Dal fascismo a Corona. Sarà un altro anno di crociate riciclate?

Di Caterina Giojelli
06 Gennaio 2026
Il 2025 si chiudeva con una guerra morale diffusa e sempre più mediatica: famiglie “no contact”, Gesù Bambin@, qr code antifascisti, indignazione un tanto al chilo dalla geopolitica al carrello della spesa. Il 2026 promette di continuare il repertorio
Il murale di aleXsandro Palombo, Human Shields, apparso alla Stazione Termini di Roma e raffigurante Greta Thunberg e Francesca Albanese abbracciate da un miliziano di Hamas, è stato vandalizzato, in una immagine diffusa il 30 novembre 2025 (foto Ansa)

Avevamo lasciato il 2025 così: a rianimare crociate sfinite e tallonare prede sempre più evanescenti. L’ultima contro la famiglia tradizionale, “christmas edition”. Repubblica andava a caccia di nuovi stigma da abbattere e li trovava sotto l’albero: il Natale “no contact”.

«Sono sempre di più in Italia le persone che scelgono di recidere i rapporti con i genitori», spiegava il giornale, decisione «dolorosa ma consapevole», dettata dal «bisogno di prendere le distanze da relazioni tossiche o invalidanti».

Il Natale “no contact” e family detox di Repubblica

Il Natale, con il suo carico simbolico di affetti e tortellini, diventava così «punto di rottura e l’inizio di una scelta di tutela di sé, ancora stigmatizzata ma sempre più raccontata», prova ne sarebbrp i social che «si sono riempiti di testimonianze», modello confessioni da terapia di gruppo.

Al solito Repubblica le selezionava come scegliendo i calchi per una mostra sul trauma contemporaneo: da quella di Luca, 29 anni, che confessa: «Sono due anni che non parlo con i miei, la prima cosa di cui mi sono liberata (sic, ndr) è stato il mal di stomaco». A quella di Valentina Tridente, «content creator di Parma, 42 anni,» madrina dell’hashtag #nocontact che lamenta: «Se rompi con un partner tossico, tutti ti dicono che fai bene. Se rompi con un genitore che ti manipola o ti controlla, sei un figlio ingrato».

Dopo l’immancabile diagnosi della psicoterapeuta – cui è seguita la storia dell’avvocata Giulia (“Da 8 anni non vedo più mia madre e mia sorella: ho detto basta alla farsa”) e il controcanto della presidente dell’Age, associazione genitori italiani – Repubblica dichiarava se stessa parte del cambiamento family-detox: raccontare queste storie è un dovere collettivo, perché «non siamo cattive persone se mettiamo la salute mentale al primo posto».

I qr code antifascisti di Roma

Avevamo lasciato Roma in balia delle parafilie antifasciste dell’assemblea capitolina, dove la maggioranza Pd-Avs-Sinistra civica ed ecologista, con una mozione prenatalizia, decideva di “risignificare” mezza città, riciclando vecchie battaglie contro il fascismo in un nuovo business di qr code educativi.

E così il Colosseo quadrato all’Eur, il Foro Italico, la Sapienza – ma pure, a rigor di logica, anche via dei Fori Imperiali, via della Conciliazione, piazza Augusto Imperatore, il pontile di Ostia, l’ex Forlanini, Ostiense, Cinecittà, lo Stadio dei Marmi, ponti vari e tutta l’architettura razionalista del Novecento – sono diventati colpevoli seriali in quanto portatori sani di valori “violenti, discriminatori, razzisti, autoritari”. Almeno così spiegheranno i qr code inquadrati dai turisti, finalmente laureati in storia contemporanea (andassero prima a chiedere al Colosseo tondo, quanti morti ha fatto).

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Il Sacro queer di Nichi Vendola e la Gesù Bambin@ di don Vitaliano

Avevamo lasciato Nichi Vendola, trombato alle elezioni del 23-24 novembre ma non allo spirito del tempo, diversificare la carriera e farsi profeta queer del Vangelo. All’arena di Repubblica nella fiera Più libri più liberi, diventata teatro di contestazioni e flash mob contro la casa editrice “fascista”, Vendola presentava infatti il suo Sacro Queer rivelando che «tutti i personaggi chiave del Vangelo sono queer». Da Maria alla Maddalena, fino al buon Samaritano che «nel mondo di Salvini sarebbe un trans, uno zingaro». Da ex governatore pugliese a guru della spiritualità controculturale da scaffale, Vendola denunciava il «vocabolario della ferocia» e il «genocidio delle parole». La soluzione? Evidentemente stamparne di più (in edizioni rainbow).

