Come si fa a non augurarsi che Renzi riesca a dare un po’ di vivacità a questo paese frignone, fazioso, fallito?

Con il vizio di disprezzare noi stessi abbiamo ucciso la politica e ci siamo consegnati ad altri poteri. Poi non lamentiamoci se ci cambiano i connotati

Come fai a non augurarti che Renzi ci metta una pezza e con la sua verve bambina, la sua strepitosa allegria, porti in dono all’Italia almeno un po’ di vivacità emotiva?

Sarà poca cosa l’emozione di potercela ancora fare a rimettere in sesto l’economia e a battere un colpo riformatore in un paese psicologicamente avvitato nel disprezzo di se stesso trasferito sul capro espiatorio politico. Non c’è angolo di strada in cui non sia arrivato il crisantemo. Non c’è passante che, interrogato da televisioni e facebook, non offra la rispostina prefabbricata dagli stessi media, la classica battutina da massa rintronata, che è tutta colpa di quelli lì che hanno lo stipendio da parlamentari.

Folle anonime vagano come topini ciechi, persuase che nessuno farà niente per loro e che ancora un pizzico di grufolare rancoroso, di maleparole e di sfascismo grillista, allora vedrete come Lazzaro risorgerà.

Ira e spirito di fazione (e bravo Pili, ex pupillo del Cavaliere, che hai fatto perdere Cappellacci). Maldicenza (e bravo Civati, che con la tua arguzia argentina stai rosolando un altro spezzatino Pd). Il vizio sempre verde di tirare pietre sui peccati altrui, prima che sui propri. Non ci siamo fatti mancare niente. Soprattutto non abbiamo colto che con questo sport di sparare sulla politica, con l’idea di non andare più a votare “quei corrotti lì”, ci hanno preso per mano e ci hanno portato al cimitero. Perché non governando la politica è ovvio che governi qualcun altro.

E chi governa se non i poteri nazionali opachi (le avete mai viste le Iene in procura?) e i poteri sovranazionali trasparentissimi? Europa, finanza e quei personaggi imperdibili che ci pasturano in ogni salsa la fantastica civiltà gay. Ci hanno abituati a sputare sulla politica e poi ci lamentiamo che ci cambiano i connotati. Neanche per legge, ma per via amministrativa. Con documenti scritti da impiegati Lgbt e burocrati che insegnano ai nostri bambini che due mamme e due papà sono pure meglio. E allora chiamateli genitore A e genitore B. Che se uno nasce con la cicogna lesbica e l’altro con l’utero di nonna papera, vedrai come vivranno tutti felici e contenti. E così, abbiamo pure perso due marò in India e adesso aspettiamo un atto di clemenza dalla politica indù. “Ma noi siamo l’Italia”, dice l’orgoglio nazionale spolpato dalla magistratura combattente. Quella che appena può indaga sull’ultima commessa dell’ultima grande azienda che non ha ancora tirato giù la claire e non ha ancora fatto fagotto dal Belpaese. Strepitiamo, andiamo a rompere le balle a Putin con i nostri poveri Luxuria. Ma nessuno, qui, nel circo degli Stella&Rizzo e Ballarò, si accorge che siamo diventati una barzelletta perfino negli spot delle merendine norvegesi. Nessuno si accorge del cinema Napolitano, 90 anni, ed è ancora lì, a “consigliare” ministri degli Esteri, dell’Economia e degli Interni.

Povera Italia. Siamo la misura di Sanremo, lo psicofarmaco di Saviano, il contribuente da spremere per pagare quel fico secco di Fazio, persi a rovistare nella monnezza di Roma per regalare gli spiriti della foresta a un comico miliardario. Vabbè, questa settimana abbiamo lo spirito nero. Perciò, non ci vogliamo perdere la speranziella che Renzi metta in moto il suo governo e parta in tromba. Chi c’è c’è.