Capire il disordine globale per fare un’analisi realista della guerra

Lavrov Guterres guerra
Il ministro degli esteri russo Lavrov con il segretario delle Nazioni Unite Guterres a Mosca nei giorni scorsi (foto Ansa)

Sul Sussidiario Giulio Sapelli scrive: «Sottolineo che il prestigio che Russia e Cina continuano a esercitare sui Paesi “poveri del mondo”, per usare la terminologia del grande Gunnar Myrdal, è paradossale, trattandosi di Stati capitalisti monopolistici di stato a dominazione dittatoriale e terroristica (nel caso cinese), ma determinato dalle iniquità prodotte storicamente dalle cosiddette “grandi potenze” e dal riparo da esse che si crede di poter trovare ponendosi sotto l’ala dei due Stati dittatoriali. Essi tendono così a un’alleanza sempre più forte, anche se sempre assai contrastata. Ma queste speranze illusorie sono potenti perché fondate su contrasti di potenza e sulle enormi disuguaglianze e scarsità di beni primari che sempre più si producono e riproducono nonostante tutte le retoriche consolatorie».
Procede la guerra in Ucraina, procede quel disordine globale che Sapelli descrive con sapienza.

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Su Startmag Dario Fabbri scrive: «Specie la Francia, storicamente preoccupata di ogni scatto in avanti del cugino renano. Per cui Parigi proverà a imbrigliare la nuova potenza militare tedesca dentro le leggendarie Forze armate europee, senza riuscire nell’intento, giacché Berlino non accetterà che i propri soldati siano comandati da generali gallici. La Francia manterrà il vantaggio conferito dall’arma atomica, ma in ambito convenzionale subirà inevitabilmente l’ascesa teutonica. Così il Regno Unito vorrà inserirsi nell’estero vicino della Germania, tornando a ergersi a principale sodale di polacchi e rumeni, come capitato in altri drammatici passaggi della storia. Sebbene in questa fase salutino con soddisfazione il suo nuovo corso, presto gli Stati Uniti inizieranno a sospettare del satellite berlinese, troppo ingombrante per diventare bellicoso. Fino ad accendere la vecchia competizione bilaterale, soltanto parzialmente sopita con la seconda guerra mondiale. Al di là dell’appartenenza al medesimo fronte, Washington conserva una latente ostilità nei confronti della Repubblica Federale, memore d’aver faticosamente avversato ogni crescente potenza teutonica, eccesso di suscettibilità sostanziato anche dalla matrice germanica delle due popolazioni».
Per comprendere come potrebbe crescere il disordine mondiale, non ci si deve concentrare solo sul presente, ma riflettere sulle dinamiche profonde come fa Fabbri nel brano qui riportato.

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Su Dagospia si scrive: «Uno spettro si aggira per l’Europa: lo spettro del riarmo! Gli italiani, raccontava Pagnoncelli martedì, ospite di Floris, non sono affatto favorevoli alla piega che sta prendendo la guerra in Ucraina. Solo il 13 per cento si dichiarava favorevole all’aumento degli aiuti militari a Kiev, mentre il 49 sosteneva la necessità di rimanere “realistici”. Tradotto: facciamoci gli affari nostri e non andiamo a stuzzicare troppo Putin. Anche in Germania questo “sentiment” (come direbbero quelli bravi) inizia a montare. Berlino, dopo il casino fatto nella Seconda guerra mondiale, si è sempre ben guardata dall’investire troppi soldi in Difesa. Un tabù rotto dall’invasione di “Mad Vlad”, che ha fatto cambiare idea al governo tedesco guidato da Olaf Scholz».
Ecco un altro richiamo, sia pur in stile brutal-dagospiesco, a guardare le cose in profondità non fermandosi alla superficie.

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Su Huffington Post Italia Charles A. Kupchan, senior fellow presso il Council on Foreign Relations (CFR) e professore di Affari internazionali alla Georgetown University presso la Walsh School of Foreign Service and Department of Government dice: «Ora in Ucraina il focus è tutto sulle armi, bisognerebbe riaprire il dibattito su come far finire la guerra».
Non mancano tra gli osservatori americani quelli che chiedono maggiore realismo alla Casa Bianca.

