Chi crede davvero che Twitter rispecchi il paese reale ha un problema di identità (vedi Pd)

Così la sbornia collettiva da social network ha ubriacato la politica, rendendola schiava di un consenso misurato in click. Torna la sindrome da referendum permanente

Un venerdì sera qualsiasi, Otto e mezzo ospita Pippo Civati, parlamentare pd catalizzatore della delusione democratica per il mancato approdo di Stefano Rodotà al Quirinale e la nascita del governo delle larghe intese, e Beppe Severgnini, giornalista stufo della violenza verbale di Beppe Grillo («L’Italia si cambia con le idee in testa, non con la bava alla bocca») che ha appena finito di scrivere sul Corriere che serve una nuova «educazione digitale». Quella tradizionale, signora mia, non è più sufficiente. Ormai ai nostri ragazzi non basta menar scappellotti a ogni parolaccia che scappa di bocca, il turpiloquio si esercita in quelle praterie sconfinate che sono Facebook e Twitter e arginarlo è diventato impossibile. A farne le spese, pochi giorni fa, è stato Enrico Mentana, impallinato con insulti e offese distillati in ripetute serie di 140 caratteri. Nel giugno 2007 la showgirl Flavia Vento chiudeva il suo indispensabile blog per via delle «continue offese ricevute».

L’accostamento non sembri offensivo. Poco importa infatti che Mentana scontasse l’aver ospitato un intervento di Giuliano Ferrara accusato di associare la mafia alla Sicilia e Flavia Vento desse prova in rete di acume a intermittenza: il contenuto, oggi come allora, non è importante. La verità è che non lo è quasi mai e che il detonatore della violenza verbale da social network è sì, spesso, una provocazione o una voce fuori dal coro, ma una volta accesa la miccia ad appiccare il fuoco ci pensano sentimenti molto più basici e definitivi e abbondanti in Rete, che vanno dall’emulazione alle smanie di protagonismo.

È in questi casi che i nostri commentatori corrugano la fronte, affrontano pensosi la tastiera del computer e domandano alla Nazione quand’è ch’è diventata così intollerante, ottusa e violenta. Spesso si costruiscono castelli di giustificazioni e responsabilità, ci si affanna nei distinguo, come Roberto Saviano l’altro giorno su Repubblica, per capire quanto si perde in democraticità bloccando gli insultatori seriali. Insomma dove finisce il salutare confronto, sale di ogni mente democratica e moderna, e dove inizia il diritto a buttare i rompiscatole fuori dal proprio spazio virtuale? Il confine è la parolaccia? L’offesa alla mamma? L’anonimato dell’insultatore è un’aggravante? Più di rado si riflette che basterebbe leggere i commenti a qualunque articolo di giornale online per sapere che la Rete sa essere una cloaca perfetta, dove l’unica interazione è l’insulto semplicemente perché è l’interazione stessa ad essere in secondo piano. In primo piano c’è sempre l’esibizionismo, che un giorno ha il volto della foto di tre quarti sulla bacheca di Facebook in cui ogni ragazza è una strafiga e l’altro la forma del tweet brillante e spietato che fa il pieno di consensi.

Insulti o no, c’è una categoria di persone per cui la famigerata rete e in particolare i social network sono diventati, a fasi alterne, l’Eldorado o l’inferno. «Un ceto politico le cui letture non vanno molto oltre Twitter, e se su Twitter legge 50 commenti negativi su di lui ne desume che il popolo lo vede male». Ci voleva Giuliano Amato, in un’intervista ad Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera, per mettere i politici di fronte allo spettacolo impietoso che offrono di sé sui social network. Ovviamente molti twittaroli hanno commentato che probabilmente Amato manco sa cosa sia Twitter. Tanto di cappello, allora. Perché pur senza conoscerlo direttamente ha individuato perfettamente l’uso vanitoso e distorto che ne fanno i suoi giovanilisti colleghi (o, più spesso, i loro portaborse e consulenti incaricati di cinguettare per loro). Già, perché non bastava il colpo di coda del berlusconismo, non le crisi d’identità di un Partito democratico al governo col centrodestra né l’onda d’urto populista del Movimento 5 Stelle. Non bastava tutto questo. Ci mancavano pure i social network.

Circa un anno fa ha fatto il giro del mondo lo sfogo di Michael Bloomberg, sindaco di New York, letteralmente esasperato da quello che considerava un assedio. «I social network – disse – sono creature dell’istante, ma governare una città come New York richiede programmazione a lungo termine, progetti decennali o ventennali, che vengono bocciati fulmineamente dalla marea di “no” prodotta in Rete. Non è possibile progettare nulla se ogni progetto viene sottoposto a referendum istantanei». Il sindaco della Grande Mela individuava quello che anni dopo sarebbe stato un virus tremendo anche nella politica di casa nostra. «Soprattutto nel Partito democratico», ci dice Fabrizio Rondolino, che in quanto ex portavoce insieme a Claudio Velardi di Massimo D’Alema ai tempi di Palazzo Chigi e oggi editorialista del Giornale berlusconiano, su Twitter si becca regolarmente una buona dose di “venduto” e “traditore”, da parte di utenti che lui blocca senza particolari sensi di colpa: «Per carità, non voglio dare lezioni a nessuno, ma io mi regolo così». Il motivo per cui spesso non si blocca chi passa il tempo sui social network ad augurare le peggio cose a qualcuno è lo stesso per cui i politici usano in maniera così maldestra questi strumenti, che dovrebbero essere l’ultima frontiera della comunicazione e invece si riducono a palestra di goffaggini ridicole.

