Midterm. La vittoria della giovanissima pro life Elise Stefanik e la débâcle dell’icona liberal Wendy Davis

Elise Stefanik, 30 anni, godeva dell’appoggio dei pro life e ha rilanciato l’American Dream, distrutto l’Obamacare e promesso «meno tasse per creare lavoro»

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  

I temi etici non hanno infiammato la campagna per le elezioni del Senato americano, che si sono concentrate su lavoro, crescita e riforma sanitaria. È su questo terreno che hanno avuto la meglio i repubblicani, comprese le donne che hanno guadagnato posti in un partito piuttosto allergico alle quote rosa. I risultati di due candidate, più di ogni altro, sintetizzano l’umore “antiobamiano” degli Stati Uniti e la volontà di tornare alla versione tradizionale dell’American Dream.

PIÙ GIOVANE MAI ELETTA. Una è la repubblicana Elise Stefanik, 30 anni, la più giovane donna mai eletta al Senato, che ha rubato all’avversario con il 55 per cento dei voti il seggio del 21esimo distretto dello Stato di New York, occupato dal 1990 dai democratici. L’altra è la democratica Wendy Davis, icona texana del femminismo liberal: divorziata, con due figlie e due aborti alle spalle, ha perso la corsa per la carica di governatore, subendo un distacco di ben 20 punti percentuali.

STELLA NASCENTE. Stefanik, bellezza acqua e sapone, figlia della middle class americana, è cresciuta nella piccola impresa del padre e si è laureata ad Harvard cum laude. A 21 anni è finita nel team del presidente George W. Bush e a 28 alla direzione generale del partito Gop. Dopo un periodo calata in politica, la stella nascente repubblicana ha deciso di tornare a casa per lavorare nell’azienda di famiglia, «che va sostenuta, perché i giovani ne hanno bisogno».

PALADINA PROGRESSISTA. Anche la paladina delle donne, Davis, è nota per aver studiato ad Harvard, oltre che per aver fatto ostruzionismo al parlamento del Texas, rimanendo in piedi 11 ore di fila per impedire l’approvazione della norma che vietava l’aborto oltre la ventesima settimana. A 19 anni, Davis ha cresciuto da sola una figlia e tornata in Texas a lavorare come avvocato dopo la laurea, è passata attraverso due divorzi. Della sua storia progressista si è sempre vantata, «perché sono le prove che mi hanno resa quella che sono». In campagna elettorale, il suo profilo è stato però intaccato dalle rivelazioni del secondo marito, che ha finanziato i suoi studi, accudendo la figlia, ed è stato lasciato dopo aver pagato l’ultima retta universitaria.

CAMPAGNE ELETTORALI OPPOSTE. Davis, in politica dal 1996, ha puntato su un welfare state favorevole all’innalzamento degli stipendi minimi e ha promesso di garantire a tutti l’accesso alle migliori università del paese. Soprattutto, ha fatto leva sulla sua storia progressista, tralasciando i guai familiari e rievocando a più riprese il dolore per l’aborto di una figlia che altrimenti «sarebbe stata cieca, sorda e avrebbe vissuto in permanente stato vegetativo».
Stefanik ha condotto una campagna elettorale opposta. Ha incitato a «riprenderci il sogno americano, quello per cui se lavori duro puoi ottenere tutto». Ha passato un anno a girare le piccole e medie imprese dell’Upstate, incontrando i loro proprietari e proponendo di «abbassare le tasse per creare lavoro». Votandola, l’America ha dimostrato di non avere ancora digerito l’Obamacare, visto che la giovane repubblicana ha vinto criticando aspramente la riforma sanitaria e promettendo che tornerete a «essere voi i responsabili della vostra salute».

SOSTEGNO PRO LIFE. La democratica, debole sui temi dell’economia e schierata su quelli etici, è stata sconfitta. La repubblicana invece, più credibile anche sulla necessità di «tutelare le donne» e «dar spazio ai giovani», ha vinto giocando la sua corsa su un programma fortemente pragmatico. Stefanik non si è poi nascosta quando i gruppi pro life l’hanno appoggiata: «Sono orgogliosa di aver ricevuto il vostro sostegno, (…) continuerò a rappresentare con forza le donne e a combattere per chi non ha ancora voce».

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •