Giannino: partiti inadeguati, presto un manifesto ammazzatasse

Anticipiamo l’articolo di Oscar Giannino che uscirà giovedì sul nuovo numero di Tempi: «Un’Italia in cui i produttori diventano ex, e chi non lo è non lo sarà mai, ha bisogno di una rilegittimazione identitaria e programmatica che manca ai partiti della Seconda Repubblica».

Anticipiamo l’articolo di Oscar Giannino che uscirà sul numero 29/2012 di Tempi, in edicola da giovedì.

Come mai Vittorio Grilli, all’indomani del giuramento da ministro dell’Economia, dopo tanti anni passati da ragioniere generale dello Stato e direttore generale del Tesoro, ha dichiarato che l’Italia intende vendere asset pubblici per 120 miliardi di euro entro il 2017, almeno un punto di Pil l’anno? Sono numeri che non erano mai stati esplicitati da parte del governo. Poiché è da escludere che Grilli lo abbia fatto per polemizzare indirettamente con Monti o per dar più lustro alla sua guida personale del dicastero rispetto al premier che lo reggeva interinalmente, la spiegazione deve essere un’altra.

È un’altra, infatti. Continua in questi giorni l’incedere dello spread italiano verso la soglia critica di 500 punti sul rendimento del Bund tedesco. Personalmente, sono molti mesi che tengo This is the End dei Doors in apertura del programma su Radio24, ogni giorno ricordando a chi è in ascolto che la ragione è questa. Ora che si è chiarito che anche il salva-spread per l’Italia non c’è e ragionevolmente nel breve non ci sarà, mentre la Corte costituzionale tedesca si prende fino a settembre per esaminare se l’Esm in quanto tale non violi la Grundgesetz accollando al contribuente tedesco oneri non esplicitamente autorizzati ex ante, è sempre più evidente che si avvicina l’ombra dei men in black del Fondo monetario internazionale. L’ipotesi esiste davvero, anche Monti ha pian piano virato verso l’ammissione che l’attacco all’Italia è verosimile, dopo averlo escluso. Se andiamo stabilmente oltre quota 500, sappiamo ormai che cosa dobbiamo aspettarci. I tedeschi hanno fatto capire cosa ritengano giusto e commisurato al rischio italiano. È probabile che lo abbiamo persino già contrattato con la signora Christine Lagarde al Fmi.

Poiché è l’immenso debito pubblico il nostro problema, in ulteriore crescita dopo esser cresciuto insieme a spesa pubblica e tasse a livelli record grazie al centrodestra e al centrosinistra in 18 anni di Seconda Repubblica, è sul debito pubblico che scatterebbe il piano della troika. Da un mese i più recenti studi del Consiglio dei 5 saggi tedeschi e del Diw, il secondo istituto economico germanico per autorevolezza dopo l’Ifo guidato da Hans-Werter Sinn (che pure è d’accordo), hanno disegnato con precisione il piano straordinario riservato a noi. Visto che affidata a se stessa l’Italia fa salire ancora il debito, tanto vale vincolarla a un meccanismo straordinario di abbattimento che da sola non è masi stata capace di darsi.

All’Italia verrebbe destinato un fondo straordinario di redenzione del debito, al quale asservire ogni anno per un decennio una decina di punti di Pil di gettito fiscale tra interessi dovuti sui vecchi titoli e riduzione del loro stock, e una bella patrimoniale sui privati, sia pure gentilmente denominata “prestito forzoso”. Il Diw l’ha già calcolata, per tutti gli italiani dotati di patrimonio superiore ai 230 o 250 mila euro, cosa che, comprendendovi i mattoni a valori di mercato, identifica più del 50 per cento dei cittadini, non certo i famosi “ricchi” a cui la sinistra riserva i suoi strali. A quel punto, per molti anni l’output potenziale del nostro paese verrebbe ad essere ulteriormente pregiudicato, sotto il peso dell’attuale pressione fiscale record che, scambiata per rigore da centrodestra e tecnici, ha ulteriormente depresso il Pil senza per questo riuscire a evitare che il gettito tossicchi. È evidente che un’alternativa c’era. Il debito pubblico andava abbattuto di 30 punti cedendo asset pubblici e non più perseguendo avanzi primari record. Mentre gli 8 punti di Pil di minor spesa pubblica che vanno identificati e tagliati a passo di carica devono essere retrocessi per ogni singolo euro in meno tasse a chi lavora e fa impresa, non destinati a copertura di spesa nuova come avviene ancora oggi con la spending review di Monti.

Mettiamo ai voti anche la pressione fiscale
Per affrontare questa minaccia incombente, con tanti altri non politici che condividono la ricetta, abbiamo deciso di pubblicare tra poco un manifesto, che rinvia a un sito e un programma più articolato. Siamo infatti convinti che nell’offerta politica attuale non ci sia niente di adeguato alla portata di questa minaccia, al nuovo patto con gli italiani che serve per affrontarlo. Nessuno di noi si sente un salvatore della patria, nessuno di noi ambisce a incarichi. Vogliamo solo vedere se e fino a che punto la nostra sensazione è condivisa: un’Italia in cui i produttori diventano ex, e chi non lo è non lo sarà mai, ha bisogno di una rilegittimazione identitaria e programmatica che manca ai partiti della Seconda Repubblica. Arrivo personalmente a dire che, insieme ad altri, penso che se dovessimo finire sotto il tallone di un’ulteriore repressione fiscale, per colpa della vecchia politica, vincolo costituzionale o meno chiederei un referendum perché fossero gli italiani a scegliere se assoggettarsi a una tenaglia fiscale amazzafuturo, o se invece scegliere la strada autonoma del tagliadebito e del tagliaspese. Francamente, a noi sembrano questi i problemi essenziali dell’Italia. Non il numero di chili persi da Silvio Berlusconi, o se il Pd sia per le unioni gay o meno.