Cristiani bruciati in Pakistan: dietro il fanatismo, l’astuzia del potere

Shehzad Masih e Shama Bibi in una foto tratta da internet
Shehzad Masih e Shama Bibi in una foto tratta da internet

Quasi nessuna delle homepage dei grandi quotidiani internazionali – Financial Times, The Wall Street Journal, Le Monde, El Pais – ieri mattina riportava la notizia; quella del New York Times la richiamava dentro alla tendina scorrevole delle Watching News. Corriere della Sera e Repubblica invece la proponevano, ma in taglio basso. Le notizie dal Pakistan di cristiani trucidati sulla base di accuse di blasfemia anti-islamica si ripropongono ormai con l’oscena ripetitività delle serie horror cinematografiche come Nightmare, Scream o Non aprite quella porta. E come l’horror cinematografico, dopo il terzo sequel provocano assuefazione. Le note di proteste dei ministri degli Esteri dei paesi occidentali sembrano prestampate, le promesse di far luce sull’accaduto da parte delle autorità locali e le ambigue dichiarazioni delle autorità religiose islamiche locali altrettanto scontate. Tutto finisce rapidamente in un’esecrazione del fanatismo religioso. L’europeo medio sembra pensare: «Ah, se tutti fossero agnostici come noi! Certe tragedie non capiterebbero». Nessuna voglia di scavare, di capire di più. Ci si ferma al fatto della fede religiosa, ci si compiace di puntare il dito contro questi suoi sconvolgenti exploit. Eppure la fede non è la causa di questi fatti, è solo lo strumento.
I due coniugi cristiani di un villaggio nei pressi di Lahore, arsi vivi dentro a una fornace perché la donna era accusata di avere bruciato pagine del Corano insieme ad altri rifiuti, sono stati vittime di un odio che ha poco a che fare con lo zelo dei loro concittadini musulmani nei confronti del loro sacro testo. La prova? In giro per il mondo ci sono molti musulmani che hanno bruciato copie del Corano, e a loro non sono mai state inflitte punizioni per questo.

Ogni volta che leggo notizie come quella relativa al tragico destino di Shahzad e Shama, la coppia di cristiani assassinati, mi vengono in mente due situazioni nelle quali mi sono ritrovato facendo reportage in paesi a maggioranza musulmana. La prima ha avuto luogo in Sudan. Quasi dieci anni fa, quando mi trovavo in Darfur a raccogliere le storie dei profughi degli assalti dei governativi sudanesi e dei janjaweed, i miliziani arabi a cavallo che facevano strage nei villaggi abitati dalle etnie sub-sahariane: dar, fur e zaghawa. Visitai un campo profughi nei pressi di Nyala, la capitale meridionale della regione. La gente viveva sotto le tende dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati, si lamentavano delle malattie contro le quali non potevano combattere e della mancanza di prospettive. I loro villaggi erano stati bombardati dall’aviazione governativa ed assaliti per via di terra dai janjaweed perché considerati santuari dei ribelli. Il conflitto non aveva nulla a che fare con la religione: tutti gli attori si proclamavano e si consideravano musulmani, anche se l’islam praticato dalle etnie del Darfur è solo parente di quello che si celebra a Khartoum.
Passammo di fianco a un edificio più grande degli altri, una combinazione di rami secchi e tela. «Cos’è quella?». «La nostra moschea». «Ne avevate una anche al villaggio?». «Sì, ma l’hanno bruciata i janjaweed». «I janjaweed bruciano le moschee? Ma non sono musulmani come voi?». «Sì, sono musulmani, ma hanno bruciato tutte le moschee di tutti i nostri villaggi con tutto quello che c’era dentro: tappetini per la preghiera e testi sacri». «Non ditemi che hanno bruciato il Corano…». «Hanno bruciato tutto, hanno bruciato tanti Corani quante sono le nostre moschee che hanno bruciato». Avete mai sentito di proteste nel mondo musulmano per le moschee di villaggio distrutte dai janjaweed? Per i testi sacri da loro ridotti in cenere? Che fine hanno fatto le folle che bruciavano bandiere americane perché si era diffusa la notizia che un marine in Afghanistan aveva usato come carta igienica una pagina strappata da un Corano?

