«Blasfeme sono le false accuse contro Asia Bibi». Brani scelti da una sentenza storica

Alcuni passaggi del verdetto di assoluzione della donna cristiana hanno «iniziato un cambiamento in Pakistan», dice Paul Bhatti. Ecco quali

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L'assoluzione di Asia Bibi sulle prime pagine dei quotidiani del Pakistan

Giovedì 29 novembre alla Camera dei deputati Paul Bhatti, già ministro delle Minoranze del Pakistan e fratello di Shahbaz, suo predecessore nel governo assassinato nel 2011 da estremisti islamici a causa della sua battaglia in difesa della libertà religiosa, è intervenuto durante una conferenza stampa organizzata da Alleanza Cattolica e intitolata “Asia Bibi, mai più! Il Pakistan, la legge sulla blasfemia e la libertà religiosa” (qui il video integrale ospitato dal sito di Radio radicale).

L’intervento di Bhatti vale la pena di essere ascoltato integralmente. Qui segnaliamo un passaggio particolarmente interessante:

«Devo esprimere i miei complimenti ai giudici pakistani e all’attuale governo pakistano. Complimenti ai giudici pakistani che hanno scritto questa sentenza non soltanto dichiarando Asia Bibi innocente, ma anche facendo presente che la religione musulmana non può permettersi di uccidere i cristiani né i membri di nessun’altra minoranza. Perché secondo questa sentenza, che è molto chiara, l’islam non permette a nessuno di uccidere nel nome della religione, e anche la conversione forzata è contro questa dottrina.
Questa sentenza è stata trasmessa su tutti i canali televisivi del Pakistan, è stata ripresa da tutti i giornali, è stata discussa… È iniziato un cambiamento in Pakistan. Noi dobbiamo continuare a fare questi sforzi insieme al Pakistan, insieme a quelle persone che credono che non si può usare il nome della religione per fare terrorismo, cioè per violare il diritto di base di un essere umano».

Una precisazione. Tempi ha sempre sostenuto che in un mondo ideale (o anche solo in uno Stato di diritto) i giudici dovrebbero limitarsi a fare i giudici, e che nell’esercizio delle proprie funzioni dovrebbero sempre astenersi dall’invadere campi che non competono loro, come la politica o, a maggior ragione, la teologia. Pena il massacro della giustizia e della società.

Che nell’ordinamento pakistano le cose – legge statale, politica e religione – siano strutturalmente mescolate non fa che confermare la correttezza di questo giudizio, visto, per esempio, il livello di persecuzione che le minoranze sono costrette a subire nel paese, a fronte della praticamente illimitata impunità riservata ai loro persecutori. Tuttavia ciò non sminuisce – al contrario la ingigantisce – la sorprendente novità osservata da Paul Bhatti nelle 56 pagine della sentenza della Corte suprema del Pakistan sul caso di Asia Bibi . 

Di seguito proponiamo in una nostra traduzione alcuni brani del verdetto firmato dal giudice capo Mian Saqib Nisar e della “concurring opinion” del giudice Asif Saeed Khan Khosa in cui emerge chiaramente il «cambiamento» di prospettiva di cui parla Paul Bhatti. 

Gran parte di entrambi i testi è dedicata a smontare false accuse ed errori tecnici riscontrati nei gradi di giudizio precedenti. La sostanza comunque è in questo articolo e nel nostro elogio dei musulmani coraggiosi che hanno permesso l’assoluzione di Asia Bibi. 

* * *

LA SENTENZA DI MIAN SAQIB NISAR

«Io testimonio che non c’è altro Dio degno di essere venerato all’infuori di Allah, e testimonio che Maometto è l’Ultimo Messaggero di Allah»

Il Qalimah-e-Shahadat sopra riportato, che è ritenuto essere l’essenza dell’Islam e la cui recitazione ci rende musulmani, si spiega da sé e testimonia che non c’è altro Dio all’infuori di Allah e che il nostro Profeta Maometto (pace e benedizioni su di lui) è l’Ultimo Messaggero di Allah. È la nostra dichiarazione di fede nell’invisibile il nostro credo, chinare le nostre teste davanti a nostro Signore Allah, ammettendo il fatto che non c’è nessuno come Lui.

