Emergenza lavoro, Sbarra (Cisl): «La burocrazia dello Stato blocca un “tesoretto” da 15 miliardi di euro»

Il segretario confederale ha incontrato il ministro del Lavoro Enrico Giovannini. «Se il governo vuole difendere i posti di lavoro, deve rilanciare l’economia e i consumi».

L’emergenza lavoro continua. Enrico Giovannini, ministro del Lavoro, ha aperto ieri il primo giro di incontri con le parti sociali, a cominciare dai sindacati, per provare a risolverla. Il segretario confederale della Cisl, Luigi Sbarra, era presente.

Segretario, con il ministro cosa vi siete detti?
È stato un incontro interlocutorio, il ministro e i sottosegretari avevano il desiderio di ascoltare le parti sociali sulle problematiche del lavoro e dell’occupazione nel nostro Paese. Si tratta di un metodo che abbiamo apprezzato ed è un bene che il ministro si sia impegnato a proseguire con incontri e riunioni anche nei prossimi giorni. È questa la strada da percorrere per giungere a scelte condivise e agli interventi necessari per favorire l’occupazione, soprattutto dei giovani, sia maschile sia femminile.
Per quanto riguarda il reperimento delle risorse, invece, il quadro è ancora piuttosto incerto e indefinito, ma il governo ha assicurato che sta lavorando per acquisire le risorse finalizzate a dare copertura agli interventi che si vorranno realizzare. In questo senso, non sarà ininfluente il passaggio del Consiglio europeo di giugno. Non solo per reperire risorse da destinare al lavoro, ma anche per esercitare una forte pressione politica, istituzionale, ma anche sociale sull’Unione Europea.

La Cisl, invece, cosa suggerisce al ministro Giovannini?
Ho posto con forza una questione molto semplice: se davvero si vuole difendere il lavoro e favorire la crescita di nuovi posti è necessario far ripartire l’economia, agendo sugli investimenti e sui consumi, riducendo, pertanto, le tasse sul lavoro, sulle pensioni e sulle imprese. Infatti, è soltanto attraverso un taglio delle tasse che è possibile restituire a lavoratori e pensionati risorse e potere d’acquisto, riattivando di conseguenza le dinamiche dei consumi e quelle di produzione e vendita e allontanando il rischio dei licenziamenti e il ricorso agli ammortizzatori sociali, come la cassa integrazione, che gravano sempre sulla collettività.
È questo il primo punto fermo: rimettere in moto l’economia. È irrisorio pensare che si possa uscire da una fase di crisi così profonda e acuta soltanto modificando le regole e le tipologie contrattuali. Il tema delle regole è sicuramente importante, ma l’impulso all’economia non può che venire da una ripartenza dei consumi.

Sembra sempre facile a dirsi, ma a farsi?
Occorrono una seria politica di investimenti mirati su infrastrutture materiali e immateriali di cui il paese non può più fare a meno. E serve una nuova impostazione di bilancio della politica industriale e dei servizi. Pensi che in Italia ci sono tra i 12 e i 15 miliardi di euro paralizzati da pastoie burocratiche, rallentamenti dei processi amministrativi dello Stato sia a livello centrale sia regionale e locale, oppure anche da veti incrociati e opposizioni di natura ideologica sul territorio.
Tutti pensano all’alta velocità in Val di Susa, che è solo uno dei tanti possibili ambiti di intervento, ma non è l’unica. Basti pensare, per esempio, alle reti energetiche e ai rigassificatori, ai termovalorizzatori e alle opere di riconversione delle centrali a olio in impianti a carbone pulito ancora tutte bloccate. E quello che è peggio è che spesso sono in gioco anche risorse private di società multinazionali, risorse che la politica dovrebbe impegnarsi a sbloccare favorendo gli investimenti.
Già la crisi è acuta, ed è un errore strategico non aprire cantieri laddove sia possibile. Il beneficio per l’indotto, oltretutto, sarebbe immediatamente sensibile. A partire dall’edilizia e le costruzioni che, in questi quattro anni di crisi hanno pagato il prezzo più alto, con la perdita di 400 mila posti di lavoro.

Altre proposte concrete?
A parte tutti quegli interventi necessari che permetterebbero di sbloccare quel “tesoretto” da 15 miliardi, abbiamo chiesto al ministro e al governo di fare pressione affinché l’Unione Europea autorizzi la non contabilizzazione nel calcolo del deficit di tutto ciò che riguarda spese di investimenti, interventi a sostegno dell’occupazione e politiche attive per favorire il lavoro. Questa è una battaglia che il governo italiano deve portare sul tavolo dell’Unione a tutti i costi. Se questa è la premessa, infine, possiamo venire alle nostre proposte concrete. Sono tre e riguardano il medio breve termine.

Quali sono?
Per prima cosa, occorre risolvere il problema della cassa integrazione in deroga e quello degli esodati. Abbiamo apprezzato che il governo abbia trovato risorse (un miliardo di euro) per rifinanziare la cassa in deroga, ma non possiamo astenerci dal far notare che l’ha fatto con un’operazione finanziaria che ha spostato risorse dal lavoro al lavoro e che, oltretutto, basteranno per 4/5 mesi al massimo: gli stanziamenti prelevati dai fondi interprofessionali, che servono a fare formazione (il vero grande investimento che possono fare le imprese), pertanto, vanno riallocati, così come quelli prelevati tramite la decontribuzione del salario di produttività e alle quattro regioni meridionali. Occorre altresì che la copertura integrale degli ammortizzatori sociali sia assicurata per tutto il 2013.
Quanto agli esodati… Beh, tutti sanno che sono più di 130 mila e che le prime decretazioni del governo non bastano a garantire una soluzione strutturale e definitiva a tutti.
Inoltre, si dovrebbe studiare un progetto organico straordinario di politiche attive per il lavoro, dato che ci sono più di un milione di cassa integrati, molti dei quali difficilmente riusciranno a recuperare il loro posto di lavoro: attraverso la formazione dobbiamo offrire loro un’alternativa.

Le altre due proposte?
Con riferimento all’occupazione giovanile occorre evitare che le poche risorse disponibili vengano disperse in mille rivoli o polverizzate in interventi a pioggia inefficaci. Ci piace l’idea della staffetta generazionale anche perché l’abbiamo già sperimentata con successo in Lombardia ed Emilia-Romagna dandole cittadinanza nel contratto dei chimici. Proponiamo di estenderla.
Bisogna, infine, introdurre sgravi contributivi sull’apprendistato alle aziende che hanno più di nove addetti. Anche loro devono saper con certezza di poterne godere. E sarebbe una misura che permetterebbe a molte di loro di assumere giovani apprendisti. Più in generale, serve rafforzare gli incentivi fiscali e contributivi alle aziende che decidono di trasformare i contratti di lavoro atipici in contratti di lavoro a tempo determinato.
Sulla base di queste idee, la Cisl è disponibile a dare il suo contributo per costruire risposte finalizzate a salvaguardare posti di lavoro bloccando l’emorragia in corso.