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Su Huffington Post Italia Jeffrey Sachs, economista che dirige lo Earth Istitute della Columbia University e lavora nell’Accademia Pontificia, dice: «Abbiamo bisogno anche di una via diplomatica. Negoziare la pace è possibile, sulla base dell’indipendenza dell’Ucraina e escludendo che aderisca alla Nato. Il grande errore è credere che la Nato sconfiggerà la Russia: tipica arroganza e miopia americana. Difficile capire cosa significhi “sconfiggere la Russia”, dato che Vladimir Putin controlla migliaia di testate nucleari. I politici americani hanno un desiderio di morte?Conosco bene il mio Paese. I leader sono pronti a combattere fino all’ultimo ucraino. Meglio fare la pace che distruggere l’Ucraina in nome della “sconfitta” di Putin”».
Come sopra.

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Su Huffington Post Italia Stefano Silvestri (IAI) osserva: «Biden dice cose giuste con i toni sbagliati. Nessuno può volere la debellatio della Russia. La situazione è difficile, bisogna evitare che diventi ingovernabile».
Anche un osservatore italiano, particolarmente apprezzato negli Stati Uniti, chiede più spazio alla diplomazia.

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Sul sito di Tgcom Paolo Liguori dice: «È ora di parlare della nostra guerra perché, forse, hanno dimenticato di comunicare agli italiani che siamo in guerra».
Con la sua abituale passione Liguori spiega qual è il problema politico “italiano”.

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Su Huffington Post Italia Nicola Mirenzi scrive: «Sconfiggere la Russia o non far perdere l’Ucraina? È il dilemma che attraversa tutto l’intervento che stamattina il filosofo Jürgen Habermas ha scritto per il quotidiano tedesco Süddeutsche Zeitung e destinato ad aprire una profonda discussione in Europa. Habermas, 92 anni, è l’ultimo esponente della Scuola di Francoforte, è un originale interprete del pacifismo giuridico di derivazione kantiana e l’intellettuale che vide nella nascita del Movimento contro la guerra in Iraq l’emergere della Quarta potenza globale».
E’ sempre opportuno ascoltare i grandi intellettuali che, anche quando non sei d’accordo con alcune loro tesi, ti aiutano comunque a ragionare.

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Sulla Zuppa di Porro Dino Cofrancesco scrive: «Che dialogo ci può essere, infatti, tra i “virtuosi” globalisti, esaltati da Riotta, e i perversi “tribalisti”? I primi, a suo dire, hanno contribuito “a sradicare la miseria da sterminati Paesi ma contraendo lo status di ceti medi e lavoratori” e tuttavia solo loro sanno come porvi rimedio e come si possa essere “veri patrioti, sereni della propria identità, lingua, classici, tradizioni” ma “curiosi di incrociarla con altri, senza paure o nevrosi”. Insomma tutti i civilizzati sulla stessa barca e i barbari buttiamoli pure in mare. Non può esserci vera partita tra il Bene e il Male giacché il secondo va espulso (almeno moralmente) dal campo di gioco».
C’è il Bene, c’è il Male, ma c’è anche la necessità di ragionare (e non riottescamente) sulla complessità del reale.

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Su Startmag Francesco Galletti scrive: «Già oggi, Biden pattina sul ghiaccio sottile. Le enormi difficoltà nel nominare ambasciatori in giro per il mondo ne sono forse la testimonianza più vistosa. Le presidenziali Usa che hanno visto prevalere Biden risalgono ormai al novembre del 2020, ma quasi un anno e mezzo dopo in molte capitali del mondo (Roma compresa) non c’è un ambasciatore americano».
Gli Stati Uniti sin dalla Seconda Guerra mondiale hanno garantito la libertà nel mondo, ciò non esclude una qualche loro difficoltà a esercitare un articolato ruolo di leadership, soprattutto quando mancano personalità capaci di un’analisi realistica delle situazioni come è stato Henry Kissinger e più recentemente lo stesso Mike Pompeo.

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