Pro Pal. Se non è educato, il “grido del cuore” è solo un grido

Di Carlo Simone
25 Settembre 2025
I ragazzi scesi in piazza per Gaza non sono da valorizzare perché “appassionati”. E va loro spiegato di stare attenti a non essere strumentalizzati
L'immagine mostra un corteo svoltosi ad Ancona
Corteo ad Ancona. "Per la Palestina, blocchiamo il porto", 22 settembre 2025 (Ansa)

In merito alle imponenti (e talora violente) manifestazioni Pro Pal che si sono tenute lunedì scorso, mi è capitato di leggere un articolo uscito sull’Osservatore Romano il giorno successivo (23 settembre) firmato da don Elia Carrai, intitolato “Perché è sbagliato guardare solo agli episodi di violenza”.

Mi pare di capire che la tesi di fondo del pezzo di padre Carrai sia che, in un panorama in cui siamo spesso tentati di criticare i giovani per la loro apatia crescente, sia da valorizzare l’accorrere copioso e appassionato dei ragazzi scesi in piazza per manifestare contro l’ingiustizia in atto a Gaza che sta mietendo uno straziante numero di vittime innocenti. Come a dire: il cuore dei ragazzi è ancora vivo, e in esso risiede un grido che chiede verità e giustizia.

Condivido pienamente, come fa don Elia, l’urgenza di ribadire a tanti adulti stufi e scettici che il cuore dei ragazzi non è cambiato: esso ancora, sebbene atrofizzato da molte cose, ha le medesime esigenze di Bene che ha avuto in ogni tempo.

Tuttavia, da educatore e da padre, e indegnamente da cristiano, mi permetto di dissentire sulla sostanziale bontà e sulla ragionevolezza del partecipare a manifestazioni come quelle di lunedì scorso. Senza scandalizzarmi di chi l’ha fatto, ritengo infatti che non ogni tentativo di risposta a cui il grido del nostro cuore si rivolge sia parimenti positivo e da valorizzare; in quanto educatore non avrei suggerito ai miei studenti di prendere parte agli eventi di lunedì.

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Le parole hanno un peso

Una manifestazione di quel tipo, infatti, non è un fungo: non nasce dalla spontaneità di buoni sentimenti, bensì è un gesto politico con dei presupposti, dei significati e degli scopi precisi: su tutto questo è bene non essere naïf e, anzi, aiutare i ragazzi a giudicare.

Per quanto impopolare, per quanto contrario alla retorica dominante, occorre aiutare i più giovani a rendersi conto che esistono persone e forze che stanno sfruttando movimenti come quelli di lunedì scorso per insinuare, in fondo, l’idea che vada immediatamente riconosciuto uno Stato di Palestina che però è irricevibile allo stato attuale delle cose, tra inconsistenza territoriale e tagliagole di Hamas alle redini; persone e forze interessate a far dimenticare quanto accaduto il 7 ottobre 2023 (e gli israeliani tuttora prigionieri) alla luce della guerra scoppiata dopo; persone e forze desiderose di cancellare lo Stato di Israele (se non gli ebrei stessi), la cui sopravvivenza nello scacchiere mediorientale rimane fondamentale per chiunque desideri libertà civili e democrazia, nonostante le mani sporche di sangue di Benjamin Netanyahu e compagni che preghiamo Dio vengano presto sostituiti; e, aggiungo, persone e forze decise a bollare col termine “genocidio” (le parole hanno un peso immenso) un eccidio insopportabile che però “genocidio” non è, stante il significato che riveste questo termine coniato da Raphael Lemkin nel 1944, come spiegato da Antonia Arslan nel suo intervento sul Foglio del 22 settembre scorso.

Un ragazzo rompe un vetro di una porta durante la manifestazione per Gaza a Milano
Scontri alla stazione Centrale di Milano durante la manifestazione per Gaza, 22 settembre 2025 (foto Ansa)

Sperando contro ogni speranza

Come uomo, padre ed educatore, ritengo di non avere parole adeguate per stare davanti al disastro di violenza che sta accadendo a Gaza (e non solo a Gaza, per quanto chi manipola le luci della ribalta abbia deciso di concentrarsi solo su quella terra sciagurata). E proprio perché non ho le parole, non scenderei mai in piazza a gridare, poiché non è vero che un grido vale per sé stesso, dal momento che siamo fatti per trovare la verità, e invece è pieno di persone che sfruttano la buona fede e i buoni sentimenti (innanzitutto dei ragazzi) per i propri progetti, che spesso con la verità hanno poco a che fare: a partire dal grottesco tentativo di Global Sumud Flotilla, fino a un islamismo e antisemitismo che non cessano di essere dei gravi mali solo perché contrapposti al male in atto a Gaza.

Allora, nella mia assenza di parole, ringrazio il Cielo di poter almeno poggiare gli occhi sul Crocifisso, e trovo che il suggerimento migliore per i giovani e la tanta gente comune come noi che non può fermare con le proprie mani la strage sia innanzitutto quello di racchiudersi nel silenzio della preghiera (com’è accaduto in molti luoghi in questi giorni e non solo): gridare a Dio mi aiuta a prendere coscienza di me stesso, della mia condizione di creatura fragile ma voluta in questo mondo, consapevole che la pace la dà solo Dio e a Lui va chiesta sperando contro ogni speranza – poiché gli uomini non ne sono capaci; e successivamente impegnarsi a costruire luoghi di pace nel pezzetto di terra a noi affidato, e di favorire chi li sta già costruendo, come ha mostrato la mostra organizzata dai giessini allo scorso Meeting, senza però mai smettere di cercare di giudicare insieme ai fratelli ciò che accade davanti a noi, provando come possibile a non scivolare né negli slogan da cui siamo bombardati, né in tentativi come quello di lunedì che sembrano ingenui, purtroppo senza esserlo.

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