Vi hanno detto che la Grecia è tornata a crescere. E il bello è che ci avete anche creduto

La Grecia torna a crescere? Piano con l’entusiasmo. «L’economia non è in recessione. Non è nemmeno in ripresa. È semplicemente crollata». E le politiche europee imposte ad Atene sono «un fallimento epico»

Evviva, evviva! Le gazzette finanziarie del mondo intero esultano: la Grecia è tornata sui mercati finanziari. Sì, il paese che quattro anni fa era sull’orlo della bancarotta e rischiava di trascinare nel baratro con sé l’intero sistema della moneta unica europea; l’economia oggetto del più grande programma di ristrutturazione del debito pubblico della storia (107 miliardi di euro di tagli del valore nominale dei bond detenuti da privati, 246 miliardi di euro di prestiti per il salvataggio vero e proprio); il debitore sovrano i cui titoli decennali erano arrivati a richiedere teorici tassi d’interesse del 40 per cento all’inizio del 2012.

Dieci giorni fa questo bell’esemplare di irresponsabilità finanziaria ha piazzato bond quinquennali per un valore di 3 miliardi di euro al modico tasso d’interesse del 5 per cento. Da stropicciarsi gli occhi. Il ragazzo ha fatto i compiti a casa che i tre arcigni professori (la “troika” composta da Fondo monetario internazionale, Unione Europea e Banca centrale europea) gli hanno imposto, e i risultati si vedono: con un anno d’anticipo addirittura sulla tempistica dei memorandum firmati con la troika, la Grecia ha potuto registrare alla fine del 2013 un avanzo primario del suo bilancio di 1,5 miliardi di euro, pari all’1,5 per cento del suo Pil. Il quale ha ripreso a crescere dopo sei anni consecutivi di contrazioni a partire dal 2008: alla fine del 2014 si dovrebbe registrare uno 0,6 per cento in positivo, destinato a trasformarsi in un tonico più 2,9 per cento l’anno prossimo.

L’economia greca è in ripresa? Lo spettro di una crisi sistemica che dalla Grecia investirebbe tutta l’eurozona si è dissolto alle prime luci del giorno? Non parrebbe proprio. «L’economia greca non è in recessione. Non è nemmeno in ripresa. È semplicemente crollata», scrive Wolfgang Münchau, l’enfant terrible del Financial Times. L’economista greco Costas Lavapistas parla di «stabilità raggiunta sulle macerie». Sul Daily Telegraph Ambrose Evans-Pritchard definisce le politiche della troika «un fallimento epico che sarà analizzato per anni dagli studiosi» e «un esperimento crudele a cui è stato sottoposto il popolo greco». Esagerazioni? Sia le statistiche macroeconomiche che quelle settoriali dicono di no. Anzitutto la crescita del Pil quest’anno e l’anno prossimo è un rimbalzino da niente se messa in prospettiva: fra il 2008 e la fine dello scorso anno il Pil greco si è contratto del 27 per cento. Sei anni consecutivi di recessione di un paese industrializzato in tempo di pace non si erano mai visti, nemmeno al tempo della Grande Depressione. Ne è conseguito che il rapporto fra il debito pubblico e il Pil, nonostante feroci tagli alla spesa pubblica, agli stipendi e alle pensioni, è nettamente peggiorato anziché migliorare: nel 2009 il debito pubblico rappresentava il 127 per cento del Pil, oggi ammonta al 175 per cento.

Poi c’è il problema della disoccupazione: nel 2009, quando la crisi si profilava, riguardava il 7,5 per cento della manodopera, oggi è arrivata al 28 per cento, con una fantascientifica punta del 60,4 per cento fra i giovani sotto i 25 anni. Il numero dei greci attivi nell’economia è il più basso da 33 anni a questa parte. Tre milioni e mezzo di occupati sostengono 4,7 milioni di disoccupati e di non attivi. È questo spaventoso tasso di disoccupazione che permette di mantenere bassissimi gli stipendi di chi lavora, senza timore che le proteste (36 scioperi generali dal 2010 ad oggi) si traducano in rivolta sociale. Il salario minimo è stato ridotto dai 751 euro del 2009 ai 586 attuali, che scendono a 489 per i giovani sotto i 25 anni. La forchetta dei tagli salariali generali compiuti dal governo a partire dal 2010 va dal 30 al 40 per cento (quest’ultimo valore riguarda in particolare gli stipendi degli insegnanti).

