I cattolici prendano atto del fallimento del liberal-progressismo


Una delle cose che di questi tempi trovo più frustranti è leggere gli interventi di intellettuali e clero che mettono in guardia dallo scivolamento di una quota crescente di cattolici verso le posizioni politiche sovraniste, populiste, identitarie, leghiste. Lamentano il pericolo di un cristianesimo ridotto a giustificazione di egoismi nazionali, privato della sua trascendenza, subalterno alle logiche del potere terreno dentro a una rinnovata alleanza fra il trono e l’altare, funzionale a disegni politici “di destra” autoritari e suprematisti. La frustrazione non dipende tanto dal tono di questi richiami, che oscillano fra lo scandalizzato e l’invettivo e perciò si leggono poco volentieri, ma dalla miopia che dimostrano davanti al fenomeno del sovranismo-populismo e dell’adesione di una certa quota di elettori cattolici a questa area politica. A leggere la maggior parte dei commenti, pare che tutto nasca dall’innata inclinazione di costoro al (cosiddetto) fondamentalismo, dalla cedevolezza alla tentazione teocratica ed egemonica, dall’ignoranza delle realtà politiche ed economiche contemporanee che li trasforma in vittime delle fake news, da un’ultima immaturità di fede che quando si tratta di politica li porta a simpatizzare per il governo polacco, per Putin e per Matteo Salvini, piuttosto che per frau Merkel, Macron e il Pd italiano. Che nell’attrazione esercitata dal sovranismo su molti cattolici e non cattolici ci siano responsabilità che riguardano il sistema politico-economico che ha dominato il mondo dopo la caduta del Muro di Berlino da una parte, l’establishment cattolico a tutti i livelli dall’altra, è qualcosa che non viene preso in considerazione nemmeno come ipotesi.

Una parziale eccezione in questo panorama è rappresentata da un intervento di Mauro Magatti sul Corriere della Sera il 29 luglio scorso. Scrive il docente della Cattolica di Milano:

«(…) noi veniamo da una stagione affascinata dal mito individualistico e cosmopolitico, nella quale passava l’idea che essere liberi volesse dire essere abitanti del mondo, sciolti da ogni legame e obbligazione, aperti alle nuove possibilità garantite per tutti dall’avanzamento tecnico-scientifico. (…) Nel momento in cui le promesse di un tale modello si sono svelate false per gran parte della popolazione, ecco che rischiamo di ritrovarci esattamente all’estremo opposto. È infatti evidente che la politica torna in campo marcando confini e facendo leva sulla identità religiosa per ricostruire quel consenso che il discorso tecnocratico ormai non riesce più a ottenere».

Finalmente un avversario del sovranismo e dell’identitarismo che accenna al vero motivo per cui questi fenomeni politici sono sorti: il liberalismo, sia nella sua versione neoliberista che in quella liberal-progressista alla Blair e alla Obama, non ha mantenuto le sue promesse; la diseguaglianza fra chi ha di più e chi ha di meno è aumentata, la precarietà e l’esclusione si sono allargate a fasce sempre più ampie di popolazione. Il binomio Stato-mercato sia nella versione liberal-conservatrice (in Italia politicamente incarnata da Forza Italia) che in quella liberal-progressista (in Italia incarnata dal Partito Democratico e dai suoi predecessori) hanno scavato un fossato fra le élites e la maggioranza del popolo. Nei paesi industrializzati la globalizzazione e il progresso tecnologico hanno avvantaggiato una minoranza e condannato alla frustrazione la maggioranza. Come era possibile che il popolo non si ribellasse con l’unica arma rimasta nelle sue mani, cioè il voto? Dare del somaro al popolo, compresi i catto-sovranisti e i catto-identitari, perché hanno votato i demagoghi della Lega e dei Cinque Stelle significa chiudere gli occhi davanti alla realtà di un sistema politico-economico che ha prodotto una nuova aristocrazia e una nuova plebe, e che continuerà a farlo fino a quando non crollerà.

Non c’è dubbio che un lavoratore precario europeo o americano di oggi dispone di beni materiali e usufruisce di una qualità della vita superiore a quella di un grande proprietario terriero dell’epoca feudale; ma è altrettanto indubitabile che oggi fra gli alti vertici della élite transnazionale dominante e il resto della popolazione c’è 100 volte più diseguaglianza di quanta ce n’era fra il re e un contadino ai tempi dell’Ancien Regime. E quale è stato il prezzo del relativo benessere di precari, esclusi, perdenti e marginali che corrisponde ai consumi sfarzosi e alla lussuosa qualità della vita senza precedenti storici delle élite? La disintegrazione delle istituzioni portanti dell’identità personale e della coesione sociale, cioè delle appartenenze comunitarie, dell’unità della famiglia (boom di divorzi e di nascite fuori dal matrimonio), delle forme di vita, di autogoverno ed economiche locali; il logoramento degli equilibri ecologici planetari, l’indebitamento generalizzato da riversare sulle generazioni future, il crollo delle nascite, l’allungamento dell’attività lavorativa obbligatoria fino a quasi 70 anni, il boom degli psicofarmaci e delle tossicodipendenze per compensare lo smarrimento di chi annega nelle identità liquide che hanno sostituito quelle solide. Tutto questo è avvenuto per permettere a una nuova aristocrazia meritocratica di sostituire la vecchia aristocrazia del sangue. Il fatto che la nuova aristocrazia sia meritocratica e non più ereditaria (anche se i figli delle élite si trovano nella stessa posizione di vantaggio dei figli dell’aristocrazia del sangue del passato, perché possono accedere a livelli di formazione specialistica preclusi al resto della popolazione) rende meno moralmente scandalosa la sua ascesa. Ma il fatto che non si sarebbe potuta costituire senza la distruzione degli antichi ordini sociali e morali, e quindi senza l’alienazione non solo economica ma antropologica dei popoli, la rende comunque odiosa e insostenibile.

