Gran Muftì dell’Iraq appoggia i terroristi islamici: «È una rivoluzione popolare»

Secondo la più alta carica religiosa sunnita del paese «il nostro unico obiettivo è porre fine all’ingiustizia di Maliki e di coloro che lo seguono»

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iraq-gran-mufti-sunnita-isil-sciitiIl Gran Muftì dell’Iraq, la più alta carica religiosa sunnita del paese, ha pubblicamente parlato in favore dei terroristi islamici che hanno invaso il paese conquistando Mosul, la seconda città più grande dell’Iraq, e si stanno dirigendo verso la capitale Baghdad. Rafi Al Rifai ha dato infatti la colpa di quello che sta succedendo al governo sciita di Al Maliki.

«RIVOLUZIONE POPOLARE». «I rivoluzionari tribali agiscono per cambiare completamente il processo politico in Iraq – ha dichiarato -. Quindici fazioni armate stanno prendendo parte alla rivoluzione contro il governo a causa dell’ingiustizia a cui sono stati sottomessi gli arabi sunniti». Per il Gran Muftì non si tratta di un’invasione da parte di estremisti islamici ma di «una rivoluzione popolare alla quale il popolo iracheno partecipa a fianco dei gruppi armati».

«IL NOSTRO UNICO OBIETTIVO». Rafi Al Rifai aggiunge che «il nostro unico obiettivo» non è instaurare un califfato islamico, come già fatto dallo Stato islamico dell’Iraq e del Levante (Isil) a Mosul, ma «porre fine all’ingiustizia di Maliki e di coloro che lo seguono, che hanno distrutto il paese, rubato le sue ricchezze, ucciso il suo popolo e distrutto i suoi santuari sacri».

«CAMBIARE REGIME, NON LE STATUE». Il rischio, però, è che alle ingiustizie perpetrate da Al Maliki si sostituiscano quelle dell’Isil, che dopo aver massacrato centinaia di soldati sciiti ha già annunciato con un editto di voler distruggere tutti i luoghi sacri degli sciiti e dei cristiani.
A riguardo, il Gran Muftì ha dichiarato come riporta AsiaNews: «Incidenti come questo non dovrebbero accadere. Non siamo venuti per distruggere le statue (come quella della Madonna a Mosul, ndr) o per stabilire un modello speciale. Vogliamo che la gente viva in sicurezza. Noi non siamo responsabili per quello che l’Isil sta facendo, poiché non è degno di uno Stato. Siamo venuti a cambiare un regime, non delle statue».

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