Come ha fatto il governo ad arrivare all’avanzo primario di bilancio? Non certo con le privatizzazioni, che non sono decollate per motivi anche ragionevoli: nel clima generale di depressione e deflazione, sarebbe toccato vendere i beni statali per un tozzo di pane. Licenziamenti e prepensionamenti nella pubblica amministrazione e tagli della spesa previdenziale e statale sono stati lo strumento principale. Le pensioni sopra i 1.000 e sopra i 1.500 euro sono state più volte sforbiciate, e anche quest’anno ci saranno tagli che vanno dal 5 al 15 per cento. Il bilancio dell’educazione è diminuito del 28 per cento fra il 2008 e il 2013, quello della sanità dell’11 per cento e la spesa farmaceutica è passata dai 4,37 miliardi di euro del 2010 ai 2 miliardi e poco più previsti per quest’anno. In parte si è trattato di benvenute razionalizzazioni, ma in gran parte anche di incisioni nella carne viva. I tagli nei programmi per i tossicodipendenti, per la dezanzarizzazione e per i servizi di salute mentale sono sfociati nel boom delle infezioni da Hiv fra chi si inietta eroina (da 29 casi nel 2009 a 482 nel 2012), nella ricomparsa della malaria e nel raddoppio del numero dei suicidi.

La roadmap voluta dalla troika
Più in generale, la fotografia della società greca dopo sei anni di crisi e quattro di cura della troika è quella di una comunità umiliata e sull’orlo della rovina, assolutamente non in grado di mettere in moto un ciclo di espansione economica. Il 23,7 per cento dei greci si trova sotto la soglia della povertà e il 25 per cento rischia lo stesso destino; il 48,6 per cento dei nuclei familiari vive principalmente grazie alla presenza di un percettore di pensione al suo interno. Il 72 per cento delle famiglie (cioè 2,3 milioni su 2,8) hanno debiti col fisco che non sono in grado di estinguere. E anche con le banche: il 42 per cento dei prestiti delle banche ai privati (mutui, canoni di carte di credito e prestiti personali) sono diventati crediti in sofferenza. Il 30 per cento della popolazione non ha più copertura sanitaria perché è venuta meno la copertura assicurativa legata alla posizione di lavoro dipendente. Non essendo più in grado di pagare bollo e assicurazione automobilistica, fra il 2010 ed oggi 600 mila greci hanno disimmatricolato la propria auto, consegnando la targa in prefettura e immobilizzando all’interno di proprietà private il loro veicolo.

Secondo la roadmap fissata nei memorandum firmati da governo greco e troika, la Grecia deve portare il rapporto debito/Pil al 124 per cento entro il 2020 e sotto al 110 per cento entro il 2022. Per arrivare a tanto, sarebbero necessari avanzi primari di bilancio dell’ordine del 4-4,5 per cento annuo a partire da quest’anno per un decennio di seguito. Come possa l’esausta Grecia raggiungere tali obiettivi partendo dalla situazione sopra descritta, è qualcosa che appartiene al regno della fantasia. Perché allora i mercati finanziari hanno mostrato tanto entusiasmo per l’emissione di bond greci? Per fattori esterni alle politiche attuate da Atene. Anzitutto la famosa frase di Mario Draghi, pronunciata nel luglio 2012, secondo cui la Bce «è pronta a fare tutto quello che è necessario per conservare l’euro» continua a produrre effetti come una vera e propria formula magica: ha contribuito in misura decisiva a smorzare la speculazione sui titoli del debito italiano e spagnolo, mantenendo lo spread coi titoli tedeschi a livelli tollerabili, e ora permette alla Grecia di tornare sui mercati finanziari con senso di sicurezza. A ciò si aggiunga l’attesa quasi spasmodica che la Bce, superate le sempre più flebili resistenze tedesche, dia il via a politiche di quantitative easing (alleggerimento quantitativo), cioè l’acquisto di titoli, anche tossici, dagli istituti finanziari, per abbassare i loro tassi di interesse e creare base monetaria. Il terzo elemento su cui si sono basati gli investitori per buttarsi a pesce sui bond greci è il fatto che ormai il debito pubblico di Atene è detenuto per l’80 per cento dal Fondo monetario internazionale (Fmi) e dagli stati membri dell’Unione Europea. Questo fa sì che le probabilità di default siano molto basse, anche perché – e arriviamo al quarto fattore – Fmi e stati dell’Unione si stanno rivelando dei creditori particolarmente generosi. Mentre a parole respingono le richieste greche di ristrutturazione del debito, cioè di remissione di una parte di esso, nei fatti stanno applicando concessioni che equivalgono a cancellazioni mascherate.

