Tra Conte e Travaglio, ora è chiaro chi dei due è quello che scodinzola

Giuseppe Conte

Su Dagospia si riporta questa frase di Giuseppe Conte: «Voglio essere chiaro: il M5s in Aula voterà contro chi vuole mettere i bastoni tra le ruote alla magistratura sui casi Renzi e Cesaro». Insomma dopo essere stato sgridato dal Fatto quotidiano perché i grillini si erano astenuti sull’autorizzazione a procedere per Matteo Renzi, “Giuseppi” si rimangia la scelta del giorno prima. È evidente che se quello che scodinzola è Conte, quello che tira il guinzaglio è Marco Travaglio.

Su Formiche si segnala un articolo dell’Economist in cui è scritto: «Draghi vuole diventare presidente, un lavoro più cerimoniale, e potrebbe essere succeduto da un primo ministro meno competente. Ma è difficile negare che l’Italia di oggi sia un posto migliore di ciò che era nel dicembre 2020. Per questo, è il nostro paese dell’anno». Alcuni commentatori hanno interpretato queste righe solo come l’ennesima richiesta dell’establishment internazionale a Draghi di restare a Palazzo Chigi. Formiche invece giustamente sottolinea la vera notizia: «Draghi vuole andare al Quirinale». Bisognerebbe uscire dalla fase Sibilla con responsi sul Quirinale tipo “ibis, redibis non morieris in bello”. E iniziare una discussione finalmente a carte scoperte: dopo aver detto che l’ex presidente è la nostra migliore risorsa se questa “migliore risorsa” pensa di poter esercitare al meglio la sua missione dal Quirinale, “le minori risorse” cambieranno il loro giudizio su di lui?

Su Fanpage Francesco Cancellato scrive, a proposito di un articolo che invita a lasciare Draghi a Palazzo Chigi e che, secondo Cancellato, fa eccessivi elogi ai risultati italiani: «Del resto, il primo azionista dell’Economist, con il 43,3 per cento delle quote, è la Exor, cassaforte di John Elkann e della famiglia Agnelli, i cui giornali sono stati tra i più grandi sponsor dell’ascesa dell’ex presidente della Bce a Palazzo Chigi. A pensar male si fa peccato, certo, ma la vanagloria è un peccato ancora peggiore». Ma che volgare materialismo!

Su Formiche Franco Frattini dice sull’Ucraina: «Europa assente, di nuovo. Sono lontani i tempi dell’attivismo di Francia e Germania nel Formato Normandia. Oggi la prima pensa alle elezioni in primavera, la seconda vede nascere un governo di cui non è chiara la posizione sulla crisi in Ucraina e che manca della leadership di Angela Merkel». A parte la leadership della Merkel, che è quella che ci ha cacciato in questa situazione, il giudizio dell’ex ministro degli Esteri con Silvio Berlusconi è ragionevole, così la considerazione sullo spazio che l’Italia può giocare. Ma solo se ritornerà “la politica” (una cosa assai diversa di quel che fa l’improvvisato Luigi De Maio): i “tecnici”, anche di valore, ne hanno assoluto bisogno.

Su Affari italiani Fabio Massa scrive: «E così, il centrosinistra pensa a Carlo Cottarelli. Questa almeno è l’indiscrezione che abbiamo raccolto da ambienti a metà tra la sinistra radicale e gli azionisti calendiani». Così a occhio, Cottarelli ha qualche chance, di conquistare la Lombardia, in meno di quelle che Luca Bernardo aveva di diventare sindaco di Milano.

Su Formiche il sommario di un articolo di Ferruccio Michelin recita così: «Tre gruppi di miliziani circondano i palazzi della presidenza e del governo e dimostrano le ragioni per cui il voto del 24 dicembre con ogni probabilità salterà». No, che cosa avete capito? Non si tratta di nostri parlamentari-disperati che non vogliono Draghi al Quirinale per non rinunciare a un anno delle loro indennità. Trattasi di Libia.

Su Atlantico quotidiano Franco Carinci scrive: «Napolitano ha giocato sporco, Mattarella è responsabile dell’attuale ingorgo istituzionale». Stile tranchant, giudizio un po’ estremo, inadeguata riflessione sul contesto di certe scelte, però c’è del vero in questa affermazione.

