Un “no” cattolico all’immigrazionismo/1

Al di là delle vicende contingenti e delle relative polemiche sul ruolo delle Ong che trasbordano i migranti alla deriva nel Mediterraneo o sul ridimensionamento delle politiche di accoglienza dei richiedenti asilo previste dai decreti Sicurezza del governo, le posizioni contrarie all’immigrazionismo, in Italia e più in generale in Europa, sono sistematicamente criminalizzate. Chi nutre riserve ed esprime critiche motivate rispetto alle migrazioni di massa certamente sbaglia, e deve solo scegliere l’aggettivo qualificativo più appropriato al suo errore: razzista, xenofobo, reazionario, disinformato, egoista, pauroso, ideologizzato o altro ancora. Se poi chi formula le obiezioni si dichiara cattolico, costui viene pure immediatamente accusato di incoerenza, perché la Chiesa cattolica militerebbe compattamente sul fronte immigrazionista, come tante iniziative, prese di posizione e dichiarazioni di suoi membri di spicco mostrerebbero. Le cose non stanno così, perché la Chiesa cattolica è un soggetto universale, e se è vero che le conferenze episcopali dell’Europa occidentale enfatizzano soprattutto (ma non esclusivamente) gli aspetti dell’accoglienza dei migranti e della valorizzazione del fenomeno migratorio, ci sono però anche le Conferenze episcopali africane che rivolgono appelli accorati ai figli del Continente nero perché non cedano alle sirene che li persuadono a ricercare una vita materiale migliore in Europa, dove non troveranno l’Eldorado che speravano ma cadranno vittime, oltre che di forme di sfruttamento economico, del materialismo e dell’aridità spirituale. A questi recentemente si sono uniti gli estensori dell’Instrumentum Laboris del Sinodo per l’Amazzonia, che ai numeri 66 e 67 del loro testo hanno scritto: «Il movimento migratorio, trascurato tanto politicamente quanto pastoralmente, ha contribuito alla destabilizzazione sociale delle comunità amazzoniche. Le città della regione, che ricevono in modo permanente un gran numero di persone che migrano verso di esse, non sono in grado di fornire i servizi essenziali di cui i migranti hanno bisogno. Questo ha portato molte persone a vagare e a dormire nei centri urbani senza lavoro, senza cibo, senza riparo. Tra questi molti appartengono a popoli indigeni costretti ad abbandonare le loro terre. (…) Questo fenomeno destabilizza, tra l’altro, le famiglie quando uno dei genitori parte in cerca di lavoro in luoghi lontani, lasciando i figli e i giovani a crescere senza la figura paterna e/o materna. Anche i giovani si spostano in cerca di occupazione o sottoccupazione per aiutare a mantenere ciò che resta della famiglia, abbandonando gli studi primari, sottoponendosi a ogni tipo di abuso e sfruttamento».

Vescovi e Chiese africani e latinoamericani sono coscienti degli effetti destabilizzanti dell’emigrazione di massa sulle società di origine dei migranti e dei suoi effetti deculturanti sui migranti stessi. Effetti che gli immigrazionisti di casa nostra tengono in scarsa considerazione, per un eccesso di ottimismo o di furore ideologico. L’ottimismo di coloro che prendono a pietra di paragone l’emigrazione di massa italiana della seconda metà dell’Ottocento e della prima metà del Novecento, e concludono che avendo essa generalmente portato benefici sia ai migranti che ai paesi che li hanno ricevuti, anche le migrazioni di massa odierne sortiranno più o meno lo stesso risultato. Il furore ideologico di chi vede nei migranti il nuovo soggetto rivoluzionario che permetterà di sovvertire il sistema capitalista europeo e rimpiazzarlo con un regime di piena giustizia sociale per tutti: recentemente il leader delle occupazioni abusive a Roma Nunzio D’Erme, nel corso di un incontro pubblico insieme all’ex brigatista rossa Barbara Balzerani durante il quale sono state rievocate le “gesta” delle Brigate Rosse, ha motivato l’opposizione ai decreti Sicurezza del governo in quanto repressivi dei soggetti che potrebbero oggi sfidare il sistema. Infine il furore ideologico di quei credenti che vedono nei migranti la spada con cui Dio farà piazza pulita della società occidentale materialista, consumista, egoista, atea di fatto: non importa se le avanguardie dei giovani popoli in movimento sono cristiane, musulmane o immerse nell’animismo africano; rappresentano comunque una visione religiosa e spirituale della vita che può riprendere il suo posto sul palcoscenico della stanca e invecchiata Europa solo attraverso la loro irruzione e il loro insediamento fisico sul territorio europeo, premessa della loro influenza sulla cultura, sulla vita quotidiana e sulle leggi.

Questi ottimismi e questi furori non tengono conto del fatto che il contesto delle migrazioni è cambiato rispetto a quelle del XIX e del XX secolo, e che il sistema capitalista globalizzato è molto più pervasivo di quello dell’epoca storica dell’imperialismo, al punto che le migrazioni di massa odierne non rappresentano il fattore di contraddizione che può metterlo in crisi, ma piuttosto lo strumento della sua perpetuazione.

