La Cina ricatta l’Europa con le terre rare
Stretta di mano con annessi sorrisi di circostanza tra Ursula von der Leyen e Wang Yi, ministro degli Esteri cinese, che ha ribadito a margine dell’incontro con la presidente della Commissione europea che le esportazioni di terre rare non sono mai state e non dovranno mai diventare motivo di attrito tra Europa e Cina.
Pace fatta, insomma, prima ancora che la guerra fosse davvero cominciata, benché nei mesi scorsi siano state diverse le aziende del Vecchio Continente a lamentare le mancate forniture di materie prime indispensabili, ad esempio, alla filiera automotive.
Condizione analoga oltreoceano, dove Ford ha dovuto fermare le linee di Chicago da cui escono i popolari Suv Explorer, mentre l’amministrazione Trump era impegnata in un serrato braccio di ferro per stabilire se e quanti dazi applicare alle importazioni cinesi.
Tempi ha chiesto a Gianclaudio Torlizzi, esperto di energia fondatore di T-Commodity e advisor del governo e di Cassa depositi e prestiti, di fare il punto su questa complessa situazione.
Torlizzi, come vede queste rassicurazioni da parte del governo cinese? C’è dietro un qualche tipo di accordo affidabile?
L’accordo tra Cina e Stati Uniti è provvisorio. La mia impressione è che sia servito per allentare un po’ la tensione che si era creata tra i due paesi. Una tensione che, però, è destinata a permanere finché non si raggiungerà un accordo definitivo. Ipotesi, al momento, molto lontana. Gli americani stanno provando a mitigare il rischio di ripercussioni soprattutto per la propria difesa. È per questo che “triangolano” con paesi terzi come Thailandia e Messico, verso i quali la Cina non ha restrizioni in atto.
E l’Europa come si sta muovendo?
L’Europa subisce, non ha una strategia in atto e, fondamentalmente, è ferma da anni in questa condizione. Non sta facendo nulla se non annunciare qualche progetto minerario che, però, prima dovrà vedere la luce, poi iniziare a produrre un qualche del materiale che andrà, comunque, raffinato. Insomma, l’Europa è un vaso di coccio schiacciato, da un lato, sul fronte militare e tecnologico, dagli Stati Uniti e, dall’altro, sul fronte materie prime, dalla Cina. La vera posta in gioco per gli americani, invece, è bloccare la componentistica cinese dentro i prodotti europei.
Nel 2025 si può rinunciare completamente alla componentistica cinese?
In alcuni settori esistono delle alternative, ma costano di più e, se volessimo fare una vera politica industriale, dovremmo iniziare a pensarci. Si potrebbe dare il via a un piano graduale che preveda un phasing-out progressivo, non uno stop immediato che neppure gli americani richiedono. Il problema è che, non avendo fatto nulla negli ultimi vent’anni, noi europei ci troviamo oggi in una condizione in cui un paese come la Cina, che ha un surplus commerciale nei nostri confronti e che quindi dovrebbe essere più debole da un punto di vista delle negoziazioni, è in realtà più forte grazie al controllo delle materie prime. Noi europei non siamo abituati a ragionare in maniera strategica e continuiamo a ragionare solo sul prezzo. Ma finché ragioniamo così, non potremo fare altro che piegarci davanti al più forte.
Esistono filiere alternative che potrebbero aiutarci a superare questa situazione?
Bisogna crearle e non è tardi per farlo. Se si vuole continuare ad avere rapporti con gli americani, quella è la strada. Filiere che si estendano al Nord Africa e ai Balcani per contenere i costi troppo alti legati a produzioni a basso valore aggiunto o ad alto impatto energetico.
L’America tenta di negoziare con l’arma dei dazi, la Cina risponde con quella delle materie prime e all’Europa non rimane altro che fare i compiti a casa e rivedere la propria politica industriale?
A me l’Europa non pare avere un grande potere negoziale. A mio avviso dovrebbe agganciarsi totalmente agli americani e aiutarli nella creazione di filiere alternative a quelle cinesi. Deve, insomma, scegliere con chi stare e con grande umiltà, senza farsi abbacinare da ideologie che non hanno nessun tipo di senso, non avendo noi europei né una forza militare, né una forza commerciale, né una forza industriale. Non abbiamo neppure un’influenza geostrategica verso l’Africa, dove abbiamo lasciato che cinesi, russi e turchi si spartissero il continente. Ora l’Italia sta provando a fare qualcosa in alcuni piccoli paesi come Niger, Somalia ed Eritrea, ma a mancare è un piano anche finanziario.
Però, dal canto suo, la Cina sembra volerci rassicurare.
Le terre rare non saranno un problema finché l’Europa farà quello che dicono i cinesi, il messaggio è questo. Ed è un messaggio che assomiglia molto a una minaccia: se vi avvicinate troppo agli americani, per magia queste materie prime cominceranno a non arrivarvi più. Non c’è nulla di cui scandalizzarsi, questa è la realtà attuale: noi pensiamo ancora di vivere in un mondo pre-2020, mentre gli americani hanno ben capito che molte cose sono cambiate.
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