Un imprenditore spiega il suo lavoro ai giovani e sembra di vedere la dottrina sociale della Chiesa applicata

Sono cresciuto nel Dopoguerra con un’opinione pubblica avversa agli imprenditori. L’imprenditore era visto comunque come uno sfruttatore e un colpevole: persino l’illuminato Olivetti veniva guardato con sussiego. La cultura marxista era penetrata. Ora che le aziende vengono spazzate via dalla crisi, è diventato evidente che l’imprenditore è indispensabile per la società.

La settimana scorsa ho portato un mio amico imprenditore a parlare a una cinquantina di universitari. Sono rimasto colpito dalle cose semplici e fondamentali che ha detto. Bisogna essere disposti a cambiare lavoro ma non a cambiare moglie. Conviene tornare a casa alle 19, tanto non si fa più nulla di sostanziale e va dedicato tempo alla famiglia. Saper semplificare: è molto più facile complicare che semplificare. Occorre trovare soluzioni, non problemi. La parte creativa del lavoro non è in ufficio ma in relazione con le persone.

Ha 1.300 dipendenti, la maggior parte donne, e se una, preoccupata, viene a dire che è incinta, si festeggia. In collaborazione con i sindaci e la Caritas ha inventato una tessera che consente alle famiglie in difficoltà di comprare cibo sano e invenduto. Sta cercando di semplificare la legge che rende difficile la distribuzione di cibo buono imponendo celle frigorifere, mentre molti poveri vanno a recuperarlo nei cassonetti. Lo scopo dell’imprenditore non è il solo profitto ma creare lavoro. Mi sembrava di assistere a un’esercitazione pratica della dottrina sociale della Chiesa.

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