Gli appunti di Montse

È venerabile Montserrat Graes, morta a 18 anni a causa di un cancro. Una vita straordinariamente normale

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Montserrat Grases

Montserrat Grases (detta Montse) è stata dichiarata venerabile. La figura della giovane numeraria dell’Opus Dei, morta a soli 18 anni, e la cui fama si diffuse già prima della morte (26 marzo 1959), è quella di una ragazza che, vivendo una vita normale e quotidiana in unione a Cristo, ha cambiato quella di decine di persone, familiari e amici che le stavano vicino.

CHI ERA. Montse, secondogenita di una famiglia di 9 figli, nacque nel 1941. Fin da piccola era vivacissima e crebbe innamorandosi dello sport, del teatro, della danza popolare, con una capacità di coinvolgere gli altri in un’amicizia in cui diventa leader senza volerlo. A 13 anni la ragazzina frequentava un centro dell’Opus Dei vicino a scuola e lì ebbe la prima intuizione: il suo ideale era la santità in mezzo al mondo, nel lavoro e nel dare la vita affinché gli altri compissero un cammino di santità. Tutto quello che avrebbe realizzato in pochissimi anni, in una modalità che non avrebbe immaginato.
Josefa Castello, la donna dell’Opus Dei a cui Montse si riferiva, spiegò: «Non sapeva se sarebbe stata capace, se avrebbe perseverato, si sentiva troppo giovane». Era dunque cosciente dei propri limiti, incapacità e non era un’eroina dalla grande forza di volontà ma in un determinato momento «comprese con chiarezza che se questa era la sua vocazione, Dio le avrebbe dato la forza per portarla avanti». Il 24 dicembre 1957 chiese di diventare numeraria, dedicandosi completamente a Dio nel mondo.

SOLO UNA SMORFIA. Solo un anno dopo, però, il 20 giugno del 1958, le fu diagnosticato un sarcoma con una prognosi infausta. Incredibilmente, lasciando i genitori di stucco, alla notizia della malattia, Montse non versò una lacrima, facendo solo una smorfia con la bocca. La madre scrisse: «Si inginocchiò e si mise a pregare brevemente davanti all’immagine della Madonna di Montserrat». E ancora: «Non c’è altra spiegazione che questa: il Signore era con lei. La vita di Montse è piena di piccole cose… tanto grandi». Il giorno successivo la giovane si confessò da don Gonzalo Lobo, che le disse di «considerarsi fortunata, perché presto avrebbe potuto godere della presenza amorosa di Dio». E la conversazione, continuò il sacerdote, «fu molto soprannaturale (…) oserei dire divertente, con battute e sorrisi».

«NON PENSO A GUARIRE». Solo di fronte alla paura di rinnegare Dio per la futura sofferenza la giovane si faceva seria, chiedendo aiuto. Ma pur confessando a una sua amica: «Io andrò presto in cielo mentre tu qui a penare». Montse domandava a tutti i cari di pregare affinché superasse la prova guadagnandosi il Paradiso. Sottoposta a un’operazione nell’estate del 1958, pur senza poter piegare la gamba malata e sapendo che sarebbe comunque morta, la ragazzina andava in bici, nuotava e ballava. E alla domanda di una sorella se pensasse che sarebbe guarita rispose: «Non ci penso mai». 

LA LOTTA INVISIBILE. Era il ritratto della serenità, ma in lei la lotta interiore era enorme. Una lotta, questa sì, pari a quella delle grandi sante: decise di non parlare mai di sé in mezzo agli altri, anche quando stava malissimo. Ogni sera prendeva nota della sua battaglia ascetica, scrivendo di come fosse riuscita o meno a combattere il nervosismo o la tristezza. L’andamento della lotta non era lineare ma discontinuo e mai soddisfacente. Pieno di alti e bassi. Ma Montse non si scoraggiava e riprendeva accettando la sua pochezza. Scrisse: «Piatti, doccia, non incrociare i piedi, cena, disfare il letto, pettine, curiosità, puntualità (…) anche se mi costa». Il 29 agosto scrisse: «Orazione: mattina così così, pomeriggio male ma lotto. Santa Messa e Comunione: molto distratta. Rosario: bene ma fuori orario. Vangelo e lettura spirituale: di malavoglia (…). Nervi: un po’ meglio». A febbraio appuntò: «Ho voglia di riposo: mi manca generosità» e «poco entusiasmo: mi manca amore». E pochi mesi prima di morire: «Ci sono stati momenti di abbattimento, ma ho lottato. Allegria meglio». Anche la gioia, dunque, fu una continua battaglia, in cui fissarsi sul bene nonostante il male avanzasse.

«LE INTERESSO SOLO IO». Eppure la ragazzina pareva a tutti come fosse già in Paradiso, tanto che fino alla fine la sua camera fu una meta di pellegrinaggio e la sua gioia così contagiosa che molte delle sue compagne si avvicinarono alla fede. Gli ultimi giorni con lei vengono descritti come momenti mistici in cui la letizia dominava. Addirittura le sue sorelle si dissero invidiose dello stato d’animo di Montse. Jorge Suriol Moliné, giovane convertito al suo capezzale due giorni prima della morte, raccontò: «Stava morendo e continuava ad essere serena, allegra e sorridente (…). Me ne andai sconcertato, questa ragazza sta morendo, pensavo e “l’unica cosa che le interessa è sapere come sto io”». Montse incarnò così il carisma donatole dallo Spirito attraverso san Josemaria Escrivà, fondatore dell’Opera, che scrisse: «La fabbrica, l’ufficio, la biblioteca, il laboratorio, l’officina, le pareti domestiche possono trasformarsi in altrettanti luoghi di incontro con il Signore». 

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