Bisogna sapere a chi chiedere la pace
I notiziari più diffusi, gli articoli affastellati sulla strage in corso a Gaza, hanno ormai espunto la parola “Terrasanta” dal discorso. Solo il patriarca di Gerusalemme, il cardinale Pierbattista Pizzaballa, continua a parlare del conflitto facendone esplicito e costante riferimento. Quale mitezza ci sta indicando la saggezza di questo padre che la Provvidenza ci dona, in un momento così oscuro, con la sua soffocante violenza a confondere la nostra capacità di giudizio? Sono proprio poche le parole che ci è concesso di spendere, in un tempo così vertiginoso, sulla bulimia di stragi che i circoli mediatici propinano, e sulla conseguente atrofia dell’anima, o abitudine alla carneficina – privata o pubblica che sia.
Cosa ci riportano le piazze – piene, come sempre, di volenterosi, di ingenui, di consacrati al tumulto – in rivolta contro la brutalità dell’inutile strage di innocenti? La triste impotenza della nostra solitaria agitazione, che troppo facilmente finisce per negare le sue premesse di pace.
Un colpo di sciabola
«Ci vogliono anni e anni per far crescere un uomo, c’è voluto pane e ancora pane per nutrirlo, e lavoro e lavoro e lavori e lavori di ogni genere. Basta un colpo per uccidere un uomo. Un colpo di sciabola, e la cosa è fatta. Per fare un buon cristiano occorre che l’aratro abbia lavorato vent’anni. Per disfare un cristiano occorre che la sciabola lavori un minuto. È nel genere dell’aratro lavorare vent’anni; è nel genere della sciabola lavorare un minuto; e di fare di più; d’essere la più forte. Di farla finita».
Quale grido si alza dal corteo? Cosa cercano – dunque! – queste piazze, il nostro animo davanti ai bollettini della cronaca, in spasmodico affanno per un significato?
«Vide la folla e ne ebbe compassione, perché erano come pecore senza pastore».
Non potrà mai bastare nessun nostro accorgimento di tale esigenza inestirpabile, il credito che daremo alla sua voce non sarà mai in grado di liberarci da alcunché.

La speranza di Pizzaballa
«Siamo affranti, siamo profondamente feriti da questa situazione, da quello che stiamo vivendo, dal clima di odio che ha creato questa violenza, che a sua volta crea altro odio. Questo circolo vizioso che non si riesce a spezzare. Come ho detto tante volte, abbiamo lasciato il campo a estremisti, dall’una e dall’altra parte», ha detto il cardinal Pizzaballa alla veglia di preghiera organizzata da Sant’Egidio.
E ha indicato la beatitudine dei miti, che erediteranno la terra, e ha detto che questo lo fa “sperare” (!) – è in mezzo alla morte e alla devastazione. Ora noi, europei, eredi di ventidue secoli di santi che «nelle pieghe dei loro mantelli hanno sempre portato la gloria di Dio», possiamo veramente pensare di esserci emancipati, di aver introiettato la potenza del bene, di essere capaci di una sola virgola di salvezza? Possiamo ancora pensare, dopo il secolo di Auschwitz e Treblinka, di avere la formula sufficiente a sostenere lo slancio umano al bene?
La confusione appare quanto mai aggrovigliata, il labirinto delle diplomazie finanziarie in piena frantumazione, gli argini ai soprusi dei guerrafondai ridicolizzati: quale strada indica la beatitudine dei miti?
«Quando fu vicino, alla vista della città, pianse su di essa, dicendo: “Se avessi compreso anche tu, in questo giorno, la via della pace. Ma ormai è stata nascosta ai tuoi occhi. Giorni verranno per te in cui i tuoi nemici ti cingeranno di trincee, ti circonderanno e ti stringeranno da ogni parte”».
Tre minuti di video
A una classe di studenti un po’ indecisa, un po’ confusa riguardo alla posizione che si sentivano in dovere prendere sugli scioperi, sui battibecchi intorno alle vetrine rotte o sulla “necessità di non essere indifferenti” in cui – loro malgrado – sono rinchiusi dalla dialettica asfissiante, ho fatto vedere un video-messaggio di padre Gabriel Romanelli, il parroco di Gaza – 3 minuti scarsi su Vatican News. Nessuna musica, nessun panegirico, nessuna retorica geopolitica o antropologica, non una lacrima o un sospiro. Lo spoglio resoconto della giornata della parrocchia, l’elenco puntato dei religiosi che sono lì con lui a lavorare per accogliere i malati (e di cui si sentivano i rumoreggi nelle altre stanze). Nella classe il silenzio più assoluto. Solo uno ha preso la parola: «Ma ’ste cose non si vedono da nessuna parte, prof. Noi non sapevamo nemmeno chi fosse questo».
«Allora quelli che eran con lui, vedendo ciò che stava per accadere, dissero: “Signore, dobbiamo colpire con la spada?”. E uno di loro colpì il servo del sommo sacerdote e gli staccò l’orecchio destro. Ma Gesù intervenne dicendo: “Lasciate, basta così!”. E toccandogli l’orecchio, lo guarì”».
Occorre chiedere a gran voce che la guerra si fermi, occorre chiedere la pace fortemente e senza riserve alcune. Ma bisogna sapere a chi chiederlo.
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