Tassa di successione: da Letta una proposta non solo ingiusta, ma pure inefficace

L’aumento dell’imposta su eredità e donazioni non colpirebbe i ricchi, ma il ceto medio già tartassato dallo Stato. Senza raggiungere il gettito sperato

Enrico Letta
Il segretario del Pd Enrico Letta

La proposta del segretario del Pd Enrico Letta di aumentare l’imposta di successione a beneficio dei diciottenni riapre un dibattito mai sopito circa lo stesso fondamento del tributo: strumento di giustizia sociale o espropriazione forzata da parte dello Stato? Come funziona in Italia? E la misura colpirebbe davvero i privilegiati, che già oggi godono di strumenti efficaci per occultare i loro patrimoni al fisco?

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Ha suscitato clamore la proposta del segretario del Pd Enrico Letta, non ancora delineata quanto a modalità e contenuti, diretta ad aumentare l’imposta di successione al fine di fornire una “dote” ai diciottenni. Si tratterebbe, secondo quanto affermato, di “colpire” un privilegiato 1 per cento di cittadini per agevolare giovani non abbienti, e fornire loro minime condizioni di partenza.

1. L’argomento “imposta di successione” non è nuovo nell’ambito delle discussioni giuridico/economico/fiscali e da sempre vede scontrarsi due posizioni. Da un lato vi è chi ritiene ingiusto tassare il mero passaggio generazionale di beni costituenti il frutto del lavoro di una vita, sui quali peraltro il fisco ha già avuto modo di soddisfarsi, e sostiene che un’imposta di successione elevata ridurrebbe gli incentivi ad accumulare ricchezza, che finirebbe allo Stato invece che ai propri figli e nipoti, e incoraggerebbe uno spostamento di capitali verso Stati con una tassazione più bassa.

Dall’altro vi è chi afferma che un aumento dell’imposizione rappresenterebbe un tentativo di limitare una eccessiva concentrazione di ricchezza nelle mani di poche famiglie, di favorire l’“uguaglianza dei punti di partenza” e di evitare che la ricezione di risorse ingenti scoraggi l’impegno dell’erede in attività lavorative.

Un dato di fatto incontrovertibile è che il gettito dell’imposta, nel nostro paese, è piuttosto modesto. Secondo i dati dell’Ocse, il gettito derivante dalla Isd (imposta sulle successioni e sulle donazioni) è stato pari a soli 820 milioni nel 2018, ovvero lo 0,05 per cento del Pil (e lo 0,11 per cento delle entrate totali). Si tratta di una cifra lontana da quanto incassato negli altri principali paesi europei visto che, per esempio, in Francia, il gettito dell’imposta è stato pari a 14,3 miliardi di euro, in Germania a 6,8 miliardi, nel Regno Unito a 5,9 miliardi ed in Spagna a 2,7 miliardi. Negli anni 2019 e 2020 l’importo complessivo di cui sopra si è ulteriormente ridotto, e a esso va detratto quanto l’erario deve sostenere per le attività di accertamento e riscossione, tanto che qualcuno è arrivato a sostenere che il saldo finale potrebbe in realtà essere addirittura negativo per lo Stato.

2. L’imposta di successione in Italia ha avuto da sempre una storia travagliata: inizialmente disciplinata dal Dpr 637/1972, fu compiutamente normata, con tassazione progressiva dal 3 al 33 per cento, dal Testo unico di cui al Dpr 346/1990. Nel 2000 il governo Amato ridusse fortemente la portata dell’imposta, passando da una franchigia unica complessiva a franchigie per ciascun beneficiario, ognuna del valore di 350 milioni di lire, e riducendo le aliquote all’intervallo del 4-8 per cento, senza più alcuna progressività. Con l’articolo 13 della legge 383/2001, voluta dall’allora governo Berlusconi, l’imposta di successione venne soppressa, ma in seguito durante il governo Prodi con il decreto legge 262/2006 essa fu reintrodotta sulla base della precedente disciplina, tranne che per alcuni aspetti relativi ad aliquote e franchigie.

A oggi, la tassazione della trasmissione ereditaria è la seguente:

a) se eredi siano il coniuge o i parenti in linea retta del defunto, l’aliquota è pari al 4 per cento del valore dell’attribuzione eccedente la soglia di 1 milione di euro per ciascun beneficiario;

b) se eredi siano fratelli e sorelle del defunto, l’aliquota è pari al 6 per cento del valore dell’attribuzione eccedente la soglia di 100 mila euro per ciascun beneficiario;

c) se eredi siano altri parenti fino al quarto grado, affini in linea retta oppure affini in linea collaterale fino al terzo grado, l’aliquota è pari al 6 per cento, senza alcuna franchigia;

d) se infine succedano al defunto soggetti diversi da quelli sopra elencati l’aliquota è pari all’8 per cento, senza franchigie.

Se il successore è portatore di un handicap qualificato “grave”, a prescindere dal rapporto di parentela o affinità tra il defunto e l’erede disabile, questi comunque beneficia di una franchigia di un milione e 500 mila euro. Il valore cui applicare le predette aliquote è, di regola, il valore “corrente” dei beni che compongono l’asse ereditario. Gli immobili invece, salvo il caso si tratti di aree edificabili, vanno considerati in base al valore catastale e sono in ogni caso soggetti alle imposte ipotecaria (2 per cento) e catastale (1 per cento).

3. Una proposta quale quella formulata dal segretario Pd è ragionevole e idonea a raggiungere il dichiarato scopo di colpire i “privilegiati”?

Nel rispondere, occorre considerare che gran parte delle ricchezze di consistenti dimensioni sono detenute all’estero, spesso nascoste al fisco tramite mandati fiduciari o trust, e che la tassa tende a colpire soprattutto le proprietà immobiliari del ceto medio. Vi sono poi norme specifiche che esentano da tassazione il passaggio di aziende e quote di controllo di società, al fine di facilitarne la quotazione in borsa, per quelle di maggiori dimensioni, o di evitarne la liquidazione da parte degli eredi, per le piccole imprese familiari.

Altri rimedi sono rappresentati dai trasferimenti di nuda proprietà di immobili con riserva del diritto di usufrutto in capo al disponente o dalla cointestazione di conti correnti e valori anche ai successibili. Si tratta di operazioni lecite ed in alcuni casi, come nel caso delle aziende e dei pacchetti di controllo delle società, addirittura incentivate dallo Stato, che ravvisa in esse uno scopo strategico e meritevole di tutela: ma che, giocoforza, escludono dall’asse ereditario parte della propria ricchezza, soprattutto finanziaria.

Al di là della bandiera della redistribuzione innalzata sul pennone della propaganda, la proposta avanzata non appare idonea a realizzare lo scopo annunciato e a raggiungere il gettito sperato, se non passando attraverso un inasprimento d’imposta talmente elevato da mettere seriamente in difficoltà gli effettivi destinatari della misura: costoro non sarebbero i “veri ricchi” ma, da un lato, quel ceto medio che da sempre ha costituito la spina dorsale e la parte più dinamica del nostro corpo sociale e oggi vive in situazione estrema difficoltà, e dall’altro la casa, bene rifugio per eccellenza degli italiani.

Maggiormente auspicabile sarebbe una riforma organica del nostro sistema fiscale, che mostra ormai evidenti limiti e palesi ingiustizie, andando a colpire soprattutto chi non dispone di strumenti idonei, spesso – come sopra illustrato – incentivati dallo Stato medesimo, a eludere e a “spostare” ricchezza.

Angelo Sergio Vianello – notaio

Fonte: Centro studi Livatino