Fine del ridicolo regnino di Enrico Lettino: ora al Pd tocca tornare a pensare

Il segretario del Pd Enrico Letta
Il segretario del Pd Enrico Letta (foto Ansa)

Sugli Stati generali Jacopo Tondelli scrive: «Quello che doveva succedere da tempo, infine, è successo. E avviene però con una misura, una prudenza, un certo timore tutto italiano – a guardare bene nelle pieghe della fotografia – che meritano di essere sottolineati mentre analizziamo l’esito scontato che tutti conoscevamo dall’inizio: cioè l’affermazione della coalizione di destra, guidata da Giorgia Meloni e dai suoi Fratelli d’Italia. Che vince ampiamente in termini di seggi, conquistando – grazie al suo partito che traina la coalizione – una soddisfacente maggioranza di seggi in Parlamento, a fronte di una quantità di voti pari al 45 per cento. Epperò, questa vittoria, pur ampia, è abbastanza lontana dalla favoleggiata soglia dei due terzi dei membri del Parlamento, che avrebbe consentito alla destra – sempre ammesso che davvero volesse, e fosse in grado di farlo – di cambiare la costituzione da sola. Non è così. C’è inoltre un dato “minore” che però merita di essere annotato: l’incredibile e soprannaturale tenuta di Forza Italia, unita al dimezzamento dei consensi della Lega salviniana rispetto a cinque anni fa, rende indispensabile l’apporto del partito di Berlusconi per la nascita e la tenuta di una maggioranza di governo».

Queste riflessioni di Tondelli sono molto interessanti: gli italiani affidano al centrodestra la guida del paese ma lo fanno con molta prudenza, senza un plebiscito per la Meloni, votando “l’usato sicuro” Silvio Berlusconi per rassicurarsi, scegliendo di appoggiare una forte svolta politica talvolta più con l’astensione che con la partecipazione. Che una nuova fase politica si apra sotto il segno della prudenza invece che dell’hybris, di quell’ebbra tracotanza che abbiamo sperimentato in questi anni con Matteo Renzi, Beppe Grillo fino a Matteo Salvini, potrebbe essere un fattore positivo che spinge chi governa a decidere ma non a comandare, ad ascoltare invece che a strillare.

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Sulla Nuova Bussola quotidiana Ruben Razzante scrive: «Evidentemente la scelta di far cadere il governo Draghi è stata premiata dagli elettori».

Se è vero che Giorgia Meloni ha vinto anche perché si è dimostrata attenta a garantire una certa continuità con le scelte di Mario Draghi, è anche vero d’altro canto che la forza più premiata, Fratelli d’Italia, in questa tornata elettorale, è quella che era all’opposizione del governo Draghi. I 5 stelle hanno recuperato 5 punti in percentuale facendo cadere il governo dell’ex presidente della Bce. Il partito più draghiano, il Pd, esce malconcio. I superdraghisti Matteo Renzi e Carlo Calenda prendono poco più del 7 per cento del 63,9 per cento degli aventi diritto al voto. Una qualche volontà popolare contro la politica inaugurata da Giorgio Napolitano nel 2011 e proseguita da Sergio Mattarella di voler guidare l’Italia dall’alto (e dal fuori), al fondo si è espressa con il voto, anche al netto di un’astensione che manifesta evidenti dubbi sulle soluzioni positive in campo.

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Sulla Zuppa di Porro si scrive: «Sul totale dei 7.904 comuni, alle 23, il dato finale sull’affluenza è sotto il 64 per cento, la più bassa della storia repubblicana del nostro paese. Alla stessa ora di domenica 4 marzo 2018, ovvero la data delle scorse elezioni politiche, l’affluenza è stata pari al 72,93 per cento. L’astensionismo ha giocato un ruolo fondamentale in questa tornata elettorale. Secondo molti quotidiani mainstream, almeno un under 35 su due non si è recato alle urne nella giornata di oggi. Ed i dati finali sui cittadini che esercitato il diritto di voto sembrano conciliarsi con queste previsioni».

Una volta finito il clima della Guerra fredda, quando la scelta politica era una scelta di campo con rilevanti conseguenze in campo internazionale e che motivava dunque parte decisiva dell’elettorato a mobilitarsi nella logica più o meno bellica dell’amico/nemico, che l’Italia si adegui a certe tendenze di altre democrazie dove si dà per scontato che il cittadino possa esprimere i proprio orientamenti anche non andando a votare quando non è soddisfatto dall’offerta politica, non è un dramma. Certo poi i soggetti politici devono analizzare con attenzione i segnali che vengono dall’astensione. La Zuppa di Porro attira l’attenzione sul voto di chi ha meno di 35 anni. I politici di centrodestra invece dovrebbero capire perché parte importante del voto leghista al Nord, quello che si era manifestato nelle ultime regionali (per non parlare delle europee) ha scelto di astenersi: non ha votato Pd, non ha votato Calenda/Renzi, ma non è andata a votare. Capire che cosa è avvenuto, è decisivo per comprendere che cosa potrà avvenire nell’immediato futuro.

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Su Strisciarossa Paola Branca scrive: «Ma sia in una parte del Pd, sia fra i “cooptati“ di Articolo 1 e fra gli alleati rosso-verdi, il partito di Conte e Grillo continua ad esercitare un forte e inspiegabile richiamo. Il problema è che in questo scontro si finisce per restare sostanzialmente immobili, senza avviare finalmente quella riorganizzazione sul territorio e quella costruzione di un più ampio campo riformista che è la vera priorità della sinistra in Italia e in Europa. Per il Pd inizia finalmente la traversata nel deserto, all’opposizione: ci saranno occasioni e forse presto un congresso per darsi un profilo più definito e convincente».

Tra tutti i partiti italiani, il Pd è quello che ha fondamentali problemi strategici molto complicati da risolvere. Anche tatticamente vede esercitarsi su di sé l’opposta attrazione di una confusa coalizione più o meno modernizzatrice come quella organizzata da Matteo Renzi e Carlo Calenda, e quella della banda iperpopulista con sfumature forcaiole di Giuseppe Conte. Ma l’idea di conciliare queste due forze è messa in discussione innanzi tutto da uno dei fattori fondamentali della scelta politica: la politica estera. Le scelte internazionali di Conte sono condizionate dai suoi ispiratori, cioè Beppe Grillo, Massimo D’Alema e alcuni ambienti cattolici che hanno un punto di riferimento anche in Romano Prodi, tutti soggetti caratterizzati da una irrevocabile scelta pro Pechino. Mentre il duo Matteo-Carlo è strutturalmente atlantista. Dunque la tattica non salverà gli eredi di Pci e sinistra Dc. Ma definire una strategia sarà ugualmente complicato: l’idea centrale del gruppo dirigente piddino è stata quella di farsi commissariare dall’asse franco-tedesco lasciando a Parigi e Berlino la definizione delle scelte politiche fondamentali. Però l’ultimo mandato di Emmanuel Macron non pare indicare più una chiara prospettiva per il dopo. Mentre in Germania la fine dell’era merkelliana pare riportare d’attualità una vera dialettica socialisti-conservatori che segnerà tutto il Continente. Il Pd dunque non potrà più sopravvivere come in questo decennio puntando solo sulla retorica e comodamente annidandosi nelle nicchie procurate da commissariamenti dall’“alto” che gli venivano garantite dal “fuori”. Al gruppo dirigente “democratico”, dopo la ridicola parentesi del regnino di Enrico Lettino, toccherà il duro mestiere, a cui non pare più abituato, di “pensare criticamente”.

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