I migranti italiani dell’Ottocento e del Novecento erano cristiani che emigravano in paesi cristiani: tali erano allora gli stati dell’America del Nord e del Sud, così come i paesi dell’Europa centro-settentrionale (Svizzera, Germania e Belgio principalmente) dove milioni di italiani si sono trasferiti e molto spesso trapiantati. Oggi migranti di varia affiliazione religiosa si insediano in paesi secolarizzati, dove vige un ateismo pratico a tutti i livelli della vita, sia pubblica che privata, e ha trionfato politicamente il liberalismo filosofico, che ha realizzato il suo sogno di cancellare appartenenze e comunità e trasformare le persone in individui astratti e senza radici, ma portatori di diritti umani universali. L’aspirazione dei migranti a condizioni migliori di vita dal punto di vista materiale non è più arginata e incanalata dalle autolimitazioni e dalle aspirazioni superiori che vengono dalla fede religiosa. Non sono loro che cambiano la società europea, restituendole un supplemento d’anima, ma è la società europea che cambia loro, trasformandoli in anonimi consumatori, attirandoli con la prospettiva di garanzie economiche e legali che nei loro paesi di origine non hanno. La cosiddetta integrazione sociale e culturale degli immigrati agli usi, costumi e valori dei paesi di immigrazione in realtà è integrazione al mercato globale, il prodotto ultimo del liberalismo filosofico. Il mercato globale ha bisogno, per svilupparsi pienamente nella sua logica del massimo profitto grazie alla massima efficienza, di esseri umani strutturalmente senza fissa dimora, ben disposti a spostarsi ovunque per contribuire all’efficienza del sistema. Si spostano i poveri privi di istruzione per abbassare il costo del lavoro nelle attività ad intensità di manodopera e si spostano i non poveri dotati di istruzione superiore per contenere i costi delle innovazioni tecnologiche, come nel caso della “fuga dei cervelli” che riguarda i giovani laureati italiani. Sembrano fenomeni fra loro opposti, ma rispondono alla medesima logica: gli individui, liberati dai loro legami con la terra di origine, emancipati dall’appartenenza a una comunità definita dal luogo e dalla continuità storica, sono resi fungibili all’interno di un sistema politico-economico che richiede parti universalmente sostituibili.

Si potrebbero fare innumerevoli esempi del modo in cui gli immigrati e soprattutto i figli degli immigrati perdono rapidamente l’identità culturale originaria senza per questo integrarsi all’identità corrispondente alle radici giudaico-cristiane dell’Europa, ma piuttosto sprofondando nell’anti-cultura liberale secolarista. Ne basti uno, particolarmente eloquente: come ricordavamo poco tempo fa su tempi.it, gli immigrati odierni nel giro di pochi anni vedono abbassarsi i loro tassi di fecondità agli stessi livelli di quelli dei paesi europei nei quali si vanno ad insediare, cioè anche loro scivolano sotto la soglia del rimpiazzo generazionale (2,1 figli per donna). In Italia il tasso di fecondità delle donne immigrate è passato da 2,65 figli per donna nel 2008 a 1,98 l’anno scorso.

A quanto sin qui detto si obietterà che il vero pericolo dell’immigrazione di massa in Europa non è il mutamento antropologico che trasforma gli immigrati in adepti dell’individualismo materialista, ma il comunitarismo che frammenterebbe la società in tante tribù che competono per accaparrarsi potere e risorse, e che produce già effetti allarmanti come l’esodo dalla Francia di centinaia di migliaia di ebrei francesi da molte generazioni man mano che la presenza di immigrati musulmani nel paese si fa più densa e caratterizzata dalla trasformazione del paesaggio sociale e urbano di determinati territori. La mia risposta è che il comunitarismo non è il contrario dell’individualismo, ma un suo prodotto, una sua conseguenza non prevista. Nel comunitarismo l’appartenenza a una determinata comunità etnica e/o religiosa è strumentalizzata a fini di potere perseguiti su base individuale o di gruppo elitario. Rappresentare gli immigrati, organizzare i musulmani, ecc. sono attività che garantiscono prestigio e reddito a chi le esercita; presentarsi come vittima, diverso, povero, discriminato, ecc. offre anche al singolo un vantaggio comparativo nella competizione per le risorse del welfare, i posti di lavoro, le cariche pubbliche in società, come quelle occidentali, afflitte dai sensi di colpa. Quanto più si sbiadisce la realtà della comunità come partecipazione non formalistica a una vita comune intessuta di gesti, rapporti, pratiche e rituali, tanto più aumenta la sua valenza politica strumentale nei termini di una lotta per il potere. L’esempio più chiaro è forse quello del terrorismo nel nome dell’islam: chi lo pratica quasi sempre è figlio di immigrati musulmani, ma il suo islam è in rottura, non in continuità, con quello dei genitori, che restano traumatizzati della sua decisione; non è l’islam quietista della tradizione, ma l’islam belligerante della moderna ideologia islamista. 

Tutto questo è conseguenza della globalizzazione neo-liberale, esito ultimo del liberalismo filosofico che nega significato alle tre dimensioni fondamentali dell’esperienza umana –natura, tempo e luogo. Esse non sono più realtà anteriori all’individuo, nelle quali egli è immesso, e che deve riconoscere nella loro irriducibilità se vuole realizzare se stesso; esse diventano l’oggetto di una conquista e di una ridefinizione che devono permettere all’individuo di esercitare il massimo di potere. È sganciando l’essere umano dalle fedeltà al luogo in cui è nato, facendogli balenare il fantasma dei suoi diritti universali su ogni luogo del mondo, che il liberalismo trasforma la persona reale in individuo astratto e i luoghi in non-luoghi. A questa prospettiva la Chiesa cattolica non può non opporsi, in nome di quell’ecologia umana e integrale che prima Benedetto XVI e poi più estesamente papa Francesco hanno rivendicato. Ma di questo tratterò nella seconda parte.

Foto Ansa