Attaccano Amy Barrett pure per una condanna a morte voluta dai democratici

La giudice scelta da Trump per la Corte suprema è sempre nel mirino per la sua fede cattolica, anche quando applica la legge in modo impeccabile. Una storia emblematica

Amy Coney Barrett

La campagna di mostrificazione di Amy Coney Barrett, la donna giudice scelta dal presidente Trump per integrare la Corte duprema dopo la morte di Ruth Bader Ginsburg, prosegue alacremente ed è sbarcata in Italia. Dove ormai non ci si limita più a dipingere la 48enne della Louisiana (che dopo il matrimonio si è trasferita nell’Indiana) come una cattolica fondamentalista antiabortista. Le accuse ormai spaziano su tutto il fronte della cause progressiste, dalla sanità universale alle armi ai migranti.

Una esponente del Pd, la capogruppo nel Consiglio comunale di Santarcangelo (Rimini), è arrivata a scrivere sui social: «È pro-life ma è per la pena di morte, per la vendita indiscriminata delle armi, contro l’assistenza sanitaria universale. (…) La sensazione che mi dà questa donna è il ribrezzo». Tutte le accuse rilanciate in questo post sono false, o smaccatamente o come frutto di interpretazione malevola di decisioni o dissenting opinion espresse dalla Barrett quando era giudice della Corte d’appello degli Stati Uniti per il settimo distretto. La più falsa di tutte è quella relativa alla pena di morte.

CHE COS’È L’ORIGINALISMO

Per comprendere le decisioni o manifestazioni di pensiero della Barrett in ambito giudiziario bisogna rifarsi alle sue sentenze o alle opinioni di minoranza quando non era d’accordo con la sentenza e bisogna tenere conto della corrente metodologica alla quale appare affiliata, che è quella degli “originalisti”, la stessa a cui apparteneva anche il defunto giudice della Corte suprema Antonin Scalia, del quale è stata assistente per un certo periodo. Secondo gli originalisti le controversie sulla costituzionalità delle leggi americane vanno risolte considerando lo spirito con cui i costituenti deliberarono le loro disposizioni; agli originalisti si contrappongono i testualisti, secondo i quali sono legittime tutte le possibili interpretazioni che il testo costituzionale permette.

LA SENTENZA CONTESTATA

Già da questa precisazione si dovrebbe comprendere che le sentenze della Barrett non sono improntate a presupposti ideologici o teologici, ma metodologici. La questione della pena di morte è paradigmatica della sua posizione. Alla Barrett qualcuno rimprovera di aver rigettato, insieme agli altri giudici, una richiesta di rinvio dell’esecuzione di una condanna a morte per un triplice omicidio avvenuto nell’Arkansas nel 1996. I ricorrenti affermavano che l’esecuzione andava rinviata perché non avrebbero potuto assistervi in quanto viaggiare in tempo di epidemia di Covid-19 metteva a repentaglio la loro salute. Si trattava in realtà di uno stratagemma per ottenere il rinvio dell’esecuzione: i ricorrenti erano persone contrarie alla pena di morte.

Tre giudici della Corte d’appello del settimo distretto (fra loro la Barrett) hanno respinto il ricorso perché i ricorrenti non avevano diritto in base a nessuna legge di assistere all’esecuzione, mentre la legge federale sulla pena di morte (Federal Death Penalty Act) consentiva allo stato dell’Arkansas di eseguire la sentenza essendo stati esperiti tutti i gradi di giudizio e di ricorso.

«RICUSEREI ME STESSA»

Sul piano personale la Barrett è contraria alla pena di morte e già in un testo scritto insieme al giurista John Garvey nel 1998 aveva sostenuto che, nel caso di processi dove l’unica pena possibile a norma degli statuti vigenti in caso di colpevolezza dell’imputato fosse stata la pena di morte, un giudice di fede cattolica avrebbe dovuto ricusare se stesso alla vigilia del processo. Ha confermato la sua posizione nel 2017, quando si è presentata alla commissione Giustizia del Senato per l’udienza di approvazione della sua nomina alla Corte d’appello del settimo distretto, ribadendo che se fosse chiamata a giudicare un caso di omicidio che prevederebbe una condanna a morte in caso di condanna, «ricuserei me stessa e non entrerei effettivamente nell’ordine di esecuzione».

In occasione dell’audizione i senatori del Partito democratico, nel quale militano la maggioranza degli abolizionisti, l’avevano accusata di mettere la sua fede al di sopra della legge e avevano manifestato i loro sospetti che in casi riguardanti il matrimonio fra persone dello stesso sesso e l’aborto le sue convinzioni religiose le avrebbero impedito di essere obiettiva. Nessuna menzione da parte loro sull’influenza che l’appartenenza cattolica avrebbe potuto avere sull’applicazione della pena di morte. La Barrett aveva respinto accuse e sospetti, dichiarando che in tutte le materie si sarebbe attenuta ai contenuti dei precedenti decisi dalla Corte suprema:

«La mia personale affiliazione ecclesiale e le mie convinzioni religiose non influiranno sull’espletamento dei miei doveri di giudice. (…) Dall’inizio alla fine, in ogni caso il mio dovere di giudice sarà quello di applicare la norma di legge».

UN PASSO INDIETRO

Ma chi è il Daniel Lewis Lee, anni 47, che è stato ucciso con un’iniezione letale il 14 luglio scorso dopo che la Corte di cui faceva parte Amy Barrett aveva respinto un ricorso per il rinvio dell’esecuzione capitale? E chi è che ha voluto la sua condanna a morte?

Si tratta di un suprematista bianco militante del gruppo Aryan Peoples’ Resistance e residente nello stato di Washington. Insieme a un complice nel gennaio 1996 ha assalito la famiglia di un commerciante di armi nell’Arkansas, William F. Mueller, per rubare il denaro e le armi che si trovavano nella casa. I coniugi Mueller e la loro figlia di 8 anni Nancy furono colpiti con una pistola taser e uccisi per soffocamento con sacchetti di plastica legati intorno alla testa. I loro cadaveri, appesantiti con pietre, furono poi gettati in una palude e ritrovati solo sei mesi dopo.

L’UOMO DI CLINTON E OBAMA

Lewis Lee era stato condannato a morte nel maggio 1999, e il procuratore Paula Casey era stata istruita a richiedere tale pena da parte del dipartimento della Giustizia degli Stati Uniti, ai tempi della seconda presidenza Clinton. La Casey aveva cercato di respingere la richiesta indirizzandosi all’allora procuratore capo Janet Reno, ma il viceprocuratore generale Eric Holder le aveva confermato l’istruzione di continuare a chiedere la pena di morte.

Holder, che era stato nominato viceprocuratore dal presidente Bill Clinton, è stato poi procuratore generale durante la presidenza di Barack Obama, di cui era stato il principale consigliere legale durante la prima campagna elettorale.

@RodolfoCasadei

Foto Ansa