2. La santità del nostro Profeta Maometto (pace e benedizioni su di lui) è resa ancor più evidente nel Qalimah-e-Shahadat dal fatto che il Suo nome si legge insieme a quello di Allah, e dunque bisogna dare molta attenzione importanza nel pronunciare il questo Santo nome. La tolleranza è il principio fondamentale dell’Islam. È un dovere religioso e morale e inoltre è legata alla dignità degli esseri umani, all’uguaglianza tra tutte le creature di Allah e anche alla libertà fondamentale di pensiero, di coscienza e di credo. Non significa compromesso, mancanza di princìpi o mancanza di serietà rispetto ai propri princìpi, piuttosto significa accettare il fatto che gli esseri umani, diversi per natura in quanto ad aspetto, situazione, espressione, comportamento e valori, hanno il diritto di vivere in pace e di essere come sono. L’Islam può tollerare tutto ma insegna la tolleranza zero verso l’ingiustizia, l’oppressione e la violazione dei diritti degli altri esseri umani di cui parla il Corano, fin dal principio. La libertà religiosa è stata garantita dall’Islam. Esso proibisce la coercizione in materia di fede e di convinzioni.

«Non c’è costrizione nella religione. La rettitudine si è ben distinta dal traviamento» (Al-Baqara, 2:256)

In quanto musulmani siamo vincolati da questo autorevole comandamento e dovremmo agire di conseguenza.

[…]

12. Come osservato, a nessuno può essere permesso di sfidare il nome del Santo Profeta Maometto (pace e benedizioni su di lui) e di rimanere impunito, ma c’è un altro aspetto della questione: talvolta, la legge viene usata impropriamente dagli individui per perseguire piani efferati, lanciando false accuse di blasfemia. Dal 1990, sono state assassinate 62 persone a seguito di accuse di blasfemia, ancor prima che nei loro confronti si potesse svolgere un processo secondo la legge. Anche note personalità che avevano evidenziato gli abusi delle leggi sulla blasfemia hanno subìto a loro volta gravi ritorsioni. Un esempio recente dell’abuso di queste leggi è stato l’omicidio di Mashal Khan, uno studente della Abdul Wali Khan University, Mardan, che nell’aprile 2017 è stato ucciso da una folla all’interno dell’ateneo solo perché accusato di avere pubblicato contenuti blasfemi online.

13. Si può richiamare anche il caso di Ayub Masih, accusato di blasfemia dal suo vicino Muhammad Akram. L’episodio presunto ebbe luogo il 14 ottobre 1996, l’accusato fu arrestato, ma nonostante questo furono date alle fiamme abitazioni di cristiani e l’intera popolazione cristiana del villaggio (14 famiglie) fu costretta ad andarsene. Ayub fu ferito da colpi di pistola in tribunale e fu aggredito anche in prigione. Dopo la conclusione del processo, Ayub fu condannato alla pena di morte, che fu confermata dalla Corte di appello. Tuttavia, in un ricorso davanti a questa Corte, fu riscontrato che l’accusatore voleva impossessarsi del lotto su cui risiedevano Ayub Masih e suo padre, e dopo averlo trascinato nella causa descritta, egli riuscì a impadronirsi del terreno. Il ricorso fu accolto da questa Corte e la condanna fu annullata.

14. A questo punto, va notato che l’Islam, come è stabilito nel Sacro Libro del Corano, ci insegna, tra molte altre, la virtù di vivere in pace e armonia, con compassione e amore verso i nostri simili. È il capolavoro della direzione e della sapienza donateci da Allah Onnipotente, che non possono essere modificate in alcun modo, trattandosi del libro definitivo. I comandamenti di Allah sono consolidati nel Corano che ci indica un modo di vivere completo e ci insegna il concetto della tolleranza. Occorre comunque tenere a mente che a meno di una colpa provata in un giusto processo, come garantito dalla Costituzione e dalla legge, ogni persona va considerata innocente, a prescindere dal suo credo, dalla sua casta e dal suo colore. Il Sacro Corano recita chiaramente che:

«… chiunque uccida un uomo che non abbia ucciso a sua volta che non abbia sparso la corruzione sulla terra, sarà come se avesse ucciso l’umanità intera; e chi ne abbia salvato uno, sarà come se avesse salvato tutta l’umanità…» (Al-Ma’idah, 5:32)

Inoltre è opportuno ricordare che giungere a una sentenza è un dovere dello Stato, e nessun altro possiede l’autorità per prendere la legge nelle proprie mani e punire qualcuno per conto proprio. In seguito ad accuse di oltraggio eccetera, va offerta [all’accusato] una possibilità di difesa davanti a un tribunale competente affinché giustizia sia fatta. Questo toglierà spazio alle false accuse scagliate per secondi fini, come è capitato in numerose occasioni in passato.

