L’Onu approva la rinascita di Gaza, ma il disarmo di Hamas è ancora un rebus

Di Leone Grotti
18 Novembre 2025
Con l'astensione di Russia e Cina passa la risoluzione Usa al Consiglio di sicurezza che autorizza il dispiegamento di un esercito internazionale a Gaza. I terroristi però si oppongono e nascondono le armi più avanzate
Un terrorista di Hamas pattuglia le strade della Striscia di Gaza
Un soldato di Hamas pattuglia le strade della Striscia di Gaza (foto Ansa)

Il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha approvato ieri una risoluzione americana che autorizza la formazione di una forza multinazionale da schierare a Gaza. In particolare, l’Onu ha dato il via libera alla Forza internazionale di stabilizzazione prevista dal piano di Trump e agli altri punti dell’accordo di pace tra Hamas e Israele, compresa la nascita di un governo palestinese tecnocratico e apolitico supervisionato da un Consiglio per la pace presieduto da Donald Trump.

Diversi paesi arabi e a maggioranza islamica – Qatar, Egitto, Emirati, Arabia Saudita, Indonesia, Pakistan, Giordania e Turchia – hanno firmato un documento per appoggiare la risoluzione americana. Anche per questo paesi come Cina e Russia, poco convinti dal testo di Washington, l’hanno fatto passare attraverso l’astensione, aspettando di vedere se e come sarà effettivamente implementato.

Cosa serve per disarmare Hamas

L’esercito internazionale avrà un compito quasi impossibile. Al contrario delle missioni a guida Onu, quelle dei cosiddetti Caschi blu, non avrà “semplici” mansioni di peacekeeping: dovrà piuttosto mettere in sicurezza i confini, proteggere i civili, facilitare l’assistenza umanitaria, sostenere l’addestramento di una forza di polizia palestinese, disarmare Hamas e altri gruppi presenti nella Striscia e garantire che durante la ricostruzione di Gaza i terroristi non si riarmino.

Per fare tutto questo, come dichiarava a Tempi Jacob Stoil, direttore del dipartimento di Storia applicata presso il Modern War Institute, centro statunitense dedicato allo studio della guerra, l’esercito incaricato avrà bisogno di «migliaia di soldati, oltre a forza aerea, mezzi corazzati e intelligence».

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Che tutto ciò si verifichi non è affatto scontato, nonostante l’approvazione della risoluzione. Hamas ha definito ieri il testo vidimato dal Consiglio di sicurezza dell’Onu «pericoloso», sostenendo che ogni tentativo di disarmare il gruppo terroristico danneggia «il diritto del popolo palestinese alla resistenza».

I jihadisti rifiutano anche l’invio nella Striscia di una forza multinazionale a meno che «non sia direttamente subordinata alle Nazioni Unite e lavori in accordo con le istituzioni ufficiali dei palestinesi, alle quali le forze di occupazione non devono partecipare».

La divisione della Striscia di Gaza tra Hamas e Israele
Gli Stati Uniti stanno pensando se autorizzare la ricostruzione sotto la supervisione di una forza internazionale solamente della parte di Striscia di Gaza sotto il controllo di Israele (in verde), rispetto a quella gestita da Hamas (in rosso), che resterebbe distrutta (mappa Guardian)

A Gaza non servono i caschi blu

Il distinguo di Hamas non è casuale. I terroristi sanno che le missioni Onu hanno regole d’ingaggio tali da rendere impossibile il disarmo del gruppo terroristico. Per questo spingono perché qualunque esercito entri a Gaza sia guidato dalle Nazioni Unite e obbedisca alle «istituzioni palestinesi», cioè Hamas stesso in questo momento.

L’obiettivo americano e israeliano è esattamente l’opposto: fare entrare a Gaza un esercito in grado di usare la forza per governare la Striscia.

