Così i vescovi del Nicaragua hanno impedito un massacro

Ieri una delegazione di vescovi ha raggiunto Masaya, che il 18 giugno si è dichiarata “territorio libero dal dittatore”, convincendo l’esercito a non intraprendere l’azione armata già annunciata

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tratto dall’Osservatore Romano – Un intervento provvidenziale, senza il quale, probabilmente, si sarebbe compiuta una strage. In Nicaragua, ieri, una delegazione di vescovi, accompagnata da una trentina di sacerdoti, ha lasciato la cattedrale di Managua (dove si stava celebrando la giornata di preghiera nazionale) per raggiungere, a trenta chilometri di distanza, Masaya, capoluogo del dipartimento omonimo, città che il 18 giugno si è dichiarata “territorio libero dal dittatore”. È lì che, secondo informazioni raccolte dai presuli, l’esercito si stava preparando a un’azione armata.

Capeggiata dall’arcivescovo di Managua, cardinale Leopoldo José Brenes Solórzano, presidente della Conferenza episcopale, la delegazione — riferisce l’agenzia Efe — ha parlato per più di un’ora con il commissario Ramón Avellán, capo della polizia a Masaya, il quale si è impegnato a fermare l’attacco. Al termine del colloquio, la gente è uscita per le strade ringraziando calorosamente i rappresentanti della Chiesa. Fra essi c’era anche il nunzio apostolico in Nicaragua, arcivescovo Waldemar Stanisław Sommertag: «Ogni morte è un’offesa a Dio», ha dichiarato, sottolineando che «papa Francesco è informato di quello che sta accadendo qui in Nicaragua». Presuli e sacerdoti si sono poi riuniti in preghiera con la popolazione locale, recitando il Padre Nostro: «Siamo consapevoli del dolore che si sta verificando. Dobbiamo pregare molto, dobbiamo avere certezza e fiducia in Dio. Speriamo che quello che è successo non accada più», ha concluso monsignor Sommertag, raccomandando ai cittadini di non rispondere con la violenza alla violenza e invitando tutti a un «serio esame di coscienza».

Era stato il segretario esecutivo dell’Associazione nicaraguense per i diritti umani, Álvaro Leiva, a riferire che le forze combinate di polizia e paramilitari stavano per attaccare il quartiere di Monimbó a Masaya. «Che il mondo sappia. Il governo del Nicaragua si prepara con la polizia a commettere un altro massacro nell’indifeso quartiere indigeno di Monimbó», aveva subito twittato il vescovo ausiliare di Managua, Silvio José Báez Ortega.  Due giorni prima lo stesso presule (originario di Masaya) assieme al cardinale Brenes Solórzano aveva chiesto al presidente della Repubblica, Daniel Ortega, di rinunciare all’offensiva armata sulla città, senza essere ascoltato: sei i morti e trenta i feriti, secondo le organizzazioni umanitarie. Ventuno le vittime in tutto negli ultimi giorni a Masaya, compresi un bambino e un giovane ai quali un funzionario avrebbe sparato a bruciapelo.

Il governo, che non ha fatto alcuna menzione dell’intervento della Chiesa a Masaya, ha chiesto ancora ieri di riprendere il dialogo nazionale e che le parti siano «capaci di sedersi con umiltà a lavorare per il Nicaragua», secondo la vicepresidente Rosario Murillo, moglie di Ortega.  Com’è noto, la Conferenza episcopale, mediatrice al tavolo delle trattative, ha detto che riprenderà il dialogo solo dopo che la Commissione interamericana per i diritti umani presenterà una relazione sulla crisi in Nicaragua davanti al Consiglio permanente dell’Organizzazione degli stati americani. La sessione straordinaria si dovrebbe tenere proprio oggi. Nel suo rapporto preliminare, presentato il 21 maggio a Managua, la commissione ha denunciato «gravi violazioni dei diritti umani». Dal 18 aprile a oggi il conflitto ha causato più di duecento morti.

Foto Ansa

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