[…]

48. È un principio di legge consolidato che chi fa un’affermazione debba dimostrarla. Perciò, appartiene all’accusa l’onere di provare durante il processo la colpa dell’accusato al di là di ogni ragionevole dubbio. La presunzione di innocenza vige fino al momento in cui l’accusa dimostra alla Corte al di là di ogni ragionevole dubbio che l’accusato è colpevole del reato contestatogli. […] I due concetti, “prova al di là di ogni ragionevole dubbio” e “presunzione di innocenza”, sono legati al punto da poter essere presentati come uno solo. Se la presunzione di innocenza è un filo d’oro nel diritto penale, allora la prova al di là di ogni ragionevole dubbio lo è d’argento, e questi due fili sono intrecciati per sempre nel tessuto del sistema della giustizia penale. In quanto tale, l’espressione “prova al di là di ogni ragionevole dubbio” è di importanza fondamentale per la giustizia penale: è uno dei princìpi che mirano a garantire che nessun innocente sia condannato. Là dove ci sia qualche dubbio sulla versione dell’accusa, il beneficio dovrebbe essere concesso all’accusato. Inoltre, un sospetto, per quanto pesante o forte sia, non può mai soddisfare il livello di prova richiesto in una causa penale, e cioè al di là di ogni ragionevole dubbio. In presenza di ostilità tra l’accusato e l’accusatore/testimone, in genere si applica un livello di prova severo per determinare l’innocenza o la colpevolezza dell’imputato. Se i testimoni d’accusa si rivelano ostili nei confronti dell’accusata [Asia Bibi], questa merita l’assoluzione sulla base del principio del beneficio del dubbio. Considerando le prove prodotte dall’accusa in merito alla presunta blasfemia commessa dalla ricorrente, l’accusa ha categoricamente fallito nel dimostrare questa causa al di là di ogni ragionevole dubbio. […]

49. Terminerò questo giudizio con un Hadith del nostro amato Profeta Maometto (pace e benedizioni su di lui):

«Badate! Chiunque sia crudele e duro verso i membri di una minoranza non musulmana, o limiti i loro diritti, o li carichi di pesi che non possono sostenere, o tolga loro qualcosa contro la loro volontà; Io (Profeta Maometto) mi lamenterò di lui nel Giorno del Giudizio» (Abu Dawud)

50. Per le precedenti ragioni, questo ricorso è accolto. Le sentenze dell’Alta Corte e del Tribunale sono annullate. Di conseguenza, la condanna così come la pena capitale comminate alla ricorrente sono cancellate ed ella è assolta dall’imputazione. Sarà liberata immediatamente dal carcere, se questo non è impedito da altri processi penali.

* * *

LA CONCURRING OPINION DI ASIF SAEED KHAN KHOSA

20. Le evidenti contraddizioni nelle prove prodotte dall’accusa riguardo a ogni aspetto fattuale di questa causa, da me evidenziate sopra, conducono alla irresistibile e spiacevole impressione che tutte le persone incaricate nel processo di fornire prove e condurre indagini si siano prese la briga di non dire la verità o quanto meno di non dire tutta la verità. È parimenti sgradevole osservare anche come le corti inferiori abbiano fallito nell’evidenziare tali contraddizioni e diverse menzogne totali. Tutti gli interessati avrebbero certamente fatto meglio se avessero prestato attenzione a quanto ha ordinato Allah Onnipotente nel Sacro Corano:

«O voi che credete, siate testimoni sinceri davanti ad Allah secondo giustizia, e l’odio verso un popolo non vi impedisca di essere giusti. Siate giusti, la giustizia avvicina alla rettitudine. E temete Allah; poiché Allah conosce quello che fate» (Surah Al-Ma’idah: versetto 8)

