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L’Artsakh non può diventare parola proibita perché disturba i vincitori

Di Renato Farina
06 Luglio 2026
L’Europa applaude Pashinyan vincitore delle elezioni in Armenia e parla di sovranità, democrazia, mercati. Benedetta la tregua che ha voluto se risparmierà sangue. Ma all’anima armena quali garanzie offre?
La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ricevuta a Erevan, Armenia, dal primo ministro Nikol Pashinyan, 2 luglio 2026 (foto Ansa)
La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ricevuta a Erevan, Armenia, dal primo ministro Nikol Pashinyan, 2 luglio 2026 (foto Ansa)

Sul lago di Sevan cala la sera e l’acqua si fa di metallo scuro, il colore che prendono le lame quando si raffreddano. Il Molokano ha seguito le elezioni armene, ora concluse. L’indicazione della Chiesa è stata sconfitta, e il Molokano non si ribella a un esito che non ama. Il voto resta voto, anche quando arriva dopo mesi di propaganda occidentale, e perfino cristiana, contro la Chiesa apostolica armena, bollata in fretta come putiniana. Custodire il nome dell’Artsakh, non lasciare che centoventimila profughi diventino una nota a piè di pagina, ricordare i prigionieri nelle carceri dell’Azerbaigian: sarebbe questo essere filorussi? Allora negare il genocidio di un milione e mezzo di martiri sarebbe antiputiniano e pro veritate, e chiamare pace la cancellazione di chiese, cimiteri e villaggi sarebbe Vangelo. L’Europa applaude Pashinyan e parla di sovranità, democrazia, mercati. Benedetta ogni tregua che risparmi sangue. Ma all’anima armena quali garanzie offre? Sull’Artsakh quale parol...

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