L’educazione cristiana nelle scuole del campo profughi di Erbil

Iraq. La scuola dove si insegna ai bambini il Vangelo, l’adorazione, la preghiera e a portare Dio nella vita. Perché «essere cristiani non è solo stare in cappella»

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Christian refugees in Erbil

Ad Erbil, la città dell’Iraq che ospita le famiglie di profughi scappate da Mosul e Qaraqosh in seguito all’invasione dell’Isis nel 2014, dove i cristiani vivono nei container da un anno e mezzo, la fede non è morta. Anzi, germoglia. La Cna ha descritto come stanno crescendo i figli dei profughi, educati nelle scuole appositamente allestite per fornire un’educazione ai bambini sfollati nel campo profughi di Ankawa.

PREGHIERE A SCUOLA. «Penso che i bambini abbiano le capacità di adorare Gesù e di contemplare». A raccontare l’impostazione di una scuola allestita in un prefabbricato dalle suore domenicane di santa Caterina da Siena, che provvede all’educazione di 600 bambini grazie all’aiuto di organizzazioni come Aiuto alla Chiesa che Soffre o la Catholic Near East Welfare Association, è Carin, una giovane missionaria francese.
L’impostazione educativa della scuola è quella di portare il Vangelo dentro la vita, perché «essere cristiani non è solo stare in cappella». Ma proprio per questo il rapporto con Dio deve essere centrale. Oltre alle lezioni settimanali di catechismo, i ragazzi di ogni classe si preparano pregando fuori dalla cappella della scuole e, una volta entrati, partecipano per 15 minuti all’adorazione eucaristica: qui, «incontrano Cristo» e poi «discutiamo di come vivere il Vangelo nella vita quotidiana».
L’obiettivo della scuola delle suore domenicane, che hanno aperto anche due asili oltre che una clinica sanitaria, è quello di «mostrare la cura amorevole della Chiesa» e che questa plasmi la vita dei bambini, che imparano anche a pregare per «il mondo futuro».

EDUCARE PER SALVARSI. Per non limitare l’azione educativa alla scuola e per «ridare speranza, dato che le persone sono stanche», visto che «sono qui ormai da molto», le Piccole suore di Gesù, insieme a Carin, portano il Santissimo Sacramento anche all’interno dei campi profughi. Perché quando «non possiamo fare nulla a livello umano, è meglio mettere davanti Gesù e poi, dopo di lui, agire».
Domandando aiuti e finanziamenti per le scuole, in maggioranza allestite dai religiosi e le religiose di Erbil, l’arcivescovo della città, Bashar Warda, aveva spiegato quanto fosse difficile immaginare un futuro senza educazione cristiana per bambini e bambine: «Stiamo lavorando per aiutare i nostri giovani a completare i loro studi». Esattamente come in passato quando il cristianesimo si salvò grazie alla «scelta dell’educazione come mezzo di promozione della cultura nella terra di Mesopotamia, la loro, quando fu invasa dal deserto arabo al momento dell’espansione dell’Islam. Una situazione molto simile a quella odierna, che vede i cristiani a dover fronteggiare l’avanzata dello Stato islamico».

Foto Ansa


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