Ma chi l’avrebbe mai detto? Chiesta archiviazione per il compagno dell’ex ministro Guidi

Otto mesi fa si dimise per lo scandalo Petroli-Tempa Rossa. Ma già allora c’era qualcosa che non quadrava, solo che nessuno (Renzi in primis) si presa la briga di difenderla

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Archiviazione. È questa la richiesta avanzata dalla procura di Roma per Gianluca Gemelli, compagno dell’ex ministro Federica Guidi, l’ammiraglio Giuseppe De Giorgi e Nicola Colicchi, ex consulente della Camera di Commercio di Roma. Ricordate? È una storia di otto mesi fa, conosciuta sui giornali come l’inchiesta Petroli-Tempa Rossa e che portò alle dimissioni del ministro allo Sviluppo economico. Gli indagati erano, a vario titolo, accusati di associazione a delinquere, abuso d’ufficio e traffico di influenze illecite.

L’EMENDAMENTO. Ci sono almeno tre osservazioni da fare. La prima: già al tempo dell’inchiesta della Procura di Potenza, come al solito sostenuta e spinta dalla grande stampa, c’era qualcosa che non tornava. Al centro del contendere c’era un emendamento a una legge che, secondo l’accusa, era la “prova” dei maneggi di Guidi e compagno. Ma, come aveva allora fatto correttamente intendere sul Foglio Umberto Minopoli e da noi segnalato su tempi.it, l’emendamento “incriminato” non era così “criminoso”: «Dice così: “… nella legge di Stabilità 2015, al comma 552, è introdotta l’estensione dell’autorizzazione unica anche per le opere necessarie al trasporto, allo stoccaggio, al trasferimento degli idrocarburi in raffineria, alle opere accessorie, ai terminali costieri e alle infrastrutture portuali strumentali allo sfruttamento di titoli concessori esistenti…”. In altre parole, il suddetto emendamento dice che le opere valutate e approvate (sottolineiamo: valutate e approvate) vanno autorizzate».

IL TRAFFICO DI INFLUENZE. La seconda. Si faceva un gran can can a partire dalle solite intercettazioni e basandosi su un reato (il traffico di influenze illecite) assai fumoso. Lo segnalò meglio di altri il magistrato Carlo Nordio che, in un articolo sul Messaggero, aveva messo in guardia su un reato – introdotto da Monti – che è «una novità del nostro ordinamento, e di difficile definizione e di ancor più laboriosa applicazione. Non esistendo precedenti giurisprudenziali, la possibilità di interpretazioni difformi è assai elevata».

RENZI IL FURBONE. La terza. Anche in quella occasione, come era già accaduto con il ministro Lupi, Matteo Renzi fece il pesce in barile. Lo abbiamo sempre notato e rimproverato all’ex presidente del Consiglio: garantista a parole o quando gli conveniva (caso Boschi – banca Etruria), il premier se ne stava ben acquattato quando si trattava di andare allo scontro aperto con i magistrati. Ma questo non è garantismo: è solo furbizia.

Foto Ansa

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