E alla scadenza dei prestiti?
Oramai la maturità media del debito greco, cioè il termine di tempo entro il quale il prestito va interamente restituito, si aggira attorno ai 17 anni e mezzo, a fronte di tassi di interesse del 2 per cento circa. E già circolano proposte di estendere ancora di più i termini per la restituzione, fino a 30 e a 50 anni, e con tassi di interesse inferiori al 2 per cento. Questa sarebbe davvero una ristrutturazione del debito che non dice il suo nome. Intanto c’è la certezza che prima del 2023 la Grecia non dovrà restituire alcun prestito a Fmi e Unione Europea. E questa per investitori che si sono visti offrire titoli a scadenza quinquennale è una vera cuccagna. Naturalmente c’è ancora chi, soprattutto da parte tedesca, propone di offrire un terzo pacchetto di aiuti nell’estate prossima, in caso di bisogno. Ma su questo versante Atene nicchia giustamente: un terzo salvataggio giungerebbe accompagnato da nuove, severe condizioni. Il governo di Antonis Samaras ha deciso di pagare sui mercati tassi di interesse del 5 per cento, anziché chiedere altro denaro a Unione Europea e Fmi che finora hanno fornito prestiti attorno al 2 per cento, proprio per garantirsi maggiori margini di manovra nella politica economica e fiscale interna. Coi sondaggi che danno la sinistra radicale di Syriza guidata da Alexis Tsipras in vantaggio di un punto e mezzo percentuale sul partito del premier Nea Dimokratia alle elezioni europee del 25 maggio, il governo ha bisogno di non dover sottostare a nuovi diktat europei che farebbero perdere altri voti, e di dimostrare all’elettorato che quanto sin qui fatto dall’esecutivo, con misure dolorosissime, ha però ricreato la fiducia dei mercati e quindi anche restituito un po’ della sovranità nazionale messa fra parentesi negli ultimi anni.

A Syriza che ha accusato il governo di sprecare i soldi dei greci per il fatto di pagare interessi del 5 per cento agli investitori internazionali, mentre i prestiti europei implicano un esborso del 2 per cento, Samaras ha avuto buon gioco nel replicare che fino a ieri era proprio Tsipras che accusava il governo per avere accettato i soldi al 2 per cento di Fmi ed Europa, erogati però a prezzo di feroci tagli alla spesa pubblica, ai salari e ai diritti dei lavoratori. Resta comunque il fatto che la riconquistata fiducia dei mercati è una fiducia a cinque anni, commisurata alla certezza che entro tale lasso di tempo il sostegno di Europa e Fmi alla Grecia non verrà meno. E dopo? Quando si tratterà di restituire i prestiti? Quando le attese di ripresa economica a lungo termine non si materializzeranno? Quando l’indebitamento nel lungo termine non sarà più sostenibile? Nessuno ha la risposta. Münchau ha avanzato una proposta indecente. A questo punto, dice, la Grecia potrebbe dichiarare default: dal punto di vista greco, questo è il momento migliore per farlo. Adesso che le condizioni per avanzi primari di bilancio sono state create, Atene potrebbe giocare la sua mano di poker.

Non c’è default dopo un default
La sequenza potrebbe essere questa: «La Grecia dichiara default su tutto il suo debito estero. Istituisce una nuova valuta che verrebbe immediatamente svalutata. Per consolidare il guadagno competitivo – per trasformarlo in una vera svalutazione – servirebbe una banca centrale con un obiettivo di inflazione credibile e una manodopera e mercati dei beni sufficientemente deregolamentati. Non è una scelta facile, sarebbero necessarie riforme strutturali più ampie di quelle realizzate. Uno scenario del genere metterebbe in fuga gli investitori nell’immediato, ma si potrebbe contare sul fatto che rapidamente dimenticherebbero e farebbero ritorno velocemente. Dopo tutto, la probabilità di un default è minima, subito dopo che ha avuto luogo un default! A quel punto, una Grecia riformata risulterebbe molto attraente per gli investitori stranieri, e non solo per quelli finanziari».

Strano scenario, questo, che sembra sintetizzare le posizioni espresse da Syriza e dal governo Samaras. Il tempo dirà se si tratta solo della fantasia di un visionario. Che scrive sul Financial Times.