Il perdono di una madre che ha perso il figlio appena dato alla luce

Articolo tratto dal numero di luglio 2020 di Tempi. Questo contenuto è riservato agli abbonati: grazie al tuo abbonamento puoi scegliere se sfogliare la versione digitale del mensile o accedere online ai singoli contenuti del numero.

Cari lettori, in questi giorni ho ricevuto una lettera che desidero condividere con voi per rendervi partecipi dell’esperienza della Divina Misericordia.
paldo.trento@gmail.com

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Caro padre Aldo, recentemente ho avuto una conversazione con una signora che ha partorito suo figlio in un ospedale della città. È andato tutto bene. Il bambino si è “affrettato” a nascere qualche giorno prima del previsto, ma tutto entro i limiti del normale. Poche ore dopo il parto il neonato, è stato consegnato a sua madre. La felicità dell’oggettivo compimento di una attesa riempiva il cuore della donna.

A un certo punto, però, improvvisamente, mentre la madre si occupa del figlio, questo cambia colore e smette di respirare. Disperata, la madre lo scuote e il bambino ritorna alla normalità. La donna informa immediatamente le infermiere di quanto accaduto. Una di loro le propone di fare attenzione: la prossima volta, se l’episodio si ripeterà, si informerà il medico.

L’episodio si è ripetuto almeno tre volte prima di essere comunicato ai dottori. Quando il bambino ha ricevuto le cure necessarie era già troppo tardi: aveva un danno al cuore che inevitabilmente, se il piccolo sopravviverà, gli lascerà gravi conseguenze.

In poche ore il bambino muore.

Il cambio di turno degli infermieri

La madre, piena di dolore per la perdita e la solitudine, poiché era periodo di quarantena e lei non ha potuto nemmeno fare il funerale a suo figlio, è tornata a rivolgersi alla Chiesa come non faceva da tempo.

Quando quella donna mi ha raccontato quanto successo mi ha commosso molto. Dentro il dolore della sua perdita, tanto più di una perdita subita in questa situazione, ho incontrato una vera madre. Mi ha detto del suo desiderio di andare fino in fondo a livello giudiziario per verificare se ci siano state negligenze da parte dei medici. Quando le ho chiesto perché, mi ha spiegato: «Ho bisogno di sapere che cosa è successo e chi è stata la persona che non ha fatto il suo dovere». Ma poi ha aggiunto: «Inoltre voglio sapere chi è questa persona perché voglio abbracciarla e dirle: “Ti perdono”».

Come può una donna, dentro una tale sofferenza, avere uno sguardo di questo tipo? Solo per una esperienza di misericordia compiuta.

Nel lavoro della clinica e in generale per le opere di carità, mi sono resa conto che la professione non può mai rimanere estranea alla carità.

Mi commuove vedere a mezzogiorno il cambio di turno degli infermieri: tutti quelli che cominciano il turno o la giornata di lavoro dicono una preghiera insieme, e quelli che escono passano nella cappella della clinica a salutare il Santissimo Sacramento inginocchiandosi. È un consegnarsi non formale, bensì reale nel servizio al Signore attraverso la professione.

L’educazione come carità

Quello che sorprende maggiormente è che la suprema esperienza di carità è proprio questa educazione. Perché solo una umanità educata all’esperienza della “consegna” è capace poi di riacquistare la vita con tutto ciò che essa implica. L’esperienza di misericordia si trasforma nel frutto più bello della carità.

Per questo mi ha commosso quella madre, perché nel perdono è racchiuso un amore che supera il dolore umano. Si tratta senza dubbio di un miracolo. D’altra parte, nella esperienza della carità, soprattutto alla Fondazione San Rafael, questa carità coincide con questa stessa misericordia, poiché Cristo ha sorpassato la nostra fragilità per rendere concreto il suo abbraccio attraverso il volto di coloro che hanno dedicato la propria vita al suo servizio.

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