«Non seguite le vostre [personali] inclinazioni, affinché possiate essere giusti. Se distorcerete [la vostra testimonianza] o vi rifiuterete [di renderla], ebbene Allah conosce sempre quello che fate» (Surah An-Nisa: versetto 135)

[…]

23. Le affermazioni fatte da Muhammad Idrees e Muhammad Amin Bukhari davanti al tribunale hanno rivelato che la presunta blasfemia è stata commessa dalla ricorrente cristiana dopo che le sue colleghe musulmane avevano insultato la religione della ricorrente e avevano ferito la sua sensibilità religiosa solo perché lei credeva in Gesù Cristo e lo seguiva. Secondo il Sacro Corano la fede di un musulmano non è completa finché questi non crede in tutti i Santi Profeti e Messaggeri dell’Onnipotente Allah, compreso Gesù Cristo (Isa figlio di Maryam) (pace e benedizioni su di lui), e tutti i Libri Sacri della rivelazione dell’Onnipotente Allah, compresa la Sacra Bibbia. Da questo punto di vista insultare la religione della ricorrente da parte delle sue colleghe musulmane è stato un atto non meno blasfemo. L’Onnipotente Allah, il Creatore dell’umanità, sapeva che un essere umano le cui fede e sensibilità religiosa vengono insultate attaccherà e risponderà a tono, ed è per questo che il Sacro Corano ordina:

«E non insultate coloro che essi invocano all’infuori di Allah, affinché non insultino Allah per ostilità e ignoranza. Abbiamo reso gradite a ogni comunità le proprie azioni. Ritorneranno al loro Signore, ed Egli li renderà edotti riguardo al loro comportamento» (Surah Al-An’am: versetto 108)

Le colleghe musulmane della ricorrente avevano violato il comandamento dell’Onnipotente Allah insultando la Divinità in cui la ricorrente credeva e la religione che lei seguiva. E anche se le imputazioni dell’accusa nei confronti della ricorrente fossero state verificate, si sarebbe trattato da parte della ricorrente di una reazione non dissimile da quella da cui ha messo in guardia l’Onnipotente Allah.

24. Considerate le evidenti contraddizioni nelle prove prodotte dall’accusa, mi appare egualmente plausibile che, a causa dell’alterco iniziato tra la ricorrente e le sue colleghe musulmane, senza che alcuna parola offensiva fosse stata pronunciata dalla ricorrente, le signore musulmane abbiano riferito della lite ad altri, i quali poi, dopo aver meditato sulla faccenda per cinque lunghi giorni, hanno deciso di perseguire la ricorrente con una falsa accusa di blasfemia. Se le cose stanno così, i testimoni musulmani di questo processo hanno violato un’alleanza stretta dal Santo Profeta Maometto (pace e benedizioni su di lui) con coloro che professano la fede cristiana. Nel suo libro The Covenants of the Prophet Muhammad with the Christians of the World (pubblicato da Angelico Press nel 2013), John A. Morrow racconta e riproduce molte alleanze volute dal Santo Profeta Maometto (pace e benedizioni su di lui) con persone di fede cristiana. Una di queste alleanze è chiamata “Alleanza del Profeta Maometto (pace e benedizioni su di lui) con le Monache del Monte Sinai”. Si riferisce che intorno all’anno 628 d.C. una delegazione dal Monastero di Santa Caterina, il monastero più antico del mondo, situato ai piedi del Monte Sinai in Egitto, giunse dal Santo Profeta Maometto (pace e benedizioni su di lui) per chiedere la sua protezione, ed egli rispose concedendo loro una carta dei diritti. Quella carta, nota anche come “La Promessa a Santa Caterina”, è stata tradotta dall’arabo all’inglese dal Dr. A. Zahoor e dal Dr. Z. Haq come segue:

«Questo è un messaggio da Muhammad ibn Abdullah, come alleanza data a coloro che adottano il cristianesimo, vicini e lontani, noi siamo con loro.

