Crisi demografica, non basta avere i soldi per voler fare i figli. I casi emblematici di Francia e Germania

Entrambi i paesi europei investono il 5 per cento del Pil in politiche familiari. Eppure in Germania il tasso di fecondità è inferiore agli 1,4 figli per donna. Intervista a Roberto Volpi: «Il problema è culturale»

«La crisi non intacca la straordinaria natalità francese»: così Le Figaro titola un’intervista a Gilles Pison, direttore dell’Istituto nazionale di studi demografici (Ined), che sottolinea come in Francia il numero di figli per donna sia rimasto quasi costante intorno ai 2 fin dal 1973, mentre nel resto dell’Europa la media è di 1,5-1,6. «In realtà non c’è niente di straordinario, è la soglia della sopravvivenza», commenta i numeri della ricerca a tempi.it Roberto Volpi, statistico ed esperto di politiche demografiche.

Perché non si tratta di numeri “straordinari”?
Noi siamo abituati a tassi così bassi di fecondità che ci sembra alto quello francese, che nel 2013 è stato di 1,97 figli per donna, quindi non siamo neanche alla soglia di sostituzione che consente una popolazione stabile, cioè 2,1 figli per donna. Certo, quello italiano è inferiore all’1,4 e la media europea non supera gli 1,5-1,6, ma 2 resta un tasso basso, perché in Italia fino agli anni Settanta eravamo a 2,5 figli per donna.

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Secondo lo studio, la Francia spende il 5 per cento del suo Pil in politiche di sostegno alla natalità.
La Francia ha “tenuto” più degli altri paesi europei perché in passato ha avuto una fortissima flessione della natalità: negli anni Cinquanta era un paese in decadenza demografica, con molti meno abitanti di Italia e Gran Bretagna, mentre ora siamo alla pari. Così Parigi ha sperimentato per prima politiche di sostegno alla natalità, che durano tuttora.

Come si spiega allora che la Germania, investendo cifre molto simili alla Francia in politiche familiari, si trovi in forte declino demografico?
Questo è un grande interrogativo che il pensiero sociologico e demografico dovrebbe porsi. In teoria, la Germania dovrebbe essere la nazione con i più alti tassi di natalità e fecondità. Ma non è così. Secondo il pensiero demografico, questi tassi sono ancorati alle condizioni materiali: cioè l’economia, il lavoro, le prospettive di occupazione, i livelli delle retribuzioni. Eppure la Germania, che oggi è un gigante economico, resta un nano demografico. La verità è che la demografia non ne azzecca una da tempo.

europa-demografia-tempi-copertinaCome mai?
Perché sbaglia teoria di fondo e noi in Italia l’abbiamo scoperto tempo fa guardando al caso dell’Emilia-Romagna degli anni Settanta-Ottanta. Fino alla metà degli anni Novanta era la regione più prospera in Italia, con servizi all’infanzia formidabili che tutti dall’estero venivano a studiare. Eppure in quel periodo in media le donne avevano 0,9 figli a testa, cioè un tasso da annullamento della popolazione nel giro di 50 anni. È chiaro che i parametri economico-materiali non sono tutto.

Se in Francia il numero di figli per donna è più alto rispetto alla Germania, secondo lo studio di Ined, è perché per le donne non è più un tabù tornare presto al lavoro dopo aver fatto un figlio.
Questo credo che sia falso. L’occupazione femminile in Francia è dieci volte inferiore rispetto alla Germania: è appena sopra la media europea. A Parigi, molto più che a Berlino, le donne scelgono di stare a casa. Certo noi siamo messi peggio di entrambi ma il motivo principale non è questo.

Come si spiega allora la differenza nei tassi di fecondità e natalità?
Quando ci sono una forte tenuta economica e grandi prospettive, quando non ci sono preoccupazioni, spesso non si vive pensando alla famiglia o ai figli ma a se stessi. I figli vengono sostituiti dai viaggi, dalla vita di relazione, che si fa più edonistica. Si cerca di realizzare sé in quanto individuo, a prescindere dalla famiglia. Era il caso dell’Emilia ed è oggi il caso della Germania, che non ha voglia di fare figli.

Il problema quindi è culturale?
Sicuramente, culturale e ideale. Un fattore che pesa è l’appeal in sé e per sé della famiglia, che oggi è basso per diversi motivi: dall’istruzione universitaria a livello di massa che va avanti fino a 27 anni al pensiero che per mettere su famiglia bisogna già avere tutto. Così non ci si sposa più.

I 10 miliardi che Renzi ha promesso a 10 milioni di italiani aiuteranno la famiglia e la ripresa demografica?
No. La misura con più riflessi immediati sarebbe quella del sostegno attraverso l’innalzamento degli assegni familiari. Non serve una riduzione dell’Irpef ma un aumento di reddito calibrato sul numero dei figli. Certo, può essere un’arma a doppio taglio perché in Francia queste misure trattengono le donne dal cercare un lavoro. Quello però che bisogna evitare oggi è il figlio unico, perché così la società non regge. Bisognerebbe quindi aumentare sensibilmente i contributi per il secondo figlio.