“Distruggo, dunque sono”, i maranza e la rabbia delle nuove generazioni
L’assalto alla stazione centrale di Milano da parte dei ProPal si è chiuso con 60 agenti feriti e portati in ospedale e 5 arrestati, tra cui due minorenni. Sarebbe riduttivo però leggere tutto dentro lo scontro destra e sinistra. C’erano anarchici e centri sociali. È indubbio. C’era una piattaforma rivendicativa di sigle della galassia sindacalista di base e antagonista che non perde occasione per lanciare l’allarme su un pericolo fascista con Meloni al governo. È vero. Ma quel che è successo porta con sé altro.
Chi ha potuto assistere in diretta, come chi scrive, agli scontri in piazza Duca d’Aosta non ha potuto non notare una quantità impressionante di giovani e giovanissimi, probabilmente provenienti dai quartieri di periferia e spesso espressione delle cosiddette seconde, se non terze, generazioni. Con questo non voglio nemmeno spiegare tutto con l’immigrazione incontrollata o le bande di “maranza”. C’è qualcosa di più profondo che sta trasformando anche le espressioni pubbliche del dissenso. Ed è legato alla trasformazione dei quartieri delle grandi città come Milano, e alla trasformazione del contesto sociale giovanile.

Dal Califfato a Gaza: la rabbia dei maranza in cerca di bandiera
Siamo di fronte infatti a giovani che hanno fatto proprio il motto: “Distruggo, dunque sono”. Siamo di fronte ad una realtà segnata da generazioni che, a differenza di quelle passate, non sono mosse da ideali. Il professor Marco Lombardi, dell’Università Cattolica, è da qualche anno che ci avverte: si è passati da un’appartenenza a gruppi ideologici (come potevano essere le Brigate rosse negli anni Settanta) ad un’appartenenza a “rete”, fatta cioè di connessioni web tra singolarità che si emulano e si confermano nella propria bolla, polarizzando ogni discussione.
Fino a qualche anno fa queste seconde generazioni potevano essere attratte dalla forza comunicativa dello Stato islamico, che portò migliaia di cittadini europei ad arruolarsi come foreign fighters in Siria e in Iraq. Non si è capito se questo era segno di una radicalizzazione islamica (come sosteneva Kepel) o di una islamizzazione della rabbia cresciuta nell’esclusione sociale di alcune periferie urbane (secondo invece la tesi di Roy). Quel che si sa è che molto spesso è stata proprio la rete a muovere ragazzi che apparentemente non avevano mostrato interesse nemmeno per la preghiera del venerdì all’interno della comunità religiosa di riferimento dei genitori.
Nichilismo e narcisismo, il carburante dei social
Oggi probabilmente è Gaza a catturare l’attenzione social di questi nuovi giovani. Ma la “causa palestinese” è ancora un pretesto per dare sfogo ad una rabbia e aggressività quali espressioni di un avvertito bisogno di riconoscimento. Il mix di nichilismo (per cui nulla ha valore) e di narcisismo (per cui conta solo l’auto-esposizione), che è il carburante del mondo online, finisce per alimentarsi degli scontri e delle violenze nel mondo reale da documentare con immagini e video per nuovi reel e post.
La violenza politica, che l’Italia (e Milano) hanno conosciuto, era un’altra cosa. L’appartenenza a gruppi ideologici nel Novecento, infatti, fungeva anche da mediazione: avveniva una selezione degli adepti e la scelta delle azioni da compiere era sulla base di un’etica condivisa, che legittimava certi comportamenti piuttosto che altri. Quella mediazione permetteva anche un certo rapporto con le autorità di pubblica sicurezza, persino nella gestione di manifestazioni e disordini. Rapporto che oggi è saltato e impedisce ogni interlocuzione con una organizzazione strutturata.

“Distruggo, dunque sono”. Non è più un problema di integrazione
Oggi è un algoritmo che sceglie follower e contenuti. Fino allo sdoganare quelli eclatanti per soddisfare l’esigenza di riconoscimento e approvazione del singolo utente, appagarne il naturale bisogno di legami che lo liberino dall’isolamento e dall’anonimato.
Ecco che allora, forse, quel “distruggo, dunque sono” che sembra muovere più di ogni altro ideale frange di nuove generazioni non appare come sintomo di una integrazione non riuscita. Al contrario, sembra l’esito di un processo pienamente inserito in quell’Europa e in quell’Occidente dimentichi delle proprie radici e assaliti da un patologico odio di sé, come ebbe a dire all’inizio di questo secolo l’allora cardinale Ratzinger.
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