Francia verso l’eutanasia. «Ma se la vita di una sola persona diventa “inutile”, tutta la società è ferita»

Intervista a Tugdual Derville, che guida la protesta contro la legge voluta da Hollande sulla “sedazione terminale”. «Non è prevista nemmeno l’obiezione di coscienza per i medici perché lascerebbe intendere la realtà nascosta dalle parole»

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Si scrive “sedazione profonda e continua fino al decesso”, ma si legge “eutanasia mascherata”. È l’ambiguità la cifra della proposta di legge approvata il 17 marzo in Francia dall’Assemblea nazionale. La «dicitura volutamente vaga» del testo ha ingannato molte persone ma il diritto che il partito di François Hollande vuole riconoscere ai francesi ha un solo vero nome: diritto di essere uccisi. Questo si trasformerà anche in dovere di uccidere per i medici, se il Senato francese non cambierà il testo che, per ora, non prevede l’obiezione di coscienza. Il capofila della protesta nella società francese è Tugdual Derville, portavoce del movimento “Soulager mais pas tuer” (Alleviare ma non uccidere) e delegato generale di “Alliance VITA”, che a tempi.it spiega il pericolo che sta correndo la République.

Perché protestate contro questa legge?
Perché apre le porte all’eutanasia senza però chiamare le cose con il loro nome. La sedazione è un atto già praticato quando un paziente si trova in fin di vita. È una soluzione ultima di fronte a dolori continui che nessun altro trattamento riesce ad alleviare. La deontologia in questo caso è molto esigente perché la sedazione sopprime ogni capacità di espressione e di relazione del malato. È una pratica eccezionale, reversibile e non ha come obiettivo quello di causare la morte. Attualmente viene rispettato il principio dell’atto a doppio effetto: si rischia di accelerare la morte, anche se questa non è l’intenzione primaria.

Che cosa c’è di ambiguo nel provvedimento?
Sarà un diritto unire la sedazione all’arresto dell’idratazione (che porta alla morte dopo quattro o cinque giorni) o usare dosi tali da ottenere la morte in poco tempo. Così il legislatore di fatto spiana la strada a derive eutanasiche evidenti.

Ad esempio?
Pensiamo ai pazienti in stato neurovegetativo, per i quali si combineranno sedazione e arresto di alimentazione e idratazione: loro non sono in fin di vita ma così moriranno. Prendiamo anche le persone che soffrono di una malattia terminale e interrompono le cure: il loro preteso diritto a una sedazione garantirà una morte rapida, mentre il corso “normale” della loro malattia avrebbe permesso loro di vivere qualche settimana o mese in più.

La legge ha ottenuto 436 voti a favore e solo 34 contro.
Il presidente François Hollande ha fatto scrivere la legge a due deputati: uno della sua maggioranza, Alain Claeys, e l’altro dell’opposizione, Jean Leonetti, autore della legge del 2005 sul fine vita votata all’unanimità. L’aura di Leonetti e il vocabolario utilizzato per forzare il consenso hanno giocato un ruolo molto importante nel voto. Tanti di quelli che hanno votato a favore hanno pensato di evitare così una legge peggiore. Quelli che si sono espressi contro hanno riconosciuto la minaccia dell’eutanasia dissimulata dietro le formulazioni vaghe. Bisogna poi notare che 83 deputati si sono astenuti, specialmente nella maggioranza, perché avrebbero voluto una legge esplicitamente eutanasica. Il loro emendamento in questo senso è stato respinto per pochi voti… In generale, è soprattutto la confusione intorno alla nozione di sedazione che ha anestetizzato l’opposizione. Ma il dibattito pubblico ha lacerato i media nei giorni che hanno preceduto il voto: molti medici hanno manifestato la loro ostilità a un testo di legge pericoloso ai loro occhi; anche i rappresentanti religiosi si sono opposti alle derive etiche contenute nel testo.

Perché non si è parlato esplicitamente di eutanasia?
Non bisogna essere ingenui, Hollande con questo testo ha tentato l’impossibile: onorare una promessa elettorale usando una dicitura vaga per non scontrarsi con gli oppositori dell’eutanasia ed evitare così nuove proteste di piazza. Lo stesso premier Manuel Valls ha ammesso pubblicamente che questa legge non è che una tappa.

