Dio scampi Hong Kong dal destino di Belfast

La richiesta di giustizia e democrazia si è diffusa anche grazie alla Chiesa. Ora va scongiurata una lunga stagione di violenza urbana. L’esperienza e l’auspicio di un missionario del Pime

Proteste a Hong Kong e polizia in assetto anti sommossa

Articolo tratto dal numero di novembre 2019 di Tempi. Attenzione, di norma, gli articoli che compaiono sul mensile sono riservati agli abbonati. Per abbonarti a Tempi clicca qui.

Gianni Criveller, sinologo e teologo, è missionario del Pontificio istituto missioni estere (Pime) a Hong Kong dal 1991. Dal 2017 è preside della Studio teologico internazionale del Pime. Venerdì 29 novembre interverrà con Albert Ho all’incontro di Tempi “La libertà è la mia patria. Da piazza Tienanmen a Hong Kong”, ore 21, Teatro Pime (via Mosè Bianchi, 94), Milano. Qui tutti i dettagli.  

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Hong Kong è una città speciale e difficile, la si ama o la si detesta. Una città internazionale, che cambia sempre: architettura postmoderna, tanto verde nei Nuovi territori e piccole spiagge nascoste nella bellissima penisola di Sai Kung. Ci sono anche complessi residenziali enormi; centri commerciali sterminati dove ci si perde; quartieri ad altissima densità, dove migliaia di vite affrettate si incrociano ogni giorno. Un diffuso disagio psichico, soprattutto tra i giovani, scossi tra un sistema scolastico nozionistico e un futuro incerto e incombente, politicamente e socialmente.

In questa città dal destino fondamentale, incrocio tra il nuovo impero cinese e il mondo che lo incrocia, i nostri missionari sono presenti sin dal 1858, più di 160 anni di grande impegno missionario, educativo e di elevazione sociale. Il Pime era nato da pochi anni quando gli fu affidato questo lembo di terra destinato a chiamarsi “La Perla d’Oriente”. Anche la colonia inglese era ancora piccola e in cerca di fortuna.

Ho scritto la storia della presenza missionaria di questo territorio, che da un minuscolo villaggio di pescatori e rifugio di pirati è divenuto, in poco più di un secolo, la metropoli più visitata al mondo, con 28 milioni di visitatori nel 2018. I missionari del Pime (allora conosciuto con il nome di Missioni estere di Milano), che sono ancora presenti e numerosi, hanno contribuito in modo fondamentale allo sviluppo sociale, culturale e religioso della città e dei territori che la circondano.

Hanno iniziato centinaia di scuole, dalle più piccole aule che nei villaggi remoti raccoglievano decine di bambini diseredati, ai grandi istituti di formazione superiore da dove è uscita l’élite della città. Hanno messo a tema l’attenzione alle persone in difficoltà, i poveri, i bambini, gli ammalati e i disabili, e poi ancora i rifugiati dalle guerre e dai regimi della grande Cina. Alcune agenzie sociali fondate e sviluppate dai missionari, la Caritas Hong Kong sopra tutte, hanno assicurato una rete di soccorso sociale per i più deboli, che ha salvaguardato il senso di umanità in una città sempre più complicata, sempre in trasformazione.

A fianco dei cardinali Zen e Tong

A partire dagli anni Settanta del secolo scorso, un gruppo di giovani missionari del Pime ha instillato nel pensiero e nell’azione ecclesiale la consapevolezza e l’urgenza dell’impegno per la giustizia e la democrazia come forma dell’annuncio evangelico. Adelio Lambertoni, un missionario originario di Velate (Varese), scomparso prematuramente nel 2006, ne era l’esponente più significativo. Nel 1972, con altri esponenti delle chiese cristiane, fondò Soco (Society for Community Organization), la prima ong che mise a tema l’impegno a favore dei gruppi sociali più svantaggiati, la partecipazione politica, i diritti umani.

Hong Kong era una città coloniale, senza alcun respiro politico. La Chiesa fino ad allora, impegnata per il soccorso delle persone in difficoltà, in particolare dei due milioni di profughi fuggiti dalla Cina, non legava il soccorso sociale alla lotta per la giustizia e la partecipazione democratica. Iniziò allora un processo di consapevolezza sempre più marcato, al punto che oggi i leader del movimento democratico di Hong Kong sono quasi tutti cristiani, formati nelle scuole e associazioni cattoliche. Il cardinale Joseph Zen è considerato «la coscienza di Hong Kong», e il vescovo ausiliare Joseph Ha è sceso sulle strade pacifiche dei giovani dimostranti.

