Egitto. Deridono l’Isis in un video, studenti cristiani condannati a cinque anni di carcere per blasfemia

Durante il governo di Abdel Fattah al-Sisi la situazione delle accuse di blasfemia non è migliorata, anzi. Il problema è soprattutto culturale: «Criticare la religione è impossibile»

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Un ragazzo si inginocchia e giunge le mani in segno di supplica, mentre un altro si china su di lui e, mimando i movimenti di una spada, gli taglia la gola. I due ridacchiano mentre una voce fuori dall’inquadratura li rimprovera. Per questo breve filmato, tre ragazzi cristiani sono stati condannati a cinque anni di carcere per blasfemia in Egitto, mentre un altro è stato mandato in riformatorio.

LE VOCI E L’ARRESTO. Il video è stato realizzato l’anno scorso da cinque studenti di 15 e 16 anni in gita scolastica. Abitano tutti nel villaggio di Al Nasriya, Minya, il governatorato da cui provenivano quasi tutti i 21 cristiani sgozzati dall’Isis in Libia. L’obiettivo degli alunni era proprio quello di prendere in giro i jihadisti dello Stato islamico.
Quando nell’aprile del 2015 uno studente della scuola ha sentito parlare del video ha informato un insegnante, che è andato denunciare tutto alla polizia. Secondo le voci, nel filmato veniva dissacrato il Corano. I “rumors” erano falsi, ma tanto è bastato perché centinaia di musulmani attaccassero nel villaggio le case dei cristiani. I cinque ragazzi sono stati arrestati, insieme a un insegnante accusato di averli filmati.

«PRENDEVANO IN GIRO ISIS, NON ISLAM». Uno dei ragazzi è stato rilasciato, mentre gli altri quattro, che dopo alcune settimane sono stati liberati su cauzione, sono stati condannati. L’insegnante, invece, dopo essere stato licenziato e cacciato dal villaggio, era già stato condannato a tre anni di carcere. L’avvocato degli studenti, Maher Najib, ha spiegato al Christian Science Monitor che non si tratta di «blasfemia» perché gli studenti «prendevano in giro l’Isis, non l’islam». Durante l’ultima udienza prima del verdetto, il legale aveva cercato di convincere i giudici chiedendo di guardare insieme il filmato, ma i magistrati si erano rifiutati di vederlo.

I PRECEDENTI. «Mio figlio è traumatizzato e non va più a scuola perché si sente odiato da tutti», spiegava Amjad Hana, padre di uno degli imputati, prima della sentenza. «Tutti i ragazzi sono pietrificati, questo verdetto potrebbe distruggerli. Hanno provato il carcere una volta. Non possono tornarci». Agli esperti il futuro dei ragazzi sembrava già scritto perché la blasfemia è un’accusa molto grave in Egitto. In un caso recente, un’insegnante cristiana in base a false accuse è stata condannata a pagare 100 mila lire egiziane (circa 10 mila euro), una cifra esorbitante per il tenore di vita in Egitto. L’avvocato della donna dopo il processo aveva dichiarato: «Purtroppo mi aspettavo un verdetto simile. Chi è accusato di insulti alla religione viene sempre trovato colpevole. Non è mai successo che un caso sia finito diversamente».

CASI IN AUMENTO. Durante il governo di Abdel Fattah al-Sisi la situazione non è migliorata, anzi le denunce sono in aumento. Il presidente che ha impedito ai Fratelli Musulmani di conquistare il potere, mettendoli poi fuorilegge, «sta cercando di usare i casi di blasfemia per guadagnarsi il favore del popolo. È come se dicesse: “Noi non opprimiamo nessuno, ma custodiamo la religione”». L’opinione di Fatma Serag, dell’associazione per la Libertà di pensiero ed espressione, è confermata dai numeri: nel 2015 sono state incriminate per offesa alla religione almeno 20 persone, più che durante il regime di Hosni Mubarak.

PROBLEMA CULTURALE. Alla base il problema, più che di atteggiamento del governo, è culturale: «Chiunque parli della religione in modo diverso o stravagante viene subito denunciato alla polizia. Questo è il problema maggiore, cioè come la comunità vede questo argomento», continua Serag. «Una critica della religione è impossibile».

Foto Ansa


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