La pace non è uno slogan, ma una vita
La voce della Chiesa sul conflitto a Gaza è la più lucida e realista. Lo è perché non dimentica nessuno degli elementi e dei protagonisti in gioco. Denuncia, come ha fatto all’Angelus papa Leone XIV, il pericolo dell’antisemitismo, ricorda sempre la tragedia degli ostaggi ebrei ancora nelle grinfie di Hamas, non nasconde né minimizza quanto accaduto il 7 ottobre 2023, ma nemmeno finge di non vedere cosa sia accaduto nella Striscia, dove la furia sproporzionata di Israele ha travolto le vite di tanti civili. Quindi, instancabilmente, chiede “pace”, senza la presunzione di entrare nei dettagli specifici degli accordi, ma anche – con molto pragmatismo – appoggiando gli sforzi di questi ultimi giorni.
«In queste ultime ore, nella drammatica situazione del Medio Oriente, si stanno compiendo alcuni significativi passi in avanti nelle trattative di pace, che auspico possano al più presto raggiungere i risultati sperati. Chiedo a tutti i responsabili di impegnarsi su questa strada, di cessare il fuoco, e di liberare gli ostaggi. Mentre esorto a restare uniti nella preghiera, affinché gli sforzi in corso possano mettere fine alla guerra e condurci verso una pace giusta e duratura» (Leone XIV, Angelus, 5 ottobre 2025).

Non una buona intenzione
Sulla stessa linea, il cardinale Pierbattista Pizzaballa – che Dio ce lo conservi – ieri con un’intervista al Corriere della Sera e domenica con una lettera rivolta a tutte le diocesi del Patriarcato Latino di Gerusalemme, è tornato a ripetere quel che dice da tempo, senza nascondere nessuno dei problemi ancora aperti («sono ancora tanti»), ma, al tempo stesso, salutando come una «possibile nuova pagina positiva» la notizia di «un primo passo importante e lungamente atteso. Nulla è ancora del tutto chiaro e definito, ci sono ancora molte domande che attendono risposta, molto resta da definire, e non dobbiamo farci illusioni. Ma siamo lieti che vi sia comunque qualcosa di nuovo e positivo all’orizzonte».
Nessuno si illude, il Papa e Pizzaballa per primi. Se ad un accordo si arriverà, questo farà tacere finalmente le armi, ma non porterà la pace per magia. Essa, come ha scritto in un documento il movimento di Comunione e Liberazione riferendosi all’ideologia e alla violenza di piazza, non può essere spacciata per un evanescente desiderio che «si riduce spesso a una buona intenzione, confusa nelle prospettive e quindi facilmente strumentalizzabile». Al contrario, va «costruita ogni giorno, cominciando dal basso, iniziando cioè a viverla là dove si è, perfino in contesti di guerra, affinché innervi con le opere il tessuto sociale e diventi cultura, fino a investire le relazioni tra Stati».

Fratelli e sorelle di Gaza
Sebbene il segretario generale della Cgil Maurizio Landini abbia ieri in un’intervista al Corriere preso le distanze da quei manifestanti che venerdì hanno pronunciato slogan antisemiti e pro Hamas, resta un fatto che lo striscione «7 ottobre giornata della Resistenza palestinese» è stato esposto durante il corteo di Roma; che le parole «Israele assassino» e «Meloni assassina» sono state urlate da molti partecipanti, che lo slogan «Palestina libera dal fiume al mare» è stato il ritornello di giornata; che la statua di Giovanni Paolo II alla stazione Termini è stata imbrattata con insulti vergognosi. Dalla confusione emotiva non nasce nulla; essa può essere solo il terreno dove, prima o poi, germoglia la giustificazione della violenza.
Si può manifestare vicinanza al popolo palestinese e israeliano in modo pubblico e visibile anche in modi più efficaci, meno ambigui e non violenti. Il Papa ha indetto per sabato 11 ottobre una giornata di digiuno e di preghiera per la pace. Si può pregare, ha detto Pizzaballa, «per custodire e preservare da ogni male il nostro cuore e quello di coloro che desiderano il bene, la giustizia e la verità». Ricordando, in particolare, «i nostri fratelli e sorelle di Gaza, che nonostante l’infuriare della guerra su di loro, continuano a testimoniare con coraggio la gioia della vita».
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