Quarto figlio in arrivo: quanto costa il biglietto di sola andata per il Wisconsin? Oppure: “el ciaperem”

«Guarda che sei incinta». Mentre mi porge lo stick del test di gravidanza, da me eseguito pochi minuti prima tanto per togliermi un dubbietto e lasciato sulla lavatrice in bagno, e che ora reca due simpatici ed inequivocabili tronchi rossi, il marito ha la schiuma del dentifricio alla bocca perché si sta lavando i denti e non interrompe l’attività per annunciarmi la lieta novella. Niente tremito emozionato nella voce, niente occhioni a cuore, figurarsi lacrime e/o abbracci. È un lunedì mattina di agosto, siamo tutti brutti e rintontiti come a ogni risveglio, e abbiamo fretta: tornati il giorno prima dalla montagna, ci accingiamo a caricare nuovamente la macchina per dirigerci al lago dai miei, mentre i bimbi (tre) corrono per casa distribuendo casino come al solito e intralciando la preparazione. Ma soprattutto: è il quarto, poche ciance. «Guarda che sei incinta»: così detto all’inizio mi è sembrato trattenesse un “scema” finale. Ho sentito di dovere delle scuse (tutto sottovoce, un po’ per la nostra stessa incredulità, un po’ perché volevo esserne certa al 100 per cento prima di dirlo ai bimbi): mi è piombato addosso il panico, ho balbettato (e un po’ piagnucolato, lo ammetto) al marito che «non ti ho voluto incastrareeeee!» (come una sedicenne al suo bello in un teen movie di serie Z), a giustificazione dei miei bislacchi calcoli (spiegati i quali, il ginecologo qualche ora più tardi mi riderà letteralmente in faccia). Calcoli tali per cui un quarto desideravamo metterlo in cantiere entro la fine dell’anno, diciamo verso Natale (più io che il marito a dirla tutta; marito che quel lunedì mattina, prima del test, stava solo cominciando a prendere in considerazione l’idea), mentre lui/lei ha deciso, complice una madre sempre distratta e che non prendeva appunti ai vari corsi sui metodi naturali che ha (inutilmente) frequentato ormai anni fa, di palesarsi lì, ai nostri occhi, quel lunedì mattina.

«Guarda che sei incinta»: la situazione comincia a delinearsi, come troppo spesso nella mente delle donne, nella sua urgenza operativa (leggi: stilare una LISTA di ciò che va fatto, come qui): 1) telefona al ginecologo e supplicalo di vederti entro oggi, non vuoi arrivare domattina senza SAPERE con certezza; 2) telefona alla madre, che ti/vi aspetta per dopo pranzo e inventa scusa per sicuro ritardo dovuto a visita da ginecologo di cui al punto 1; 3) inventa scusa anche per i bambini che si aspettano di partire per il lago da un momento all’altro, in particolare chiarisciti quale visita e con quale tipo di dottore spiattellare per veri alla primogenita che sicuramente (e infatti) te ne chiederà conto.

«Guarda che sei incinta»: la macchina! Bisogna cambiare la macchina! Bisogna prenderne una da sei! O sette? Mio padre è un gemello, potrei anch’io “gemellare”, quindi potremmo passare da tre a cinque in un colpo solo… Inizia a girarmi la testa, continuo a gettare mutande alla rinfusa nella valigia mentre un figlio non meglio identificato mi investe col triciclo (cosa ci fa il triciclo in casa?). E la camera dei bimbi come la modifico? Già adesso che son tre non ci entra più uno spillo, figurarsi tra un po’. La potrei soppalcare… devo chiedere il permesso in Comune? Ma poi in estate soffocano… O potrei emulare Bob Marley, ho visto in un documentario che aveva delle amache per i corridoi di casa, geniale… ovviamente non ci andrà il/la piccolino/a, magari meglio la primogenita, la più assennata anche di notte… o io e il marito stiamo nel divano-letto in salotto e così le camere per i bimbi diventano due… ma il marito al proporre l’idea tempo fa, quando “questa cosa” era solo un’ipotesi pour parler, mi aveva già guardata storta… perché sono ancora tutti in pigiama che bisogna partire?… ah già, non c’è più fretta dato che il dottore mi vedrà alle sette… quindi cosa facciamo tutto il giorno?

Cosa si fa quando uno pensava di riempire un lasso spazio-temporale in un modo e invece, indipendentemente dalla tua volontà (o quasi), succede che devi “adattarti” al “riempimento-automatico-ma-non-scontato-diciamo-con sorpresa” di tale lasso? Non si sfugge, non si può; come disse un tizio in non mi ricordo quale film: «Non si può dire di essere “un po’ incinta”: o lo sei o non lo sei». Quant’è vero. Eppure ci ho pensato, giuro. A fuggire, intendo. Col coraggio e il senso di realismo che mi caratterizzano, ho immaginato che, appena avrei scodellato il quarto e fosse stata confermata l’ansia palesatasi in cuore alla vista dei due tronchi rossi che “non ce la potrò mai fare”, sarei fuggita in un paese anglofono (perché quella so, di lingua straniera), mi sarei rifatta una vita come Julia Roberts in A letto con il nemico, specificando in una lettera al marito che il mio allontanamento è stato spontaneo (mica che poi qualcuno mi viene a cercare nel bar nel Wisconsin dove farò la cameriera e il capo capisce che sono una bugiarda inaffidabile e mi licenzia) e avrei mandato regolarmente dei soldi in Italia per dare il mio contributo alla crescita dei quattro. E in tutto questo sarei dimagrita tantissimo e avrei finalmente sperimentato come sto con un taglio cortissimo e bionda ossigenata.

Due mesi dopo, inizi ottobre. La primogenita davanti all’ecografia tridimensionale del fratellino/sorellina: «Non ci capisco niente». Ho già cominciato a slacciare la cerniera dei pantaloni “normali”, perché quelli prémaman non ho ancora voglia di cercarli. Abito ancora in Brianza, del Wisconsin neanche l’ombra. Quest’estate, avuta la conferma che lui/lei c’è (e soprattutto che è uno/a), l’ho detto ai miei. Mio papà fa lo scettico, non stacca gli occhi dalla tv: «Vialter sii matt (= voialtri siete matti)» «E vabbé papà, cosa devo fare?» «Gnient, cus te ghé da fa’? El ciaperem (= niente, cosa devi fare? Lo prenderemo)».

El ciaperem. Perché un’alternativa al Wisconsin c’è (non lo dico a voi, tutte persone assennate, ma a me, che quel taglio corto ossigenato m’è rimasto qua). El ciaperem. Mi fiderò di Chi ce l’ha “rifilato/a”, e vedarem (= vedremo), anche. Perché comunque la pensiate – due farfalline, una farfallina e un tortiglione, due tortiglioni, etc. – io nel mio piccolo posso solo dire di aver sperimentato, per quanto riguarda quello studio pisco-sociale perennemente work-in-progress che è “la famiglia”, che, con tutte le liste, la progettualità, la pianificazione che si può attuare, da Lì tutto viene, e con questo ci si deve fare i conti, presto o tardi, anzi: quotidianamente. E a Lì guardo: vergognosamente, tenacemente, quando mi ricordo, incespicando, ma Lì guardo. Per ringraziare. Per chiedere. Per avere la forza di non comprare il biglietto per il Wisconsin.

El ciaperem. E vedarem.

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