Di fronte a questo scenario, che è responsabilità tanto dei liberal-conservatori che dei liberal-progressisti, che cosa propongono gli intellettuali cattolici anti-sovranisti? Da Alberto Melloni a Mauro Magatti, lo spartito è sempre lo stesso: «La religione non è un fatto puramente privato né può diventare dottrina di Stato», scrive quest’ultimo. «È piuttosto risorsa pubblica, che aiuta a tenere insieme società complesse e a rigenerare la coscienza individuale». Onestamente non vedo come questo approccio al ruolo pubblico della religione sia meno strumentale di quello sovranista. I sovranisti, si dice, strumentalizzano l’ostilità all’aborto e il favore per la famiglia e la natalità dei cattolici per rialzare il tasso di fecondità della popolazione indigena, al fine di limitare il fenomeno migratorio e riavviare una politica di potenza nazionale. Beh, i liberal-progressisti fanno la stessa cosa al contrario: sfruttano la propensione dei cristiani all’accoglienza e all’amore per il prossimo per fare accettare le politiche immigrazioniste che servono a rinnovare la sostenibilità del modello di sviluppo liberista, scaricando i suoi costi sociali sulla plebe mentre loro si appropriano dei vantaggi. Immaginare, come fa Magatti, che di fronte all’avanzata sovranista i liberal-progressisti facciano ammenda e riaprano le porte al ruolo pubblico e di civiltà della religione senza strumentalizzarla, è parecchio ingenuo. I liberal sono disposti a riconoscere nelle fedi religiose una risorsa pubblica, ma alle loro condizioni. Le Chiese devono accettare e legittimare: le nuove forme di famiglia, comprese quelle formate da divorziati risposati e da persone dello stesso sesso; tutti gli orientamenti sessuali e tutti i rapporti sessuali, anche prima e fuori dal matrimonio; i mezzi di controllo delle nascite dalla contraccezione artificiale fino all’aborto, male inevitabile; la procreazione assistita omologa ed eterologa, con o senza selezione eugenetica degli embrioni; l’eutanasia almeno nella forma passiva; l’uguaglianza assoluta fra uomo e donna che implica l’estensione del sacerdozio alle donne; il relativismo religioso in base al quale nessuna religione può di per sé considerarsi depositaria esclusiva della verità e tutte devono orientarsi all’unificazione in una sola grande entità di diritto o di fatto. Là dove ci sono elementi della gerarchia ecclesiastica o sacerdoti che fanno proprie tutte o alcune di queste posizioni, il sistema li onora, li valorizza e li propone come esempio.

Ma c’è un problema: tutte queste innovazioni da portare alle dottrine religiose, in primis a quelle cristiane, sono in sintonia con quello che Magatti stesso definisce il «mito individualistico e cosmopolitico» tipico di un’epoca caratterizzata dall’idea che «essere liberi volesse dire essere abitanti del mondo, sciolti da ogni legame e obbligazione, aperti alle nuove possibilità garantite per tutti dall’avanzamento tecnico-scientifico». Cioè sono funzionali alla distruzione del sacro, dell’ordine naturale, delle formazioni sociali, delle istituzioni pre-liberali che impedivano lo sviluppo in senso individualistico e prometeico delle tecnologie e dell’economia. Lo sviluppo individualistico e prometeico delle tecnologie e dell’economia hanno prodotto la società contemporanea, quella fratturata fra una nuova aristocrazia meritocratica sempre più ricca e potente, e una nuova plebe sempre più precaria e marginale, in un contesto di diseguaglianza crescente. Ma la plebe si è ribellata dando vita ai partiti populisti, sovranisti, identitari. E così torniamo al punto di partenza! Offrire all’establishment liberal-progressista la «risorsa pubblica» rappresentata dalla religione significa ripetere il ciclo che ci ha portato all’avvento del sovranismo e del populismo!

Io credo che bisogna prendere atto che il futuro non ci riserva opzioni esaltanti. La ribellione delle masse e dei popoli (dove ancora esistono) contro le élite liberali proseguirà, dando vita a democrazie illiberali (copyright di Viktor Orban) e sistemi nazionalisti populisti autoritari, mentre il liberal-progressismo completerà la sua metamorfosi in quello che Patrick Deneen definisce «dispotismo liberalocratico», cioè un sistema che emargina come appestati precludendo loro attività professionali e ruoli nella Pubblica Amministrazione tutti coloro che non saranno d’accordo con l’aborto diritto legale della donna, il matrimonio omosessuale, l’eutanasia, la fecondazione assistita eugenetica, ecc. Nessuna delle due tendenze risulta soddisfacente per i cristiani, anche se non c’è dubbio che la prima consente loro un maggiore spazio di manovra e una tregua nel processo di frattura della trasmissione dell’eredità fra le generazioni, almeno fino a quando il sovranismo non si consolida in nazionalismo. Siccome però solo di tregua si tratta, occorre in ogni caso costruire alternative. Occorre inaugurare o proseguire «pratiche postliberali» che «favoriscano nuove forme di cultura, di economia domestica e di vita civile» (Patrick Deneen). Puntellare il tramonto del liberal-progressismo o diventare i cappellani del sovranismo non sono le strade che i cristiani possono percorrere per riproporre il cristianesimo come evento di salvezza nella storia.

Foto Ansa

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