Invero io, i servi, gli aiutanti e i miei seguaci li difendiamo, perché i cristiani sono miei cittadini; e per grazia di Dio io respingo qualunque cosa possa contrariarli. Nessuna costrizione sia loro imposta. Né siano rimossi i loro giudici dai propri incarichi né i loro monaci dai monasteri. Nessuno deve distruggere una casa della loro religione, danneggiarla o prendere qualcosa da essa per portarla nelle case dei musulmani. Chiunque farà qualcosa di tutto questo, avrà rovinato l’alleanza di Dio e disobbedito al Suo Profeta. Essi sono i miei alleati e possono contare sulla mia carta contro tutto ciò che odiano.

Nessuno deve costringerli a spostarsi o obbligarli a combattere. I musulmani combatteranno per loro. Se una donna cristiana è data in sposa a un musulmano, questo non avvenga senza la sua approvazione. Non le deve essere impedito di far visita alla sua chiesa per pregare. Le loro chiese devono essere rispettate. Nessuno della nazione (musulmana) deve disobbedire all’alleanza fino all’Ultimo Giorno».

La promessa fatta era eterna e universale e non era destinata solo al monastero di Santa Caterina. I diritti garantiti dalla carta sono inalienabili e il Santo Profeta Maometto (pace e benedizioni su di lui) ha dichiarato che i cristiani, tutti i cristiani, sono i suoi alleati e ha equiparato il maltrattamento dei cristiani alla violazione dell’alleanza di Dio. Si noti che la carta non imponeva alcuna condizione ai cristiani per poter godere dei privilegi, bastava che fossero cristiani. Non erano tenuti a modificare le loro convinzioni, non dovevano pagare tasse e non avevano alcun obbligo. La carta prevedeva diritti senza doveri e proteggeva chiaramente il diritto alla proprietà, la libertà religiosa, la libertà di lavorare e la sicurezza personale.

25. Spiace che nel fare riferimento al sacro concetto di Namoos-e-Risalat (onore e dignita del Profeta) la menzionata promessa fatta dal Santo Profeta Maometto (pace e benedizioni su di lui) a coloro che professano la fede cristiana non sia stata rispettata dai suoi seguaci nel caso in questione. Sembra che i membri musulmani della parte accusante, guidata da Qari Muhammad Salaam, abbiano prestato poca attenzione al seguente comandamento dell’Onnipotente Allah nel Sacro Corano:

«O voi che credete! Attenetevi alla giustizia, rendendo testimonianza ad Allah, foss’anche contro voi stessi, contro i vostri genitori o i vostri parenti, contro i ricchi o contro poveri, perché Allah può proteggere gli uni e gli altri meglio di voi. Non seguite le passioni (dei vostri cuori), affinché non deviate, e se distorcerete (la giustizia) o vi rifiuterete di fare giustizia, invero Allah conosce tutto quello che fate» (Surah An-Nisa: versetto 135)

Anche se ci fosse stato un briciolo di verità nelle accuse lanciate in questo processo contro la ricorrente, tuttavia le evidenti contraddizioni nelle prove d’accusa evidenziate sopra mostrano chiaramente che la verità nel caso in questione è stata mescolata con molta falsità. Anche in questo i testimoni musulmani della parte accusante hanno ignorato ciò che è stato ordinato dall’Onnipotente Allah nel seguente versetto del Sacro Corano:

«E non mescolate la verità con la menzogna, non nascondete la verità quando la conoscete» (Surah Al-Baqarah: versetto 42)

La blasfemia è un reato grave, ma insultando la fede della ricorrente e la sua sensibilità religiosa e mescolando verità e menzogna nel nome del Santo Profeta Maometto (pace e benedizioni su di lui), la parte accusante non ha certo mancato di essere blasfema. È ironico che in arabo il nome della ricorrente, Asia, significhi “peccatrice”, perché nel caso in questione lei sembra essere una persona, per usare le parole del Re Lear di Shakespeare, «che ha subìto più peccati di quanti ne abbia commessi».

26. In virtù di quanto è stato discusso sopra, è inevitabile concludere che l’accusa ha fallito nel provare i reati addebitati alla ricorrente al di là di ogni ragionevole dubbio. Questo ricorso è dunque accolto, la condanna e la pena comminate e confermate dalle corti inferiori sono annullate ed ella è assolta dall’imputazione per il beneficio del dubbio. Sia liberata immediatamente dal carcere, se la sua detenzione non è richiesta in relazione ad altri processi.

Foto Ansa

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