Sempre a proposito di parole e preti, avevamo lasciato don Vitaliano Della Sala annunciare che nel presepe di Mercogliano sarebbe nata una bella bambina, perché «Gesù Bambin@ oggi si incarnerebbe nelle bambine e nei bambini senza casa, senza terra, senza pace e senza domani della Palestina e di Gaza, dell’Ucraina e del Sud Sudan». Praticamente un telegiornale con statuine inclusive e schwa, per non lasciare alcuno stigma inesplorato.

I bunker climatici di Sánchez e il nuovo core business di Greta

Avevamo lasciato Pedro Sánchez promettere una rete nazionale di “rifugi climatici” per proteggere dal riscaldamento globale le «persone senza casa o con meno possibilità economiche, che più difficilmente hanno l’aria condizionata». Tra i nuovi bunker figurano «le sedi dei ministeri». Sia mai che il fresco, garantito per costituzione ai capi dicastero, soccomba davanti alla crisi geopolitica e all’ormai storico enigma draghiano: «Meglio la pace o il condizionatore acceso?».

Avevamo lasciato Greta Thunberg completare la conversione: dagli orsi polari al conflitto geopolitico, dalle emissioni di CO₂ al genocidio a Gaza, dalle conferenze Onu alle flottiglie. Una carriera coerente: sempre in piazza, sempre in collera, solo nuovi nemici.

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Gli stickers di Ultima Generazione e lo spleen di Beppe Grillo

Soprattutto avevamo lasciato Ultima Generazione mollare catene, salsa di pomodoro e musei per scoprire l’inflazione. Dalla Terra al carrello della spesa. Perché «i supermercati sono tra i poteri economici più forti» e il governo compra armi invece di combattere il caro vita. Da qui l’ideona: da ottobre «Smettiamo di comprare dai supermercati un giorno a settimana» così «gli togliamo soldi e credibilità». Guerra al consumismo e al made in Italy («interrompere le esportazioni non fermerebbe da solo la strage, ma sarebbe un segnale forte») con tanto di kit scaricabile: entra nel supermercato, estrai gli adesivi del boicottaggio e attaccali. L’azione diretta versione cartoleria.

Infine avevamo lasciato Beppe Grillo in fase anacoreta: «Mi sento in uno stato in cui non esiste noia, tristezza, né dolore fisico e morale», scrive nel “messaggio politico di fine anno”. «Un bozzolo dalle dimensioni infinite. La mia immagine si rispecchia e posso vederla senza sapere dove ho gli occhi. Sembra un sogno ma dare ai sogni il loro giusto posto sarà la sfida degli anni a venire (…) il mio tempo non è ancora venuto, io sono postumo. Sto qui, a guardare e a pensare… In silenzio, perché è la forma più elevata di presenza». Manca solo un’amaca e poi diventa una rubrica.

Dalla guerra morale a Netflix

Avevamo lasciato, insomma, il 2025 in assetto di guerra morale: un grande presepe narrativo con sciarpe d’ordinanza, indignazioni stagionali, meditazioni a rotazione rapida. Chi si stufa di salvare il mondo un albero alla volta preferisce Gaza; chi non trova più poltrone si reinventa “mente libera queer”; chi lanciava vernice alle statue ora boicotta i carrelli della spesa.

Il 2026, promettono, partirà con un battaglione incredibile. Si è aperto con le minacce di Corona sul caso Signorini identiche a quelle che lanciava qualche Vallettopoli fa («ho tante di quelle prove e chat che vi faranno tremare»), e infatti, dal 9 gennaio, Netflix annuncia Io sono notizia, cinque episodi di rivelazioni sul re dei paparazzi, vocali rubati e vite vip in saldo, un core business da scandalo esausto ma sempre redditizio.

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E così il cerchio si chiude: le crociate morali, esauriti gli stigmi da abbattere e le batterie, si riciclano in battaglie vecchie con packaging nuovo. Perché nel 2026, come nel 2025 e ogni anno che l’ha preceduto, quella risorsa rinnovabile per eccellenza che resta l’indignazione deve pur generare like, voti. Abbonamenti.

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