Come farà l’Italia (e l’Ue) a rientrare dal debito accumulato per il Covid?

Secondo un nuovo studio, all’Italia ci vorranno 26 anni per rientrare dai 25 punti di Pil di aumento del debito pubblico accumulati in questo anno e mezzo. A Francia e Spagna andrà anche peggio

La sede della Banca centrale europea a Francoforte

All’Italia ci vorranno 26 anni per rientrare dai 25 punti di Pil di aumento del debito pubblico accumulati da quando è iniziata la pandemia da Covid-19, ma più dura ancora sarà la risalita per Francia e Spagna: la prima ci dovrebbe mettere 67 anni, la seconda addirittura 89! Gli unici che non devono preoccuparsi troppo sono i tedeschi, il cui indebitamento è aumentato “soltanto” di 15 punti di Pil, da cui potrebbero rientrare nel giro di 7 anni soltanto.

L’Italia è il paese più preoccupante

A formulare questi calcoli è Euler Hermes, compagnia di assicurazione del credito del gruppo Allianz, in uno studio dal titolo: Eurozone government debt: quo vadis from here?. Dei quattro paesi presi in considerazione l’Italia in realtà è quello che più ha peggiorato la sua posizione debitoria, passando dal 134,1 per cento di debito pubblico in rapporto al Pil al 156,6 per cento previsto per la metà del 2022 (22,5 punti in più), mentre Francia e Spagna passeranno da poco più del 98 per cento a poco più del 116 (18 punti in più); ma nella sua proiezione Euler Hermes parte dal presupposto, del tutto teorico, che i vari stati proseguano la stessa traiettoria di gestione del debito pubblico precedente al 2020, che ha visto l’Italia realizzare saldi primari positivi per venti anni di seguito, mentre Francia e Spagna hanno quasi sempre avuto saldi primari negativi.

Puramente teorico è anche l’obiettivo del rientro dal debito che si prevede sarà accumulato nel periodo 2020-2022. Come spiega l’economista Patrick Artus, «l’extra debito pubblico che è stato contratto durante la crisi del Covid è stato in grandissima parte finanziato dalla Banca centrale europea (Bce) e non sarà probabilmente mai rimesso sui mercati». Ciò però non significa che questo debito non avrà conseguenze sul futuro delle economie della zona dell’euro: nel marzo del 2022 la Bce metterà fine al suo Pepp, il Programma di acquisti per l’emergenza pandemica che ha permesso di acquistare 750 miliardi di debito europeo, e da quel momento in poi i paesi dell’euro dovranno trovare da sé le risorse per rilanciare le proprie economie, vuoi facendo nuovi debiti ma ai costi del mercato finanziario, vuoi mettendo mano alla leva fiscale, argomento doloroso per cittadini, forze politiche e governi.

A rischio la tenuta dell’eurozona

Per l’Italia, che è il paese dell’eurozona più indebitato dopo la Grecia e dove la pressione fiscale è più elevata (44,5 per cento del Pil, seguita dal Belgio col 43,2 dalla Finlandia col 43,1, l’Austria col 42,8 e la Francia col 41,9), non si profilano giorni radiosi. L’introduzione di nuove tasse è già al cuore dei dibattiti politici in Germania all’approssimarsi delle elezioni politiche di settembre e in Francia in vista delle elezioni presidenziali dell’aprile-maggio 2022. A repentaglio c’è anche la tenuta dell’eurozona come tale, che ha visto salire di 17 punti percentuali il suo indebitamento medio, ora pari al 100 per cento della somma dei Pil dei suoi 19 membri; ma in realtà la zona è spaccata in due gruppi di paesi: sette (fra i quali l’Italia) che hanno un debito pubblico prossimo o superiore al 120 per cento del Pil, cioè il doppio di quello previsto dai trattati di Maastricht, e otto che invece hanno un debito che si aggira attorno al 60 per cento del loro Pil, come auspicato dai trattati.

Come faranno i primi sette a finanziare la costosa transizione ecologica decisa dalla Ue senza introdurre nuove, pesanti tasse? Come faranno i leader politici a mantenere le promesse, tante volte ripetute nei mesi della pandemia, di investire di più nella sanità, nell’educazione e nel rientro delle produzioni industriali delocalizzate in Asia? I dibattiti sulla tassa di successione innescati in Italia dall’improvvida uscita del segretario del Pd Enrico Letta sono solo l’antipasto di discussioni e scelte ben più drammatiche che ci aspettano fra un anno circa.

@RodolfoCasadei

Foto Ansa