Ho vissuto a Hong Kong per 25 anni. Amo questa città meravigliosa e difficile, dove ho amici carissimi e le cose che mi stanno più a cuore. Ho insegnato ai giovani candidati al presbiterato e alla vita religiosa, e a tanti uomini e donne impegnati nella vita ecclesiale. Ho collaborato molto strettamente con i due cardinali Joseph Zen e John Tong, entrambi, e per motivi diversi, persone di grande valore, dei quali la Chiesa universale può andare ben fiera. Con Franco Mella, missionario molto noto per il suo impegno a fianco dei diseredati e per innumerevoli campagne di giustizia, ci siamo impegnati per il diritto di residenza dei figli dei cittadini di Hong Kong nati in Cina, come sancito dalla Legge base.

Abbiamo fatto scioperi della fame, centinaia di sit-in e manifestazioni. Dal movimento degli ombrelli ad oggi abbiamo pregato e celebrato ogni domenica sera sotto il Lennon Wall, il luogo adiacente al parlamento, al centro delle manifestazioni del 2014 e dell’estate 2019. Durante quelle manifestazioni la polizia era sempre lì, a prendere foto e appunti, anche se molte volte eravamo meno di una dozzina di persone.

Con gli amici della commissione di Giustizia e Pace della diocesi di Hong Kong abbiamo tradotto in cinese e divulgato testi per noi significativi: Tu non uccidere di don Primo Mazzolari; L’obbedienza non è più una virtù e Lettera ad una professoressa di don Lorenzo Milani. Abbiamo proposto, in ogni modo possibile, la dottrina del primato della coscienza sulle leggi ingiuste; della responsabilità pubblica di ogni cittadino; della non violenza come via di partecipazione politica.

Hong Kong, una città di sette milioni e mezzo di persone, è un crocevia di molti mondi, di civiltà, umanesimi, economie e sistemi politici diversi che, nonostante tutto, hanno saputo convivere. Hong Kong è l’unico lembo sotto l’autorità della Repubblica cinese che sfida, anzi si ribella, all’egemonia di Pechino. È ben conosciuto quale fu, purtroppo, il tragico esito delle manifestazioni studentesche a Pechino e in altre città della Cina nella primavera del 1989. Dopo esattamente trent’anni a Hong Kong i giovani, o meglio i ragazzi poco più che adolescenti, hanno ripreso una battaglia iniziata nel 2014 con la rivoluzione degli ombrelli.

C’è chi si chiede chi “ci sia dietro” ai giovani di Hong Kong. Dietro la grande maggioranza di giovani studenti e cittadini che protestano pacificamente c’è una coscienza sociale e civile che merita sostegno e risposte positive. Dietro ai ragazzi più radicali e violenti (i frontliners), certamente infiltrati da chi ha interesse a spargere disordine e violenza, c’è solo la loro disperazione e impreparazione politica. Temo che la crisi di Hong Kong diventi radicata, senza soluzioni, con ulteriori irrigidimenti delle parti.

Lo scorso agosto, mentre visitavo la città di Belfast (Irlanda del Nord), sono rimasto colpito da alcuni parallelismi tra le vicende delle due città (ben consapevole delle enormi distanze, sia geografiche che temporali che politiche e culturali). Ma un paragone si può fare, altri l’hanno proposto. Temo che Hong Kong possa avviarsi verso una lunga stagione, che potrebbe durare anni (a Belfast è durata 30 anni), di diffusa violenza urbana.

Il futuro del mondo passa da lì

Le questioni di fondo poste dalla rivolta richiedono una via d’uscita, una svolta politica che forse il governo di Hong Kong non può più dare, e a cui Pechino è chiusa più che mai. Lo slogan più in voga è “liberare Hong Kong è la rivoluzione del nostro tempo”. Nella storia della Cina, gli studenti sono sempre stati portatori delle istanze nazionali di riforma: il movimento del 4 maggio del 1919; la stessa rivoluzione culturale; la rivolta di Tiananmen del 1989. Oggi Hong Kong è l’unica piazza cinese dove i giovani si sentono chiamati ad una nuova missione storica: portare libertà e democrazia a Hong Kong.

Senza una risposta positiva a questa istanza, si rischia la fine dell’autonomia speciale di Hong Kong, e di gettare sempre più giovani nelle braccia delle spinte indipendentiste, per quanto esse siano senza speranza, anzi foriere di tragedia sicura. Il lungo braccio di ferro, ancora senza soluzione, mostra la distanza abissale dei governi di Hong Kong e della Cina dal sentimento genuino dei giovani e della gran parte della popolazione.

Lo scorso 9 giugno, dopo aver seguito più di un milione di persone scendere sulle strade di Hong Kong (la domenica dopo i manifestanti furono il doppio!), invitavo ad osservare attentamente cosa succedeva ad Hong Kong: il futuro della Cina (e del mondo) passa da lì. Oggi non posso che confermare questo invito, auspicando una soluzione pacifica e giusta della pericolosa crisi.

Foto Ansa