I francesi però sono d’accordo.
I sondaggi di opinione mostrano che i francesi sono favorevoli all’eutanasia quando questa viene presentata sotto forma di una scelta truccata: soffrire atrocemente o morire in pace. Questa legge non è solo inutile, come dichiarato dallo stesso Jean Leonetti, è anche pericolosa perché apre a nuove rivendicazioni. I promotori dell’iniezione letale avranno buon gioco a dire che è ipocrita far morire una persona in quattro giorni mentre un’iniezione sarebbe più rapida e quindi, dal loro punto di vista, più umana.

I medici cosa ne pensano?
Sono divisi sulla sedazione e uniti contro la modifica delle direttive anticipate, che diventeranno vincolanti. È rischioso affidarsi a una volontà redatta quando la persona era sana. Non si può poi costringere un medico a praticare atti contrari alla salute del paziente o all’etica della medicina. Il medico non deve diventare un semplice “esecutore” di una prescrizione che il paziente esige.

Non possono fare obiezione di coscienza?
No, perché i relatori non l’hanno prevista e c’è un motivo: se l’avessero fatto, avrebbero lasciato intendere che la legge è eutanasica. Noi appoggiamo la petizione dell’associazione “Convergence Soignants-soignés”, già firmata da più di 4.000 professionisti della sanità, in gran parte medici. Questa petizione chiede esplicitamente una clausola di coscienza per i medici.

Non pensate che ogni persona abbia diritto a decidere come morire?
È un paradosso domandare, nel nome dell’autonomia, di perdere ogni autonomia attraverso una sedazione terminale. Davanti all’angoscia della morte, la società è tentata dall’anestesia sistematica che priva le persone della presenza, delle relazioni spesso così preziose, malgrado il dolore. Dietro a questo dibattito si oppongono due concetti di dignità. Il primo ritiene che una persona sia sempre degna, degna di essere amata e curata, e che questa dignità debba specialmente essere riconosciuta e protetta nelle fasi più difficili della vita. I promotori dell’eutanasia ritengono al contrario che ciascuno sia il giudice della sua propria dignità e possa decretare quando la perde. Questa concezione individualista e relativista non vuole vedere che è tutta la società ad essere ferita quando una persona non si considera più come veramente umana, come veramente degna di vivere. Esacerbando l’autonomia, si danneggia la solidarietà.

La palla ora passa al Senato. Cosa farete?
Agiremo al Senato. I senatori sono rinomati per il tentativo di redigere testi davvero precisi sul piano giuridico e quindi meglio applicabili. Ci sono quindi molti argomenti da far valere. Prima di tutto, lo stesso governo ha riconosciuto che certe parole del testo devono essere modificate, come il termine “inutile” nella frase “prolungamento inutile della vita”. Questo lascia credere che certe vite sarebbero meno degne di essere vissute. Il concetto di utilità di una vita è particolarmente scioccante, perché pretende di classificare le esistenze per sbarazzarsi di alcune di loro.

Siete contrari all’eutanasia, ma cosa proponete al suo posto?
Il nostro movimento, che riunisce anime molto diverse tra loro, si chiama “Alleviare ma non uccidere”. È urgente sviluppare le cure palliative che sono ferme dall’inizio del mandato di Hollande. Bisogna lottare contro il dolore fisico e accompagnare le sofferenze psichiche, sociali e spirituali dei pazienti in fin di vita e dei loro cari. L’uomo che promuove il nostro movimento, Philippe Pozzo di Borgo, l’eroe che ha ispirato il film Quasi amici, già visto da 60 milioni di persone nel mondo, lo dice con forza: se gli avessero proposto il suicidio assistito dopo l’incidente, quando era gravemente depresso, avrebbe accettato. Oggi quest’uomo tetraplegico è felice di vivere. Aiuta enormemente le persone, fragili per l’handicap o la malattia, a ritrovare la speranza.

In Occidente c’è una forte pressione culturale e mediatica che spinge verso l’eutanasia. Come cercate di contrastarla?
Purtroppo la questione dell’eutanasia ammorba il dibattito essenziale sul fine vita. Il punto è offrire altre risposte, che corrispondono a ciò che i francesi vogliono, quando si discute con loro in profondità su questo tema cruciale. Tutti esprimono il bisogno di essere accompagnati, uscire dall’isolamento, poter morire in casa. E soprattutto non essere stigmatizzati ed esclusi quando si diventa vecchi o dipendenti o gravemente malati o in fin di vita. Le risposte al dibattito sul fine vita sono: più solidarietà e cure palliative. È infine urgente sostenere e sviluppare un’antropologia che ponga i più fragili al centro della società perché, come dice ancora Philippe Pozzo di Borgo, «ciascuno di noi può riconciliarsi con la sua parte vulnerabile» e ritrovare la gioia di vivere, malgrado le difficoltà.