Come smontare in poche parole gli “impegni dei grandi del mondo” contro la Co2

L’ad di Eni Claudio Descalzi spiega all’ultra impegnata Repubblica perché le mitiche carbon tax fanno solo il gioco dei paesi che producono più Co2 nel mondo

Greta Thunberg al summit Onu sul clima

Al netto del livello imbarazzante di retorica con cui giornali e tv hanno raccontato il vertice Onu sul clima che si è svolto ieri a New York con special guest Greta Thunberg, bisogna proprio leggere due quotidiani progressisti e ultra impegnati nella campagna ambientalista per “salvare il Pianeta”, per dubitare fortemente del fatto che questa volta «si fa sul serio», come scrivono quasi tutti.

“Impegno sul clima dai grandi del mondo. Ma Greta li sgrida”, titola Repubblica nell’edizione odierna. Il riferimento è all’intesa – annunciata dal segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres – sottoscritta da 66 paesi, 102 città e 93 imprese per raggiungere le emissioni zero nel 2050. Tuttavia, se già gli obiettivi molto meno ambiziosi del celebre Accordo di Parigi non sono stati nemmeno lontanamente avvicinati, anche senza arrivare a “sgridare i grandi del mondo”, è lecito restare un poco scettici.

Molto scettico appare per esempio il New York Times nella sua cronaca del vertice:

«Lunedì l’Action Summit delle Nazioni Unite aveva l’obiettivo di valorizzare le promesse concrete da parte di presidenti, primi ministri e manager di grandi aziende per svezzare l’economia globale dai combustibili fossili allo scopo di scongiurare gli effetti peggiori del riscaldamento globale.

Ma nonostante le proteste per le strade, lunedì la Cina non ha fatto alcuna promessa di intraprendere azione più decise per il clima. Gli Stati Uniti, avendo promesso di ritirarsi dall’Accordo di Parigi, il patto tra nazioni per combattere insieme il cambiamento climatico, non hanno proprio parlato. (…)

Per quanto riguarda la Cina, Pechino non ha dichiarato la propria disponibilità a porsi obiettivi più decisi e rapidi per la transizione dai combustibili fossili, come invece molti speravano. Wang Yi, inviato speciale del presidente Xi Jinping, ha osservato che il suo paese sta mantenendo le promesse che ha firmato nell’ambito dell’Accordo di Parigi del 2015 e che “certi paesi” – un chiaro riferimento agli Stati Uniti – non lo stanno facendo.

“La Cina adempirà fedelmente i propri impegni”, ha detto Wang.

La decisione da parte della Cina di non dichiarare ambizioni maggiori riflette, in parte, le preoccupazioni nei confronti della sua economia in rallentamento nello scenario del conflitto commerciale con gli Stati Uniti. Riflette anche la riluttanza di Pechino a intraprendere azioni più decise per il clima in assenza di misure analoghe da parte dei paesi più ricchi. Nemmeno l’Unione Europea ha espresso l’intenzione di tagliare le emissioni più rapidamente, e gli Stati Uniti non sono affatto instradati verso il rispetto degli impegni presi originariamente con l’Accordo di Parigi».

Per comprendere meglio come mai la situazione sia così ingessata, l’Accordo di Parigi non sia stato rispettato, e soprattutto perché le emissioni di Co2 continuino ad aumentare invece di diminuire, però, occorre togliersi le lenti del pregiudizio anti Trump (e filo cinese di conseguenza) del New York Times e considerare quanto è sotto gli occhi di tutti. Tempi lo ha scritto in diverse occasioni (per esempio in questo articolo ricco di numeri): nessuna promessa solenne servirà mai a nulla se i paesi più inquinanti (Cina e India più ancora che gli Stati Uniti) non si sentiranno in dovere di mantenerla, al di là delle ripetute dichiarazioni applaudite dai media di tutto il mondo.

Soprattutto, possiamo stare certi che non cambierà mai nulla finché tutto l’esorbitante “impegno dei grandi del mondo” si limiterà a un diluvio di tasse “green”. Balzelli dalla dubbia funzione ecologica e dal sicuro effetto boomerang, visto che l’Europa continua ad aumentarle e a escogitarne di sempre nuove ma a beneficiarne paradossalmente è proprio la Cina, responsabile da sola, secondo il Global Carbon Project, del 50% dell’aumento delle emissioni di Co2 del 2018.

Lo spiega in due parole ma in maniera chiarissima Claudio Descalzi, amministratore delegato dell’Eni, intervistato – ironia della sorte – da Federico Rampini per Repubblica.

Domanda Rampini:

«Gli obiettivi di Parigi non sono stati raggiunti. A che punto siamo con le carbon tax e perché non hanno l’efficacia sperata? C’è ancora un divario tra noi e i paesi emergenti, che frena la lotta al cambiamento climatico?».

Risposta di Descalzi:

«La tassazione delle emissioni deve essere globale. L’Europa è molto avanti, ma le tasse in Europa aumentano i costi di produzione e quindi una parte dell’industria continua a spostarsi, va là dove questi prelievi fiscali non ci sono. Il carbone costa meno, e in alcune zone del mondo crea occupazione. Questo frena la transizione. I più grossi produttori di Co2 non siamo noi, sono Cina, Stati Uniti e India».

Superfluo precisare quali siano le zone del mondo in cui «questi prelievi fiscali non ci sono» e dove «il carbone crea occupazione».

Foto Ansa