Se la Corte costituzionale si trova in “vacanza” proprio quando ne abbiamo bisogno

Se il terrorismo jihadista ci colpisse, la nostra classe politica saprebbe rispondere senza abbandonarsi a dubbie leggi speciali? Per questo la Consulta deve essere nel pieno della sua funzionalità

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Tre giudici su quindici: se su un tema assai serio è concessa una metafora automobilistica, da lunghi mesi la Corte costituzionale viaggia “a tre cilindri”. Ed è una vergogna, e insieme un rischio. Con una battuta di spirito Giovanni Maria Flick, che della Consulta è stato presidente, dice che a questo punto «bastano due raffreddori per paralizzare la Corte». A essere sotto-rappresentata, oggi, è soprattutto la componente parlamentare, ma Camera e Senato sembrano incapaci di fare fronte al problema, quasi indifferenti. La composizione della Corte (cinque membri nominati dal Quirinale, cinque eletti dalle magistrature e cinque dal Parlamento) è fortemente sbilanciata, ma il balletto delle candidature proposte e ritirate, il gioco delle intese annunciate e fallite continua come se nulla fosse: al punto che l’inconsistenza istituzionale degli eletti è evidente e quasi deprimente.

È già capitato, in passato. Ma oggi la situazione è decisamente più grave. Perché la “vacanza” dei giudici coincide con un momento che per due motivi serissimi richiederebbe, al contrario, che la Consulta funzioni a pieno regime. Il primo motivo sono le riforme costituzionali di cui si sta discutendo in Parlamento. La controversa riforma del Senato da sola richiede a gran voce che l’organo di massimo controllo costituzionale sia nel pieno delle sue facoltà e della sua legittimazione.

Il secondo motivo, se vogliamo, è ancora più delicato. La Francia, dopo il terribile attacco jihadista del 13 novembre, sta velocemente modificando la sua Carta fondamentale. Ha già introdotto il diritto per il governo di proclamare l’emergenza nazionale per un periodo di tre mesi e ipotizza la sospensione di alcune garanzie dello Stato di diritto. Nell’Assemblée nationale c’è addirittura chi chiede la reintroduzione della pena di morte, che la Francia aveva abbandonato nel 1981, per chi usa bombe o kalashnikov. Contro i terroristi Parigi aveva usato la ghigliottina per le ultime volte nel 1957, durante la violenta “battaglia d’Algeri”; l’ultima esecuzione invece risale al 1977 e riguardò un rapinatore omicida.

In Italia non siamo a questo punto, per fortuna. Eppure va ricordato che negli anni del terrorismo delle Br anche un politico dalla fama di sincero democratico, Ugo La Malfa, chiese l’introduzione della pena capitale. Sarò forse un pessimista. Ma se dopo la Francia – Dio ne scampi – il terrorismo jihadista dovesse colpire anche il nostro Paese, non sono convinto che la nostra classe politica (oggi non nella sua forma migliore) sarebbe in grado di rispondere all’emergenza senza abbandonarsi a misure straordinarie o a dubbie leggi speciali. È per tutto ciò che in tempi burrascosi come questi serve assolutamente che il nostro organo supremo di garanzia costituzionale sia nel pieno della funzionalità.

Strano paese, l’Italia. Sulla questione dei giudici della Consulta mancanti gli unici che sembrano preoccupati di quel che (non) sta accadendo sono, al solito, i radicali. Tutti sembrano infischiarsene. Al momento, lo stesso presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, non si è ancora pronunciato sul tema. Il suo predecessore Cossiga, di fronte a uno dei tanti ritardi nella nomina di alcuni giudici costituzionali, raccomandò al Parlamento di accelerare le sedute: ricordò che era uno dei suoi compiti fondamentali e annunciò che, in caso contrario, avrebbe velocemente provveduto a sciogliere le Camere.

Foto Ansa


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