Intercettazioni: Palamara alla conquista del potere numero uno dello Stato

Luca Palamara, presidente dell’Associazione nazionale magistrati, si scaglia contro l’intento del governo di limitare la pubblicazione delle intercettazioni che non siano penalmente rilevanti

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Dunque l’ineffabile Luca Palamara, presidente dell’Associazione nazionale magistrati (Anm), ha commentato la volontà espressa dal governo di porre fine alla diffusione a mezzo stampa di intercettazioni telefoniche irrilevanti ai fini dell’accertamento di reati con l’intelligenza e la perentorietà che gli sono abituali: «La priorità non può essere questa» ha detto, «ma deve essere mettere al centro la drammatica situazione degli uffici giudiziari». Che equivale a dire: prima risolviamo il problema degli ingorghi del traffico a ferragosto, poi semmai faremo la legge che vieta la pubblicazione delle intercettazioni che danneggiano la privacy; prima affrontiamo i problemi dell’assetto idrogeologico della penisola, dopo e solo dopo normeremo le intercettazioni. La dichiarazione di Palamara è solo un modo ipocrita e offensivo per l’intelligenza delle persone a cui si rivolge di mettere un veto all’approvazione di una legge che impedisca gli sputtanamenti a mezzo di intercettazione divulgata. Per non dire apertamente: “No, a noi le cose stanno bene così come vanno adesso”, e fare di conseguenza la figura di quelli a cui piace origliare a prescindere, i magistrati ricorrono a un tipico arnese dell’arsenale del politicante: rinviare una cosa in nome delle priorità.

Due sono i motivi per i quali Palamara ovviamente non considera una priorità la penalizzazione della pubblicazione indebita. La prima è che la vittima non è lui e, 99,9 probabilità su 100, non sarà mai lui. Se fosse capitato a Luca di vedersi pubblicata un’intercettazione col numero di cellulare di persone a lui care, o con sue velenose bordate contro colleghi, o con storie di letti e di corna attinenti alla sua famiglia, state pur certi che considererebbe il provvedimento allo studio del governo una questione estremamente urgente, un atto dovuto. Raramente i magistrati sono intercettati, e per lo più quando sono già diventati ex magistrati, come nel caso di Alfonso Papa. Normalmente gli intercettati che finiscono in pasto ai lettori sono politici, imprenditori, banchieri, grand commis di Stato, calciatori, veline, Berlusconi, ecc.

E qui veniamo alla seconda, inconfessata ragione per la quale l’Anm rimanderebbe volentieri alle calende greche il provvedimento. Gli intercettati, lo abbiamo appena notato, sono normalmente gente potente e/o famosa. I poveri diavoli normalmente non sono intercettati, a meno che non siano sospettati di un gravissimo reato (vedi i noti casi di cronaca nera). E la ragione è presto detta: il direttivo dell’Anm da tempo non ragiona più in termini di giustizia, ma di potere; la diffusione a mezzo stampa di intercettazioni anche non penalmente rilevanti contribuisce grandemente alla realizzazione della sua aspirazione: diventare il potere numero uno dello Stato. Anche quando non si tratta di reati, il gossip, i retroscena, i particolari piccanti, le volgarità, le piccinerie, i vizi privati finiscono per umiliare e delegittimare coloro ai quali possono essere ascritti. Ne risulta per converso ingigantita la statura morale e civile dei magistrati, delle cui miserie nessuno sa nulla perché si guardano bene dall’intercettarsi fra di loro, e quando lo fanno quel che esce sui giornali è strettamente attinente all’inchiesta, non alla vita privata o alle manovre per far carriera.

Il riflesso autoritario – tipico di chi ragiona in termini di accaparramento di potere – dell’Anm si vede bene in un’altra dichiarazione di Palamara, che riprende un concetto già espresso dal capo della Procura di Napoli Lepore. Quella con cui bacchetta il ministro della Giustizia Angelino Alfano per aver detto che le intercettazioni dell’inchiesta sulla cosiddetta P4 sarebbero costose e senza rilevanza penale. «Penso», ha detto Palamara «che debbano prevalere i fatti che stanno emergendo la cui rilevanza deve essere stabilita da un giudice e non dalla politica o da un ministro». Il presidente dell’Anm mescola e confonde volutamente due piani: quello delle convinzioni personali e dei giudizi politici con quello delle verifiche e delle sentenze giudiziarie.

La verità giudiziaria di un’inchiesta la stabilisce un giudice con una sentenza emessa da una Corte di giustizia. Ma tutti i cittadini italiani, compresi i ministri e i politici, hanno il diritto di esprimere le loro opinioni e i loro convincimenti sia su inchieste in corso che su sentenze emesse in via definitiva dall’ordine giudiziario. E hanno tutto il diritto di dissentire da Lepore, da Palamara o dal presidente della Corte di Cassazione in persona. Io per esempio sono convinto che la sentenza che ha condannato Giusva Fioravanti e Franca Mambro  per la strage della stazione di Bologna del 1980 sia un’emerita vaccata. Anche se è passata in giudicato attraverso tre gradi di giudizio, io resto della mia idea. La mia presa di posizione è tutelata dalla Costituzione, dove all’art. 21 si legge: «Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione». Zittire Alfano o chiunque altro dichiarando che solo i giudici possono esprimersi sulle inchieste in corso è un atto di chiara matrice fascista, come si trovava scritto sui volantini negli anni Settanta. Contraddice la Costituzione italiana, nata dalla Resistenza.

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