Gli italiani sono somari e la colpa è del centralismo. Togliamo la scuola allo Stato che spende tanto e male

Andrea Ichino sul Corriere della Sera dopo i pessimi risultati registrati nel nostro paese dai test Ocse: basta dirigismo, diamo la scuola a chi la sa fare

A quanto pare, la campagna anti-statalista sulla scuola capitanata da Andrea Ichino (qui l’intervista concessa a tempi.it) sta segnando una vera e propria svolta anche per il Corriere della Sera. Nell’edizione odierna del quotidiano, infatti, il professore dell’European University Institute si è guadagnato la prima pagina con un commento che sottolinea il contrasto tra la notizia dei 400 milioni di euro stanziati dal governo Letta per l’istruzione (di Stato) e la «doccia fredda» rappresentata dai pessimi risultati registrati in Italia nell’ambito prima indagine Piaac (Programme for the International Assessment of Adult Competence): a «questionari uguali in 24 Paesi hanno risposto campioni rappresentativi della popolazione di età compresa tra i 16 e i 65 anni», producendo un «quadro disastroso», scrive Ichino. «E il disastro riguarda non solo i giovani ma anche gli anziani, a dimostrazione del fatto che i problemi della scuola italiana derivano da lontano, dal suo impianto dirigistico e centralizzato che deve essere radicalmente cambiato». La proposta dell’economista? Autonomia, autonomia, autonomia.

I DATI OCSE. Sempre con dati Ocse alla mano, Ichino smantella subito anche le classiche obiezioni dei pasdaran della scuola statale: «Agli italiani viene costantemente detto che è solo un problema di risorse destinate alla scuola», o anche «che siano pochi gli insegnanti in Italia o scarse le ore di insegnamento». Peccato che «i dati Ocse (Education at a Glance) esaminati dal Rapporto del Forum “Idee per la crescita” mostrano una realtà diversa». Come si vede dal grafico proposto dal Corriere della Sera e riprodotto in parte qui sotto, «nel 1999-2000 la spesa annua per studente era maggiore in Italia rispetto alla media dei Paesi Ocse in tutti e tre i livelli di istruzione: pre-scolare, primaria e secondaria», spiega il professore. Ed è vero che «i governi Berlusconi hanno tagliato pesantemente la spesa per l’istruzione (…), tuttavia, nel 2008-2009 la spesa per studente secondario italiano era comunque di 9.112 dollari, di poco inferiore alla media Ocse di 9.312. E in ogni caso, non sono certo questi tagli la causa della pessima performance dei quarantenni e cinquantenni nella indagine Piaac». Secondo Ichino, «quello che conta per valutare se le risorse sono scarse o sufficienti è la spesa per studente. E il motivo per cui questa spesa, nonostante tutto, è alta in Italia deriva dal forte calo demografico che ha caratterizzato il nostro Paese».

UN SECCHIO BUCATO. Dunque la verità è che «lo Stato italiano non spende poco per i suoi studenti, spende male!». Ichino va diretto al punto: «La decisione recente del governo Letta di aumentare i finanziamenti alla scuola, non è affatto rassicurante. Se prima non impariamo a spendere bene, è inutile versare più risorse nella scuola: sarebbe come trasportare acqua con un secchio bucato». È chiaro che il problema è migliorare la qualità dell’educazione, ma per fare questo alla scuola occorrerebbe «attrarre i laureati migliori alla professione di insegnante dando loro l’autonomia di cui hanno bisogno per disegnare meglio l’offerta formativa e spendere in modo più efficace le risorse». Invece a causa della malagestione dello Stato «gli insegnanti italiani sono pagati poco in rapporto al Pil pro capite, rispetto a quanto sono pagati in media gli insegnanti nei Paesi Ocse», constata l’economista. «E a questo si aggiunge una lunga gavetta di precariato in cui conta soprattutto l’anzianità e non il merito, per diventare docenti. È difficile pensare che in questo modo si possano attirare i laureati migliori (soprattutto nelle materie scientifiche e tecniche)». E allora come mai i concorsi per i docenti sono sempre così affollati? Ichino risponde senza peli sulla lingua anche a quest’ultima obiezione immaginaria: «È un fatto per certi versi sorprendente, ma è facile ipotizzare che non siano i migliori laureati a essere attratti da questa professione, che paga poco ma chiede anche poco (l’orario di lavoro di un insegnante italiano è inferiore alla media Ocse) e assicura il posto fisso».

SERVE LIBERTÀ. È chiaro che siamo di fronte a un autentico disastro, e per porvi rimedio, secondo Ichino, occorrono misure drastiche: «All’iniquità di una situazione che punisce chi lavora con impegno e premia invece chi la prende come una comoda rendita – scrive in conclusiono – bisogna rapidamente porre fine. Lo Stato italiano ha ampiamente dimostrato di non essere in grado di farlo. È bene allora che, pur conservando il ruolo di finanziatore e regolatore delle scuole pubbliche, lasci ad altri il compito di gestirne le risorse umane e finanziarie».