Il gioioso sabba della luce

spiaggia

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Corsica, giugno. Le ore tredici, il mezzogiorno dell’ora solare, su questa spiaggia del sud dell’isola. È il 21 di giugno, il giorno del solstizio, l’ora in cui il sole raggiunge il punto più alto nel cielo dell’emisfero boreale. Una mattina bollente, non un’ombra di nuvola in un cielo infinito. Sul fondale di rena chiara del mare l’acqua riflette quel cielo in sfumature acquamarina, cangianti al moto lieve di piccole onde. Abbaglianti, quando un raggio ne sfiora la superficie e, non stanco del suo lunghissimo viaggio, ancora si riverbera nei tuoi occhi. La sabbia brucia sotto ai piedi, bianca. Che luce immensa: è un gioioso sabba della luce, il mezzogiorno del solstizio. È l’estate che arriva dal cielo e incede sovrana, allargandosi in un’onda di calore. Poi si ferma, immobile, a contemplare la vastità del suo dominio. Torrido è il suo fiato, a stento alleviato da questo vento dal mare, gentile.

Mi piace, in quest’ora esatta del solstizio, starmene nell’acqua trasparente a fare il morto, inerte, completamente abbandonata; gli occhi chiusi volti al cielo e al sole. Che pure attraverso le mie palpebre serrate filtra, in un rossore di fuoco. E se per un istante apro gli occhi e fisso il sole e subito li richiudo, mi appare come fotografato sulla retina in una macchia violetta, iridescente. “Scotoma irideo”, si chiama, me lo diceva mia madre, questo fantasma purpureo, a occhi chiusi. Ma bisogna che il sole sia ben forte, per lasciare la sua impronta. Penso a quello morente di gennaio a Milano, al suo pallido inabissarsi sotto l’orizzonte alle quattro del pomeriggio. Questo è un altro sole, un imperatore trionfante, un carro trainato da cavalli d’oro al galoppo nel firmamento. Questo sole mi sembra vita pura, che entra nella pelle e nelle ossa, le rinvigorisce e le sana.

Nel mare, ancora, e quasi vorrei bermi l’acqua cristallina e fresca. Mi piace, sulle labbra, il sapore del sale. E l’odore del mirto, dai cespugli in fondo alla spiaggia, che nel caldo esalano come un’anima segreta il loro aroma. E quei fiori dietro le cancellate dei giardini – le bouganvillee esplosive, gli oleandri folli di rosa, e questi altri di cui non so mai il nome, corolle a campana di un’incredibile sfumatura tra il blu e il viola? È un mondo impazzito di colori e profumi il mezzogiorno del 21 di giugno, bruciante, sgargiante, ardente di vita. È un elisir da centellinare fino in fondo. Vorrei poterlo mettere via e conservarlo, come si fa con i frutti più dolci – chiuderlo in barattoli di vetro ben serrati, imprigionarlo. Ma sfugge via: e già domani il sole sarà sceso di un frammento di grado dallo zenit. Già starà scivolando lentamente, inavvertitamente, per la dolce inesorabile china del suo annuo declino.

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