Embrioni in valigia, uno storytelling da diabete quotidiano

Il video zuccherato, il fiocco rosa, il “piccolo miracolo”, la lezione sulle maternità attempate e consapevoli. Ma sotto la melassa la notizia resta questa: aggirando la legge una donna ha comprato il necessario per diventare madre a 62 anni

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«A vederla con sua figlia sembra un piccolo miracolo…», dice la giornalista del Messaggero. «È biondina, guardi quanti capelli ha. Sono stata fortunata perché desideravo una femminuccia. Le ho dato il nome di un pianeta perché amo la natura», risponde la signora.
Tanti capelli biondini, una bimba col nome di un pianeta, una mamma record di 62 anni. E i giornalisti, a partire dal quotidiano romano fino a Repubblica, che intingono la penna nel glucosio perché al San Giovanni di Roma, dove lavora da anni come infermiera, la signora ha da poco dato alla luce «una bella bambina di 3,2 kg». Ed è un “piccolo miracolo” che va raccontato con le colleghe che si adoperano per portare alla signora una carrozzina, la mamma 92enne che le dice «bene, così quando non ci sarò più ti farà compagnia lei», l’ex compagno un po’ agée che non voleva figli sopra i 50 anni a cui verrà mostrata dicendogli «tu non l’hai voluta e ora ti arrangi».

Un embrione comprato a Tirana

Un piccolo miracolo: cosa importa che a rendere possibile il parto sia stato l’impianto di un embrione comprato a Tirana, in Albania, dove è possibile aggirare il limite imposto dalle regioni italiane all’accesso alla procreazione mediamente assistita regolato dalla legge 40 (43 anni in strutture pubbliche, 50 in quelle private è il limite imposto dal Lazio): basterà darne notizia in un altro articolo. Sottolineando bene le parole del dottor Marco Traversa, responsabile di anestesia ostetrica del San Giovanni: «Di nascite dopo i 60 anni sia in Italia sia all’estero ce ne sono già state. Nel Lazio la popolazione ostetrica è sempre più anziana: molte donne partoriscono per la prima volta intorno ai 40 anni e anche oltre, e arrivano a fare il secondo figlio anche tra i 46 e i 50 anni». Ricordando, tra gli altri, il caso di una donna che dopo aver perso un figlio in un incidente stradale partorì un bambino a 63 anni e oggi «quel ragazzo è un bel giovanotto di 24 anni».

«Mi basta che arrivi con me ai 18 anni»

«Ho fatto un salto nel vuoto, ma gli stessi medici quando ho dato alla luce mia figlia mi hanno detto che ho partorito come una ventenne. Una donna non deve sentirsi vecchia mai», prosegue la signora mentre allatta la sua bambina. «Non ha osato troppo?», le chiede la giornalista del Messaggero, «non esiste l’età giusta per diventare madre, la vita si è allungata, ci sono più opportunità. Il mondo del lavoro è sempre più difficile, prima si pensa a stabilizzarsi, ho sempre fatto tante notti e straordinari. Ho rimandato per la fatica e quasi mi sento più sicura ora che arriva la pensione», spiega la signora. «A me basta che questa bimba arrivi con me ai 18 anni poi potrà camminare da sola. Perché i figli devono essere indipendenti», continua, «Ai ragazzi di oggi andrebbe insegnato che nella vita bisogna sapere rischiare, lo insegnerò a mia figlia».

A Roma fare i figli è complicato

Camminare da soli, sapere rischiare: concentratevi sul lieto annuncio, il fiocco rosa, come titola Repubblica, magari anche sulla tecnica in via di sperimentazione dell’eco-navigazione utilizzata per l’epidurale durante il cesareo programmato alla 37esima settimana: una bambina è nata grazie alla caparbietà di una donna adulta, consapevole e responsabile che sognava di diventare mamma. Come se gretto e meschino fosse soffermarsi su come lo è diventata, aggirando la legge, sborsando soldi, comprando un embrione. A 62 anni. «Non c’è bisogno che a parlare siano sociologi o psicologi, perché la realtà è sotto gli occhi di tutti. In una città complicata come Roma fare figli e gestire la loro crescita è una strada tutta in salita. E non è una novità che le donne finiscano per partorire il primo figlio sempre più tardi. O a non farne per niente, come raccontano i dati Istat sulla denatalità in Italia»: meglio tardi che mai, è questa la grande lezione riportata dai quotidiani. E che sul Messaggero troviamo bene incollata a un video per zuccherare la notizia.

Piedini, capelli al vento, mani sugli alberi

Ci sono i piedini di un neonato, il gel su candidi pancioni, il viso dolce di dame oversessanta con gli occhi azzurri, i capelli accarezzati dal vento, un cuoricino che pulsa nell’ecografia, una mano segnata dall’età e quella di un bambino che si appoggiano alla corteccia dell’albero, le unghie limate, la luce giusta, la musica giusta. Le frasi giuste. «Una realtà sotto gli occhi di tutti», compare scritto sul pugnetto di un neonato che stringe un dito attempato tra le altre immagini del video.
Lo stesso zucchero, le stesse argomentazioni usate per venderci la felicità dei nuovi Vendola, i nuovi genitori nell’era delle infinite possibilità. Riguardarsi Google Baby, il documentario realizzato nel 2009 dalla regista israeliana Zippi Brand Frank che racconta «come nascono i bambini ai tempi di Internet». Embrioni in valigia, menù di donatrici, poche fisime su aborto selettivo e ricchi e facoltosi committenti 57enni e single. E al minuto 2, il pianto straziante di una madre surrogata indiana che accarezza il bambino appena dato alla luce, pochi istanti prima di venire consegnato ai suoi acquirenti.

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