La seconda situazione che ho vissuto e che mi viene in mente riguarda l’Egitto centrale, dove fui nell’ottobre di un anno fa per un reportage sulle 85 chiese cristiane assalite e in gran parte distrutte dai fiancheggiatori dei Fratelli Musulmani e di altri gruppi islamisti egiziani nell’agosto 2013. Quell’attacco senza precedenti aveva motivazioni politiche ben precise: i militari avevano approfittato delle grandi manifestazioni popolari di giugno contro il presidente Mohamed Morsi, il primo capo di Stato egiziano proveniente dalle file dei Fratelli Musulmani, per attuare un golpe e arrestare i leader principali della fratellanza e del partito politico che ne era la gemmazione e al quale Morsi apparteneva, cioè il partito Libertà e Giustizia.
Gli islamisti volevano dimostrare a tutto il mondo che il ritorno dei militari al potere coincideva con la discesa del paese nel caos e con il peggioramento delle condizioni di vita della principale minoranza, quella dei cristiani copti. Lontano dal Cairo e da Alessandria, gli edifici e le proprietà delle Chiese che si salvarono dalle razzie e dalle distruzioni furono quelle sulla cui integrità vegliarono squadre armate locali di civili musulmani. Si trattava di quella maggioranza di egiziani musulmani che si era già stufata del governo islamista, e che ora non intendeva permettere che la provocazione ad opera dei sostenitori del presidente deposto raggiungesse tutti i suoi obiettivi. Fuori dalle due principali città, dove polizia ed esercito erano presenti massicciamente, le forze dell’ordine non furono in grado in nessun modo di far fronte agli eventi. In alcuni casi, anzi, i commissariati di polizia furono protetti da bande di vigilantes che impedirono ai simpatizzanti dei Fratelli Musulmani di impadronirsi delle armi che si trovavano lì.
A Minya, 250 mila chilometri a su del Cairo, mi trovai a visitare il Centro culturale dei gesuiti, che fino a poche settimana prima ospitava una serie di opere sociali al servizio di tutta la cittadinanza: servizi socio-sanitari per portatori di handicap, classi per ragazzi Down e autistici, un asilo nido, una scuola media superiore, una biblioteca. Tutto era stato scientificamente razziato o distrutto col fuoco, dai veicoli del centro alle carrozzine dei disabili, dagli arredi dell’asilo alla biblioteca. Si trattava di opportunità offerte sia ai cristiani che ai musulmani. Trascorsi un po’ di tempo coi ragazzi disabili e scoprii che erano quasi tutti musulmani. Il vasto locale della biblioteca dalle pareti annerite era disperatamente vuoto: le attrezzature erano state rubate prima che venisse dato fuoco al salone, e i resti inceneriti dei libri erano stati portati via per fare pulizia. Però qualche scaffale pieno di volumi carbonizzati ancora c’era. La mia attenzione fu attirata da uno nel quale erano collocati tomi rivestiti in marocchino, orribilmente degradato dall’alta temperatura dell’incendio. «Quelli cosa sono?». «È la sezione dei libri di religione». «Testi sacri cristiani? La Bibbia?». «Ci sono anche copie riccamente rilegate del Corano e di autori religiosi islamici». Ebbene sì, i fiancheggiatori dei Fratelli Musulmani, nella foga di vendicare gli arresti dei loro capi e la morte di molti manifestanti, hanno dato alle fiamme il Corano. Non solo a Minya, ma tutte le volte che hanno dato fuoco a una biblioteca parrocchiale: a Delga, la città che per più di 70 giorni conobbe le delizie del califfato (Abu Bakr al Baghdadi non è stato il primo ad avere l’idea) fino a quando nel settembre 2013 l’esercito riprese il controllo della località, ho visto lo scempio dei libri sacri, Bibbie, Vangeli e Corani, nella biblioteca devatsta della parrocchia copto cattolica. Di quella visita conservo una copia di un Vangelo in arabo bruciato per metà: il parroco mi permise di asportarlo. Adesso la custodisco come una reliquia.

La morale della storia è che gli attacchi contro i cristiani in Pakistan hanno poco a che fare con l’oggetto delle accuse loro rivolte, con il pretesto che li ha scatenati: se devo guardare alle reazioni della Umma (la comunità mondiale dei musulmani) di fronte ai Corani dati alle fiamme in Darfur e nell’Egitto centrale, devo concludere che la maggior parte degli islamici tollera la distruzione del libro sacro. Quando viene compiuta da altri musulmani, evidentemente. Per lo meno questo è il comportamento die cosiddetti fanatici islamici radicali pakistani. La verità è che Shahzad e Shama sono stati vittime di puro odio anticristiano, sono stati assassinati perché appartengono a una minoranza religiosa.
La legge sulla blasfemia non serve a proteggere Dio e il suo Profeta dalle offese degli uomini, ma ad offrire alle masse povere e ignoranti del popolo pakistano dei capri espiatori sui quali riversare tutta la propria frustrazione. La maggioranza assoluta dei pakistani accusati del reato di blasfemia è rappresentata da cristiani, sciiti, ahmadiyya (una setta locale para-islamica) e indù. I sunniti, che sono la maggioranza schiacciante (80 per cento della popolazione) dei pakistani, raramente appaiono fra gli indiziati.

La funzionalità politica della legge sulla blasfemia è evidente: serve a dirottare la rabbia popolare per la miseria e l’ingiustizia lontano dai veri colpevoli, quelli che siedono nei palazzi del potere e nei piani alti delle caserme. Le élites pakistane sanno manipolare la religiosità grezza della maggioranza povera della popolazione. Offrendo ad essa come vittime sacrificali gli esponenti delle minoranze, sempre sospetti di tradimento per il fatto di non avere la stessa religione della maggioranza. Sono cose che noi europei conosciamo molto bene. Sono state parte della nostra storia.

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