Un problema di identità
«Nel Partito democratico, ad esempio, c’è un’intera schiera di giovani che ha l’incubo dei social network. Il che non è soltanto stupido, ma anche rivelatore di un problema di identità molto forte». Per Rondolino a rendere i politici schiavi della Rete è l’assurda ricerca del consenso ad ogni costo. «I politici guidano, non sono guidati, si chiamano leader per quello. Ma addirittura che questo consenso debba essere misurato dai retweet o dai commenti positivi ricevuti è una cosa che non sta né in cielo né in terra». Sabato scorso all’assemblea del Pd che ha eletto Guglielmo Epifani segretario traghettatore del partito, Matteo Renzi ci ha provato a dirlo, lui che è un professionista di Twitter: dobbiamo essere leader, non follower. Tra il dire e il fare? Tra il dire e il fare c’è lo spazio per le minoranze rumorose, che spesso, per restare in tema, non sono altro che un hashtag molto di tendenza. È il caso di occupy Pd, la corrente di protesta in cui un manipolo di militanti ha occupato pacificamente le sedi del partito per significare la propria opposizione al governo con Berlusconi. Follower, consensi, retweet e poi, sabato, fuori dall’aula dove si teneva l’assemblea del partito, erano una sessantina. Premesso che ovviamente anche fossero stati in dieci avrebbero avuto tutto il diritto di manifestare, la domanda è un’altra: che cosa ha portato la politica a confondere la Rete con tutta la realtà? A identificarla con un termometro del polso del paese? E perché questa schizofrenia pare attecchire più a sinistra che a destra? «Nel centrodestra questa schiavitù da social network c’è molto meno perché il Pdl è un partito tecnologicamente più antico. Condivide il destino di Berlusconi: è un partito televisivo, ancora analogico, ignaro della rivoluzione digitale. Questo, che è un tratto di ritardo culturale, paradossalmente li mette anche al riparo dall’orgia pseudodemocratica che è internet».

Diverso, ovviamente, il caso del Movimento 5 Stelle, che dalla Rete è nato e ne magnifica le infinite potenzialità, prima di tutto proprio quella caratteristica che oggi genera maggiori mal di pancia, anche tra gli stessi grillini: la presunta democrazia. Perché quando Grillo gridava nelle piazze che finalmente «uno vale uno» si son drizzate le orecchie anche a quel settore della sinistra che vivrebbe di referendum permanente e che nei social network ha creduto di trovare un veicolo al passo coi tempi della sindrome da cineforum che gli anni Settanta non hanno guarito. «Quella della democrazia diretta – nota ancora Fabrizio Rondolino – è una grande utopia sessantottina e il fatto che la si ritiri fuori è significativo della grave crisi di rappresentanza della politica. Ad oggi dobbiamo accontentarci della democrazia rappresentativa: quella in cui si delega qualcuno».

Ci si mettono pure i cantautori
D’altronde anche il movimento dell’“uno vale uno” è tutt’altro che un monolite. Assomma una minoranza di militanti molto impegnati a una fetta di italiani che nel M5S ha trovato la forza di pronunciare un vaffa che aveva sulla punta della lingua da vent’anni. Ma la proporzione tra le due “correnti” è tutt’altro che equa e lo dimostra il numero dei votanti alle Quirinarie: poco più di 28 mila persone su 48.293 aventi diritto (potevano votare solo gli iscritti al Movimento entro il 31 dicembre 2012), ma soprattutto “niente” se confrontati agli oltre 8 milioni di italiani che avevano votato Grillo. Da cosa decideranno di fare alle prossime elezioni quelle migliaia di persone “non connesse” dipenderà il futuro del movimento di Beppe Grillo. Intanto però la sindrome della Rete è una realtà e il web è divenuto l’insidioso terreno in cui s’è spostata l’affannosa ricerca del “paese reale” da parte dei politici. Bisognerebbe avere il banale buon senso di dire che la Rete è uno strumento come gli altri, ma poi ci si mette pure Claudio Baglioni. Domenica scorsa il Claudio nazionale ha spiegato a Fabio Fazio che dopo 45 anni di carriera ha deciso di dire basta ai soliti album preconfezionati, in cui c’è già «la copertina come una lapide». Il prossimo sforzo sarà quello di proporre ogni nuova canzone in Rete e farla votare ai fan. Smaltiamoci questa piccola grande sbornia per il referendum permanente, in attesa che tornino i cantautori antipatici che malsopportano il pubblico e i politici in grado di prendere decisioni che non ritwitteremmo.