Sulla Zuppa di Porro Corrado Ocone scrive: «Serra propone quindi alla sinistra (che per lui d’incanto include anche gli un tempo da lui stigmatizzati Cinque stelle) di sfidare la destra chiedendole di fare un “nome decente”». Si coglie, così, bene il passaggio definitivo di un opinionista (dalle scadenti opinioni) da un antico sbrindellato anticonformismo a un attuale sussiegoso perbenismo.

Sul Sussidiario Natale Forlani scrive: «Nella mia memoria di ex sindacalista e di persona che, a vario titolo, ha continuato a seguire le vicende del mondo del lavoro, fatico a trovare delle analogie con le caratteristiche dello sciopero generale promosso dalla Cgil e dalla Uil nella giornata di ieri, nel mezzo di una emergenza sanitaria, rompendo l’unità d’azione con la Cisl, senza obiettivi concretamente realizzabili». Un vecchio cislino di qualità spiega in modo convincente come sia solo la disperazione a muovere Maurizio Landini.

Su Huffington Post Italia Chiara Saraceno dice: «Chi progettava di fare un figlio in più si è trovato a porsi domande quali: Manterrò il mio lavoro? Avrò una riduzione di reddito? Andrò in cassa integrazione? L’orizzonte si è accorciato. Ma per fare figli occorre avere un po’ di orizzonte davanti». Ma si può ridare orizzonti e speranza senza uno degli strumenti fondamentali che le società aperte si sono inventate per questo scopo, cioè la Politica?

Su Huffington Post Italia Andrea Del Monaco e Gregorio De Falco scrivono, criticando Mario Draghi che cerca l’intesa con le Regioni del Nord: «L’autonomia differenziata quindi infrange l’unità nazionale voluta dalla Costituzione del 1947 e attua quella secessione dei ricchi avviata nel 2001 dalla riforma del Titolo quinto della Costituzione. Quando nacque questo progetto? Nel 1975, quando Guido Fanti, allora presidente comunista dell’Emilia Romagna, propose una lega (patto federativo) tra le Regioni padane Lombardia, Piemonte, Liguria, Veneto ed Emilia per costituire una unità organica di nome Padania». Forse non è inutile ricordare come l’attuale assetto costituzionale abbia portato a un decentramento sempre più disfunzionale e in particolare alla scomparsa dall’agenda politica della questione meridionale. Non sarebbe ora di tentare la via di una sussidiarietà solidale, con libertà d’iniziativa alle aree che se la possono permettere e parallelo sostegno (autogestito e insieme controllato) alle aree che restano indietro?

Su Dagospia si riporta da un articolo della Repubblica questa frase attribuita a Bruno Tabacci: «Questi leader non controllano più nulla, non hanno la forza per garantire i 710 voti che servirebbero a Draghi alla prima votazione». Un giudizio non privo fondamento che però dovrebbe far riflettere i tanti ex Dc che vogliono tenere in vita ancora per un anno un Parlamento conciato così.

Su Linkiesta Francesco Cundari scrive: «L’intera vicenda del Pci, con tutte le sue contraddizioni e i suoi passi falsi, sembra assumere dunque l’aspetto di una lenta, difficile ma progressiva e infine vittoriosa battaglia per portare un grande movimento popolare nelle istituzioni democratiche, e al tempo stesso, necessariamente, per affrancarlo dal populismo». Come al solito c’è intelligenza nelle riflessioni cundariane, forse però si dovrebbero meglio analizzare le citate contraddizioni (specie per quel che riguarda la fase finale berlingueriana e quella occhettiana, ben lontane da un serio affrancamento dalla demagogia) . E poi, più in generale, in fin dei conti uno degli inni del partito non era: “Avanti élite alla riscossa, bandiera rossa la trionferà”.

Su Il Post si scrive: «Roberto Cingolani ha parlato dell’impatto ambientale del “comparto digitale”, che “produce il quattro per cento dell’anidride carbonica planetaria”. Nel suo discorso, Cingolani ha citato vari comportamenti online come inviare post e caricare foto, usare i social e mandare email, descrivendoli come produttori di emissioni: “Per darvi un’idea, l’intero traffico aereo produce il due per cento della Co2 globale»”». Ecco un bell’esempio di come i cambiamenti del nostro mondo vadano esaminati nelle loro contraddizioni e nel loro contesto storico. È il contrario di quel che capita di leggere per esempio nel blog di Beppe Grillo che affastella analisi anche innovative ma che, non filtrate dalla ragione bensì dalla demagogia di un clown, producono un effetto invece che da una nuova Enciclopedia illuministica , da rubrica “Strano ma vero” della Settimana enigmistica.

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