oneste, compassionevoli, senza pregiudizi», non c’è ragione di pensare che anche loro non debbano diventare parte della fine del «viaggio della vita di chi hanno amato»: «Se gli adulti normalizzeranno il Maid, anche i bambini lo faranno».

«PUOI DARE UN’OCCHIATA ALLE SIRINGHE»

Ecco quindi come la dottoressa Woolhouse spiega e suggerisce ai professionisti di spiegare l’eutanasia a un bambino piccolo. Dicendo:

«In Canada, quando qualcuno ha una malattia che porterà il suo corpo a morire, può aspettare che ciò accada oppure può chiedere aiuto a un medico. Il medico o l’infermiere utilizza un farmaco che impedisce al corpo di funzionare e lo fa morire. E questo viene fatto in modo non doloroso».

Secondo il medico «queste conversazioni possono essere facilmente intrattenute con bambini di 4 anni». Per esempio il medico che somministra il farmaco letale può mostrare l’attrezzatura che utilizzerà al bambino:

«Ho un vassoio con le cose che userò per aiutare il tuo caro a morire. Questi includono farmaci e siringhe. Li lascerò su questo tavolo e se vuoi dare un’occhiata puoi farlo. Starò accanto al tavolo e puoi farmi qualsiasi domanda».

«DIVENTERÀ FREDDA. FORSE CAMBIERÀ COLORE»

Dopo di che è importante non usare eufemismi: la mamma muore, non dorme, e quindi non si risveglierà, per questo andrà spiegato bene a un bambino cosa accadrà con l’iniezione:

«Le darò un farmaco per un periodo di circa dieci minuti. Questo farmaco la farà sembrare molto stanca e poi entrerà molto rapidamente in coma. Ciò significa che non sarà più in grado di sentire, vedere o sentire alcun dolore. Potresti sentire strani suoni respiratori, tuttavia questi non le causeranno alcun dolore. La sua pelle diventerà più fredda e forse cambierà colore. Smetterà di muovere il suo corpo. Il suo cuore alla fine smetterà di battere e questo significherà che il suo corpo è morto. Quando un corpo muore, non può più vedere, sentire».

L’importante è che una volta deceduta il medico smetta di chiamare la persona amata dal bambino per nome, «per aiutarli a capire che quella persona non è più viva». Dicendo ad esempio: «Tua mamma è stata davvero speciale per te. So che sei triste per il fatto che tua madre sia morta. Ti piacerebbe trascorrere più tempo con il suo corpo?», l’importante è che la mamma diventi un corpo.

LE DOMANDE CHE NON MUOIONO

La dottoressa suggerisce infine di aiutare i bambini a prendere confidenza con la stanza in cui verrà somministrato il suicidio assistito, nonché a lasciare loro del tempo per stare col corpo del proprio caro, capire che il suo cuore non batte più, un’ottima idea potrebbe essere anche «creare un “abbraccio” per avvolgere la persona amata mentre muore» (allega dispensa su come far decorare un lenzuolo ai bambini che abbracci il parente durante la morte).

Basta questo, spiegare a un bambino come verrà uccisa sua madre, per mettere a tacere le domande che lo accompagneranno quando sarà un adolescente, un adulto, basterà un discorso procedurale e calibrato sui quattro anni di età per uccidere con la madre la possibilità che egli si chieda il significato di quella siringa, «perché mia mamma ha voluto uccidersi?».

IL NUOVO MARKETING DELL’EUTANASIA

Fior di ricercatori, ha sottolineato Michael Cook, editorialista di MercatorNet, hanno abbondantemente spiegato come la morte di un animale domestico venga ricordata come «il peggior giorno della mia vita» dalla maggior parte dei bimbi che si sono misurati con la perdita di un cane, un gatto, un pesce. Come sarà ricordare il giorno in cui la madre o il padre hanno deciso di lasciarli orfani? E come si spiegheranno quella decisione se non vi è traccia di sofferenza, come ripetono ossessivamente i medici ai bambini («non prova dolore, non sente nulla»), che possa giustificare ai loro piccoli occhi un gesto estremo come quello di aver deciso di abbandonarli prima del tempo? La dottoressa Woolhouse ha però ragione su una cosa, ha notato Cook, a ben vedere: se vuoi normalizzare l’eutanasia, quale strumento di marketing potrebbe eguagliare in efficacia e potenza quello offerto dalle foto, le immagini, le nuove cronache sui bambini che la osservano mentre pratica ai loro cari un’iniezione letale?