Ma se Hamas non vuole accettare il disarmo, chi invierà nella polveriera di Gaza i propri soldati? Gli Stati Uniti stanno facendo fatica a trovare qualcuno disposto a rischiare la vita delle proprie truppe e che vada a genio sia all’Egitto che a Israele. Come dichiarato da un funzionario arabo qualche settimana fa, se Israele in due anni non è riuscito a disarmare Hamas, chi potrà farlo?

Ricostruire solo metà Striscia di Gaza?

Anche per questo, secondo alcune fonti, l’amministrazione Trump sarebbe tentata dall’iniziare la ricostruzione di Gaza anche senza il disarmo di Hamas, partendo dalla metà della Striscia che si trova al di qua della “linea gialla”, quella cioè controllata da Israele, dove sarebbe inizialmente dispiegata la forza internazionale.

Ma questa soluzione è rischiosa e non è vista di buon occhio da Israele, il cui mantra è «nessuna ricostruzione senza demilitarizzazione», perché lascerebbe intatta l’organizzazione di Hamas e i miliardi che verrebbero investiti nella ricostruzione di metà Striscia potrebbero essere vanificati da una nuova esplosione del conflitto.

Inoltre la soluzione tradirebbe le aspettative della maggior parte dei palestinesi, condannati a vivere per decenni in una Gaza distrutta senza alcuna prospettiva.

Un bambino va in bicicletta a Gaza di fianco alle macerie dei palazzi distrutti
Un bambino va in bicicletta a Gaza di fianco alle macerie dei palazzi distrutti (foto Ansa)

I jihadisti nascondono le armi pesanti

L’appoggio dei paesi arabi alla risoluzione americana, che «offre una strada all’autodeterminazione e alla creazione di uno Stato palestinese», potrebbe però spingere anche Hamas a ricercare un compromesso.

Secondo la Kan israeliana, il gruppo terroristico starebbe facendo uscire dalla Striscia tutti i suoi armamenti più avanzati per stoccarli «in non meglio precisati Stati africani, in Yemen o in altri paesi» con lo scopo di non cedere le proprie armi a Israele e di farle rientrare a tempo debito quando serviranno nuovamente.

In questo modo Hamas renderebbe “inutile” il disarmo, mantenendo solamente le armi leggere e il controllo di fatto del territorio, per permettere il dispiegamento di una forza internazionale che non debba impegnarsi a combattere i terroristi.

La tregua è sempre in bilico

Attualmente Israele controlla il 53% circa della Striscia di Gaza e il passaggio alla fase due prevede che l’Idf si ritiri ancora di più rispetto all’attuale “linea gialla”. Ma è improbabile che ciò avvenga senza un accordo sul disarmo di Hamas e la distruzione della rete di tunnel che ancora corrono sotto la città.

Secondo il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, circa il 60% dei tunnel costruiti nell’ultimo decennio da Hamas sono ancora intatti. Tel Aviv, inoltre, potrebbe non accettare che Hamas resti di fatto al potere facendo solo finta di lasciare il proprio posto al governo tecnocratico e apolitico palestinese.

L'ambasciatore degli Stati Uniti Michael Waltz interviene durante la riunione del Consiglio di sicurezza dell'Onu
L’ambasciatore degli Stati Uniti Michael Waltz interviene durante la riunione del Consiglio di sicurezza dell’Onu (foto Ansa)

«Se richiesto, dobbiamo essere pronti a una rapida transizione per condurre un’offensiva e conquistare territori nella Striscia di Gaza dall’altra parte della linea gialla», ha dichiarato il comandante dell’esercito israeliano, il generale Eyal Zamir. «Continueremo a insistere fino a quando il governo di Hamas non esisterà più dall’altra parte del confine. Anche se richiede tempo, smantelleremo Hamas, attraverso accordi o mezzi militari».

Se la nuova fase prevista dalla risoluzione americana approvata ieri dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite non sarà gestita bene, sarà solo il preludio allo scoppio di un nuovo conflitto.

@LeoneGrotti

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